Giovani
28 gennaio, 2026Umberto Eco, nella sua Bustina "Perché l'uomo tende all'odio", commenta come i due sentimenti più polarizzanti dell'animo umano, oltre a segnare la nostra quotidianità, hanno segnato la Storia. E mentre l'odio abbraccia con facilità, l'amore resta la sfida più difficile
Non si parla abbastanza delle ragioni per cui è difficile amare qualcuno. Ribatterete affermando che questa sia una menzogna, siamo tempestati dalle vicende di cuori spezzati. Che fuoriescano dallo schermo di un cinema o dalla bocca dell’amico in difficoltà, esse non cambiano. Tuttavia, oggi vogliamo raccontare una storia differente. Perché l’uomo tende all’odio si chiede Umberto Eco, in una Bustina dedicata ai due opposti più famosi della storia umana: verrebbe da dire, istintivamente, che possiamo innamorarci di qualcuno anche attraverso una scintilla improvvisa, mentre l’odio è un’avversione che matura nel tempo, dedicata a chi ci ha riservato un torto grave. Se fosse così, rimarrebbero inspiegati fenomeni come il razzismo: a meno che ogni razzista che conoscete non sia stato rapinato, almeno una volta nella vita, da un immigrato.
L’odio non ha bisogno di occhi con cui vedere o di ragioni da comprendere: si nutre rapidamente delle nostre paure, diventando più pervasivo di quanto immaginiamo. Il vero sentimento al quale dovremmo prestare attenzione, tuttavia, è l’amore: una forma di affetto che possiede un atteggiamento selettivo. “Il vero punto è che l'amore isola. Se amo follemente una donna, pretendo che lei ami me e non altri (almeno non nello stesso senso), una madre ama appassionatamente i suoi figli e desidera che essi amino in modo privilegiato lei (mamma ce n'è una sola) né sentirebbe mai di amare con la stessa intensità i figli altrui”, scrive il semiologo. Sì, il quinto comandamento tuonerà pure di amare il prossimo come noi stessi, ma diciamoci la verità, nessuno tratterebbe la commercialista o il fornaio come il proprio padre. E se mai conoscerete qualcuno capace di amare uno sconosciuto al pari della persona a lui più cara, chiedetegli da quale pianeta arrivi o se sia in grado di trasformare l’acqua in vino: sicuramente non lo riterremmo umano.
L’odio, d’altro canto, è un sentimento collettivo: lo deve essere per i regimi totalitari o per le religioni fondamentaliste, “perché l'odio per il nemico unisce i popoli e li fa ardere tutti di un identico fuoco”, afferma lo scrittore. Ha un animo generoso e, come canta Brunori Sas ne L’uomo nero, brano in cui racconta dei pregiudizi che abitano la nostra mente, si annida nel cervello “quando piuttosto che aprire la porta la chiudo a chiave col chiavistello. Quando ho temuto per la mia vita seduto su un autobus di Milano, solo perché un ragazzino arabo si è messo a pregare leggendo il Corano”.
È semplice intuire perché i secoli sono stati pervasi da sangue e massacri: così facile da coltivare e da far prosperare, l’odio abbraccia con una facilità che all’amore è sconosciuta. Ecco perché non si parla abbastanza delle difficoltà ad amare: essendo riservata a pochi, incorniciata in una faccenda privata, crediamo che questa passione non necessiti di insegnamenti, con il risultato che abbiamo confuso l’esclusività con l’appropriazione dell’altro. Ma non abbiamo affermato finora che l’amore stringe, pretende, soffoca a tal punto da pregare: “ama il prossimo tuo solo se è carne di razza italiana”, come canta sarcasticamente Brunori?
Abbiamo anche detto, tuttavia, che siamo in grado di innamorarci attraverso una scintilla: non abbiamo sempre creduto, d’altronde, che la passione sia perdita di controllo, eccesso e sregolatezza? Queste sono contraddizioni che dovrebbero svelarci alcune verità: l’amore chiede di essere ascoltato, sbarazzandoci di ciò che lo inquina. Anche lui sembra nutrirsi delle nostre paure, dei mostri che si nascondono negli angoli più bui della nostra mente e, senza un’adeguata educazione ai sentimenti, lo farà: o perché incapaci di vedere l’altro, una volta annebbiato dalle nostre pretese, o perché così affamati del calore altrui da dimenticarci del nostro. L’amore è difficile non solo perché elitario, concesso a pochi cari, ma perché lo confondiamo con il possesso, forgiato sia dalle catene con cui intrappoliamo l’altro, sia dalle sbarre in cui rinchiudiamo noi stessi. A differenza dell’odio è un progetto che richiede apertura a cambiamenti, retromarce e battaglie emotive: modellando un fragile, ma potentissimo, equilibrio.
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