Dalle finestre che guardano la Bernauer strasse si può ancora vedere, trentacinque anni dopo la “caduta” quel che resta del muro tra Berlino Est e Berlino Ovest nel quartiere di Mitte. E non è un caso che Burkhart Veigel, classe 1938, abbia deciso di venire a vivere proprio in questa strada quando si è trasferito nella capitale tedesca dopo oltre trent’anni passati a Stoccarda. Il signor Veigel si definisce un “Fluchthelfer”, uno che aiutava alla fuga. Nove anni di vita, tra il 1961 e il 1969, li ha dedicati principalmente a questo: aiutare a fuggire a Ovest chi voleva lasciare l’Est. «La Bernauer strasse» – racconta – «era uno degli hotspot nella costruzione di tunnel sotterranei tra le due parti della città, perché la strada confinava con Prenzlauerberg, una delle poche zone collinari di Berlino. Era fondamentale avere un po’ di margine per scavare una galleria, perché bisognava confrontarsi con due problemi: scavare in profondità per evitare di essere scoperti all’esterno e non intaccare con un colpo di pala le falde sotterranee di cui Berlino è pervasa. Prenzlauerberg è circa 15 metri sopra l’acqua sotterranea, per questo era il posto giusto».
Burkahrt ha il sorriso chiaro è la mente lucida. Quella domenica 13 agosto del 1961, quando i soldati della Ddr cominciarono a srotolare filo spinato lungo i confini del settore Est, era un ragazzo di 23 anni che studiava da sei mesi medicina alla Freie Universität di Berlino. «Ho letto la notizia sui quotidiani greci mentre ero a Sparta in vacanza con mia sorella. Ho visto le foto dei carri armati a Berlino e non potevo crederci», racconta l’ortopedico mentre sorseggia una tazza di caffè. «Ero arrabbiatissimo. Non si poteva murare dentro qualcuno contro la sua volontà, ho pensato. Mi aspettavo che gli americani sarebbero andati lì a togliere quel dannato filo spinato. Capisce, io mi ero trasferito a Berlino perché per me era il centro della politica mondiale e la mecca dell’arte. Poi, da un giorno all’altro, la Komische Oper o il Berliner Ensemble non erano più parte della mia città. Più tardi ho capito che gli alleati avevano scelto di non intervenire militarmente perchè temevano un’escalation. Mi ricordo che Kennedy disse: “Ogni muro è meglio di una guerra”. Ma in quel momento non riuscivo ad accettarlo».
«Il primo giorno che sono tornato a Berlino dopo la fine delle vacanze estive un amico dell’università mi ha detto: “Sto aiutando persone dell’Est che vogliono venire all’Ovest, vuoi partecipare?”. In quel momento potevano muoversi liberamente nella parte Est della città solo gli stranieri e chi aveva il passaporto tedesco dell’Ovest. Ai berlinesi dell’Ovest invece era stato vietato, perché solo nei primi 9 giorni della costruzione del muro 1.600 persone che abitavano ad Est sono transitate all’Ovest, per la maggior parte famiglie che si sono ricongiunte con i documenti dei parenti nell’altra parte della città e per questo il 22 agosto hanno introdotto il divieto. Io invece venivo da Stoccarda e mi potevo muovere senza problemi a Est, quindi da subito ho cominciato ad aiutare». Ma chi voleva andarsene dalla Ddr in quella tarda estate del 1961? «All’epoca c’erano tanti Grenzgänger, cioè persone che vivevano a Berlino Est ma lavoravano o studiavano a Ovest», prosegue Veigel. «Era perfettamente normale. Il mio amico aveva compilato una lista di nomi e indirizzi di compagni di università che frequentavano la Freie Universität e la Technische Universität all’Ovest e vivevano all’Est. Ne avevamo contati circa 850 e volevamo accertarci di cosa volessero fare, se rimanere a Est o trasferirsi. Perché nella Ddr per studiare dovevi prima “dimostrare la tua validità nella produzione”. Mi ricordo solo di due che non hanno accettato il nostro aiuto: una era una ragazza che non voleva lasciare la madre, l’altro era Manfred Stolpe, poi diventato il primo ministro-presidente Spd del Brandeburgo nel 1990, dopo la rivoluzione pacifica, laureato in Giurisprudenza all’Ovest e studente di diritto internazionale alla Fu. Di lui si diceva che avesse buoni rapporti con la Stasi. In ogni modo entro ottobre siamo riusciti a portare all’Ovest tutti quelli che lo desideravano. Ma il problema è che giorno dopo giorno il lavoro aumentava. Ognuna di quelle persone fuggite poi mi diceva: “Io non sono solo: ho un fratello, una sorella, dei genitori, un fidanzato…anche loro vogliono uscire e hanno bisogno di aiuto”». Un effetto valanga. «Per la maggior parte li abbiamo fatti fuggire con passaporti falsi. In totale sono state diecimila le persone fuggite con questo sistema, in circa 800 sono passate attraverso i tubi di canalizzazione e di scolo, e circa 320 persone passando per i tunnel scavati sottoterra». Ma perché si è pensato proprio ai tunnel? Chiediamo a Burkhardt.
«C’erano già stati i primi morti tra chi aveva tentato di passare da una parte all’altra del confine, gente uccisa dai colpi di pistola delle guardie di frontiera in acqua o mentre cercava di scavalcare. Allora in molti pensavano che passando sotto terra sarebbe stato meno pericoloso. Ma era un’idea infondata», ci spiega. «I tunnel potevano essere scoperti, crollare, potevano essere inondati di acqua del sottosuolo ma soprattutto dentro ai tunnel si girava armati. Chi li costruiva aveva sempre con sè un revolver o un’arma da fuoco. Non si sapeva chi si sarebbe trovato dall’altra parte. E se ci fosse stata la Stasi? Ricordiamoci che le gallerie erano costruite sempre da Ovest in direzione Est. Quindi la minaccia era reale e le armi servivano a sentirsi sicuri. Invece chi fuggiva con un passaporto falsificato o nascosto in un’auto non portava con sé armi. Inoltre chi passava attraverso il tunnel con un’arma in mano di solito non era qualcuno addestrato a usarla, quindi poteva essere pericoloso per sé e per gli altri. Il rischio di incidente mortale era paradossalmente più alto». Burkhart si alza dal tavolo e si dirige verso il computer su una scrivania ingombra di libri ma ordinata, dove campeggia una bella lampada Tolomeo. Tutto nella casa riflette un spirito razionale assieme a un’educata passione per l’arte. Il signor Veigel ci vuole mostrare le foto del suo tunnel. «Io ho partecipato alla costruzione del cosiddetto Schnuppelntunnel, tra Neukölln (quartiere dell’Ovest) e Trepotw (all’Est). In quel luogo, il tratto tra i due lati del confine era particolarmente stretto, tra diciotto e venti metri, non come altrove dove si arrivava anche a centocinquanta metri. Questo implicava che quella galleria poteva essere rapida da costruire, bastavano quattro giorni di lavoro, non mesi come altrove. Poco prima di arrivare all’obiettivo, quindi a Est, c’è stato un crollo. La Stasi se n’è accorta e ha gettato un fumogeno. A quel punto mi hanno chiamato. La squadra era guidata da un amico che aveva già lavorato alla costruzione di sei tunnel. Per non sprecare il duro lavoro già fatto, la sua squadra voleva fare una deviazione del tragitto e allungare. Ma la Stasi a quel punto era sulle nostre tracce e portare a termine il lavoro sarebbe stato troppo rischioso, quindi abbiamo abbandonato. Era una galleria alta 60 cm circa e ci si muoveva spostandosi con i gomiti, l’ossigeno era scarso. A Berlino ci sono stati 75 tunnel ma solo 19 sono stati usati con successo, gli altri sono stati scoperti». Da allora Burkhart ha continuato il suo lavoro, ma in altri modi.