Dopo il film su Cucchi il colosso dello streaming manda in sala il capolavoro del regista messicano che ha trionfato a Venezia. Il mondo degli esercenti si spacca. «Difendiamo la qualità». «No è l'inizio della fine»

È enorme. È fortissimo. Non guarda in faccia a nessuno. Vuole conquistare il pianeta. E intanto minaccia le nostre care vecchie abitudini di cinespettatori residuali, spazzando via le ultime sale della penisola per chiuderci tutti in casa a consumare in dosi urto serie tv. E domani magari anche film d’autore. Ma sarà proprio così?

Aspettando Checco Zalone, o un qualche blockbuster anche neozelandese capace di raddrizzare gli incassi, i grandi e piccoli circuiti cinematografici attivi in Italia (non tutti italiani peraltro) hanno dichiarato guerra a un Cattivo davvero da Oscar: l’inesorabile Netflix, un mostro con un algoritmo al posto del cuore che guida l’avanzata mondiale dei servizi video on demand. E si prepara ad abbattere le ultime resistenze iniettando nelle poche e maledette sale disponibili un veleno irresistibile. Un capolavoro che ha vinto l’ultima Mostra di Venezia, ed essendo girato in 65 millimetri e in bianco e nero sembra fatto apposta per il buio e il grande schermo: “Roma” di Alfonso Cuarón.

Il Grande Tradimento sarà a tempo determinato, come usa oggi per i film-evento. Tre giorni appena nei cinema felloni, una cinquantina di schermi, dal 3 al 5 dicembre. Poi dal 14 “Roma” va su Netflix e buonanotte. Anche qui però chissà. Se il film dovesse andar bene, cosa probabile, molti indipendenti sarebbero pronti, orrore, a tenerlo in sala. Magari, doppio orrore, fino a Natale: e pazienza se intanto è arrivato sulla piattaforma. Un pubblico esigente esiste, diamogli ciò che merita, questo è il ragionamento. Così pero gli irriducibili violeranno il patto siglato dalla stragrande maggioranza degli esercenti, che considerano questa uscita così vicina allo streaming un pericoloso precedente e hanno deciso di boicottare con ogni mezzo i titoli Netflix. Fossero anche capolavori.
Recensione
"Roma", Cuarón e il Messico diviso in un piano sequenza
3/12/2018

E già, perché è questo il punto, esploso a Venezia dopo il gran rifiuto di Cannes, che escludendo dalla gara i lavori prodotti dalle piattaforme ha regalato al Lido il film di Cuarón (e vari altri tra cui quello dei Coen, che però stranamente nessuno si è offerto di far uscire al cinema). Finche il colosso dello streaming presentava nei festival filmastri come “Beasts Of No Nation”, flop critico e commerciale, nessuno si sentiva minacciato. Ora che Cuarón ha vinto il Leone e che anche i più grandi registi del mondo, da Scorsese a Guillermo Del Toro, firmano contratti d’oro con Netflix, la musica cambia.

L’antitaliano
Il caso Cucchi visto da vicino
21/9/2018
Il caso di “Sulla mia pelle”, il film sul caso Cucchi messo in sala addirittura in contemporanea alla diffusione in streaming, fa riflettere. Ma viene letto in modi opposti. Benché flagellato dalle proiezioni pirata e potenzialmente visibile a tutti gratis (la piattaforma, diabolica, offre ai non abbonati un mese di prova), il calvario di Cucchi rivissuto da Alessandro Borghi ha fatto incassi di tutto rispetto. Segno che se il titolo tira molti spettatori preferiscono vederselo in sala. Ma gli esercenti temono che questo sia solo l’inizio di una deriva fatale. Né basta a rassicurarli il decreto legge appena varato dal ministro Bonisoli, che restringe le windows per i film italiani più sfortunati, liberi di andare in streaming dopo 60 o addirittura 10 giorni a seconda degli incassi, del numero di copie e del budget promozionale. Il decreto infatti non riguarda i titoli stranieri, che si spartiscono la fetta più ricca del mercato. E se domani, anziché aspettare 105 giorni, come si è sempre fatto finora, al primo cedimento i film andassero in streaming? Quanti pagherebbero ancora un biglietto anziché aspettare poche settimane?
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La questione può apparire corporativa, ma ha avvelenato il clima creando lacerazioni dolorose nell’ambiente. Tanto che gli addetti ai lavori parlano, anche a raffica, ma quasi nessuno vuol esser citato.

I temerari che proietteranno “Roma” si sono visti minacciare di rappresaglie e ritorsioni: niente titoli di pregio, emarginazione, messa all’indice. Non è uno scherzo per esercenti già provati dalle condizioni di mercato attuali. Lo spiega per tutti il mitico Antonio Sancassani, barricadiero gestore del Mexico, la sala monoschermo milanese celebre per aver lanciato il talentuoso Giorgio Diritti tenendo in sala più di due anni “Il vento fa il suo giro”, bellissimo esordio in cui nessuno credeva. «Se farò “Roma” è perché è un grande film e a fine anno devo pagare i miei dipendenti. Punto. Io non sono un multiplex che se ne frega dei biglietti tanto fa i soldi con bibite e popcorn. Ma nessuno deve dirmi cosa programmare. Se dopo “Roma” chiuderò tanto peggio, ormai ho 70 anni, so bene che essere indipendenti ha un prezzo». E se gli si fa notare che solo il pubblico più maturo ormai frequenta le sale d’essai, ricorda che «per “Sulla mia pelle” la sala era strapiena di ragazzi».

Grandi circuiti arroccati contro indipendenti coraggiosi, dunque? La faccenda è più complicata, tanto che a distribuire “Roma” sarà un’istituzione prestigiosa e super partes come la Cineteca di Bologna. Disposta a farsi carico delle incognite per portare a tutti un bellissimo film. «Nessuno ha la verità in tasca» sintetizza Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca. «Ma non ci si può nemmeno far dominare dalla paura. Solo un anno fa chi poteva prevedere che Netflix avrebbe accettato di uscire in sala? Se “Roma” va nei cinema, anche per poco, significa che il loro atteggiamento è cambiato. E poi i film non sono tutti uguali, quello di Cuarón sembra nato per cantare la gloria della sala, il rito che tentiamo di tenere in vita, e in sala doveva arrivare. Con Marco Bellocchio - presidente della Cineteca - ci siamo interrogati a lungo sul da farsi. Ma la nostra missione è difendere la bellezza, non potevamo avere dubbi. Se “La dolce vita” o “Il gattopardo” li avessimo visti in tv o su un pc, forse non avremmo capito che erano capolavori».

Rito, bellezza, capolavoro: parole che a casa Netflix sanno di Oscar. Difatti il colosso diretto da Reed Hastings ha già assoldato la più scaltra stratega su piazza, Lisa Taback, la spin doctor che accompagnò la scalata di Harvey Weinstein negli anni d’oro, per garantire al regista messicano la statuetta del miglior film. Vista dalla California, insomma, l’operazione “Roma” serve a rubare lo scettro di Hollywood dalle mani delle Majors. Ed è anche questo a far paura, perché Netflix, benché indebitata fino al collo, dispone di un potere economico esorbitante che sta investendo nella produzione. Accaparrandosi i talenti più prestigiosi, Scorsese in testa, per vincere lo scontro con le altre piattaforme on demand. Anche la Apple infatti si prepara a varare il proprio servizio streaming investendo un miliardo di dollari nella produzione di serie e film. Meno di un decimo di quanto ha speso Netflix quest’anno, ma con partner di qualità se la a 24, la società di produzione con cui la casa fondata da Steve Jobs ha stretto accordi, è la stessa cui si devono film acclamati e premiati come “Moonlight” e “Ladybird”. Se poi i nuovi film andranno anche in sala, è presto per dirlo. Ma è giusto ricordare che un altro titolo Oscar, oltre che di grande rigore, “Manchester by the sea”, era prodotto da Amazon ma restò nei cinema tre mesi.

Saranno i membri dell’Academy insomma, non gli esercenti italiani, a decidere le sorti di Netflix o almeno a provarci. Qualcuno già si è messo di traverso. Un certo Spielberg, che ai tempi del folgorante “Duel”, tecnicamente un tv movie, vinse un Emmy e non un Oscar, ha già tuonato contro i film «nati per la televisione» che escono lo stretto necessario per potersi candidare agli Oscar. Difficile immaginare un film meno televisivo di “Roma”. Ma anche negli Usa, come in Italia, solo le sale indipendenti lo proietteranno, i grandi circuiti hanno sprangato i battenti. Per far cambiare strategia a Netflix, in fondo basterebbe cambiare le regole degli Oscar. Ma non è detto che l’Academy ne abbia la forza. O l’intenzione.

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