Il caso Cucchi visto da vicino

Il film "Sulla mia pelle" racconta una storia che ci riguarda tutti. Senza mostrare la violenza, ma facendola vivere

Sicuri di conoscere la storia di Stefano Cucchi? Sicuri di conoscere i dettagli della vicenda che ha portato alla sua morte? Forse prima che uscisse “Sulla mia pelle” avreste detto di sì. Avreste risposto che sapevate chi fosse Cucchi e che i dettagli del suo calvario vi erano noti. Ricordavate le immagini del suo corpo smagrito e tumefatto mostrate dalla sorella Ilaria, donna coraggiosissima. E tanto vi bastava per dire: so cosa è accaduto.

Eppure non era così. Non sapevate abbastanza e lo dimostra l’accoglienza che ha avuto il film su Stefano Cucchi. Non conto più i messaggi che mi stanno arrivando da chi, interessato alla vicenda di Stefano Cucchi, mi dice: «Non pensavo avesse sofferto tanto», «Non pensavo che queste cose potessero accadere», «Credevo di sapere e ho scoperto di non sapere niente».

Qualcuno ammette che, mentre guardava “Sulla mia pelle”, a un certo punto il corpo è come se si fosse rifiutato di far entrare altri fotogrammi. Gli occhi pieni di lacrime impedivano di vedere cosa accadeva: una sorta di meccanismo salvavita. L’accoglienza e l’impatto che ha avuto “Sulla mia pelle” dimostra, più di ogni ragionamento possibile, come si sia compiuto il delitto perfetto, quello che si consuma lentamente, talmente tanto da non riuscire nemmeno a vederlo. Vittima è la cronaca, ovvero il racconto quotidiano di ciò che accade, un racconto che è superato, nel tempo di un respiro, dall’evento successivo. Non si riesce più a dare priorità a una notizia rispetto a un’altra e così la vicenda di Stefano, di cui pure ci siamo occupati in tanti, è stata spesso messa in ombra, superata anch’essa in un lasso di tempo infinitesimale.

E quando la cronaca è sfiancata da un flusso continuo e ininterrotto di notizie, quando la nostra attenzione è continuamente sollecitata tanto da non riuscire a fermarsi, a ragionare, ad attribuire priorità, ecco che film, serie tv e documentari vengono in soccorso.

In passato uno dei principi fondamentali dei prodotti cinematografici e televisivi era avere attenzione a non rappresentare una realtà troppo vicina, una realtà troppo “vera” perché esistono - esistevano - delle precise regole per la trasposizione su schermo. La verità non funzionava così com’era, aveva bisogno di diventare un racconto fluido, di avvicinarsi all’archetipo, di poter essere l’esempio. Un tempo era l’universale a essere raccontato, quell’universale che potesse contenere il caso Cucchi, il caso Aldrovandi, il caso Uva, il caso Magherini, il caso Mastrogiovanni, per citare alcuni nomi di persone morte mentre erano “affidate” allo Stato. Oggi al contrario abbiamo la necessità di fermarci sul particolare, di fermarci sul caso singolo azzerando. La regola della giusta distanza, quella che consentiva al racconto di non presentare distorsioni, di essere dentro i fatti ma a una distanza tale da non esserne assorbito, oggi quasi non vale più.

Oggi non ci spaventa più la deformazione che la vista può subire dalla eccessiva vicinanza, sappiamo invece che quella vicinanza è necessaria a eliminare i frammenti di informazione non pertinenti, quelli che distraggono. Penso a quando le notifiche continue di WhatsApp rompono la concentrazione, e poi si ritorna alle notizie, ma nel frattempo la home che stavamo consultando è stata aggiornata e le news sono cambiate. La notizia che volevamo approfondire è già vecchia, anche se ha solo dieci minuti e chi di noi sente di potersi permettere il lusso di sprecare tempo? Oggi abbiamo dosi massicce di aggiornamenti e un numero infinito di approfondimenti senza sapere in quali avere fiducia e di quali dubitare. Ed ecco che questo pieno, che alla fine diventa un tragico vuoto, viene riempito da racconti che si fanno portatori di punti di vista forti, ma che non hanno nulla a che fare con la tifoseria che invade i social.

Esistono storie che nessuno conosce davvero, ecco perché c’è bisogno che il cinema vada in soccorso alla cronaca. Il valore di “Sulla mia pelle” sta in questo: ha raccontato la storia di Stefano Cucchi senza mostrare la violenza, senza pugni e calci; non servivano a svelare un orrore che riguarda tutti, quello di un cittadino italiano morto mentre era affidato allo Stato. Mentre lo Stato ne era custode e responsabile.

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