Nino D'Angelo: "Qui la gente muore ma a qualcuno sembra fare più paura la parola allarmismo che la parola morte"

Il compleanno di Riccardo cadeva ieri. Quattro anni il 17 novembre. Ma per lui non c’è stato nessun set cinematografico, niente vestito di Batman che potesse fare il giro del mondo e conquistare le prime pagine dei giornali. Né ieri, né due anni fa quando se ne è andato per una forma aggressiva di leucemia. «È passato dallo svezzamento ai chemioterapici» racconta Anna, la sua mamma che tiene tra le mani la foto di quel bambino bellissimo. I suoi occhi cerulei riescono a trasmetterti comunque serenità. È incredibile ma è così.

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Nella marcia dei 70 mila, il #fiumeinpiena che si è riversato da tutta la regione su Napoli, c’era anche lei: «Non voglio telegrammi, non voglio che qualcuno mi chieda scusa: voglio che si intervenga subito, che si faccia qualcosa». Anna viene da Caivano, dalla parrocchia di don Maurizio Patriciello, il parroco ormai noto per la sua battaglia ambientalista. Inviso a qualche opinion maker e a un pezzetto dello stesso movimento, che vede in lui una non meglio precisata ingerenza della Chiesa. «Chi ha sfilato a Napoli oggi è il figlio degli eroi delle Quattro giornate», dice. «Gli Americani hanno fatto il loro dovere, avvisando del pericolo che c’era. Gli italiani no. Questa è una cosa grave», aggiunge a proposito dello studio commissionato dalla UsNavy e pubblicato dal nostro giornale. «Lì è la copertina che fa torto a un ottimo articolo. I dati americani sono incontestabili e l’Italia non può permettersi più di avere valori fuori dagli standard internazionali», chiosa Antonio Marfella, tossicologo-oncologo del Pascale.

«Francamente non capisco tutta questa polemica sull’allarmismo», dice Nino D’Angelo, il popolare cantautore partenopeo, che ha marciato a braccetto di don Patriciello. Qui la gente muore e a qualcuno sembra far più paura la parola “allarmismo” che la parola “morte”». Non certo ai genitori e ai compagnetti di scuola di Dalia, colpita da linfoma di hodgkins. «I medici ci hanno spiegato che spesso è provocato dall’uranio – denunciano -  Noi siamo certi che sia colpa di materiali radioattivi sepolti anche a Casalnuovo, dove viviamo». È alle porte di Napoli, a 5 chilometri dalla base della US Navy di Capodichino.

La parola “verità” è la più gettonata, insieme a “bonifica” e “mappatura” del territorio, nel movimento visto in piazza sabato, ricco della sua eterogeneità. Dietro #stopbiocidio ci sono sigle storiche, movimenti e comitati civici, che da anni sono impegnati nel denunciare e contrastare il dramma ambientale che si consuma in Campania. Altro che gente che si è girata dall’altra parte. Ci sono storie di uomini, di donne e di bambini, e dello stupro sistematico della loro terra. C’è chi fa la colletta per fare analisi delle acque del Lago d’Averno, chi si oppone alle trivelle del petrolio in Irpinia. C’è Tommaso Ascione, che negli anni ’80 marciava contro la Camorra ad Acerra e poi è stato alla testa del movimento contro il famigerato inceneritore nel 2004. Stringe per mano il suo bambino di 10 anni: «Siamo stati i primi a protestare: triste primato. Ci avevano promesso bonifiche ma l’impianto è partito nel 2008 e delle opere di risanamento non c’è nemmeno l’ombra». C’è Enzo Morreale, ex quadro del PCI, che conduce la sua battaglia a San Giovanni a Teduccio, storica roccaforte della Sinistra ed ex polo industriale di Napoli. Battaglie contro la centrale elettrica riconvertita da carbone a metano. Battaglie contro l’ampliamento del Porto che, secondo le loro stime, triplicherà l’inquinamento. «Ci avevano detto che almeno l’area del porticciolo turistico era stata bonificata», racconta.  «Ora scopriamo che non è così». C’è Renato Natale, l’ex sindaco di Casal di Principe che la Camorra voleva uccidere:  «Io non me ne voglio andare, non l’ho fatto nemmeno quando ho rischiato la vita. Voglio restare qui a difendere questa mia terra». E aggiunge, pragmatico «non ci servono i miliardi delle bonifiche ma una serie concreta di mappature e di controlli, che possono cominciare pure domani».

Certo, oggi in quelle terre c’è una consapevolezza maggiore di quando, quasi vent’anni fa, fu coniato il termine “Terra dei fuochi” da Raffaele Del Giudice, allora in Legambiente oggi a dirigere la municipalizzata dei rifiuti a Napoli, l’ASIA: «È un gran giorno. Ma provo un sentimento misto di gioia e di rabbia: se solo mi avessero ascoltato prima…», dice il protagonista del docufilm “Biùtiful Cauntri” che denunciava lo scempio già 6 anni fa, nelle stesse settimane in cui l’Espresso dedicava pagine e copertine al dramma ambientale campano. Ma nessuno ha voluto sentire. E, oggi, il problema più grosso è ricreare un dialogo tra la piazza e le istituzioni. Il gonfalone del Comune di Napoli, che voleva aprire il corteo, è stato ricacciato indietro in malo modo. All’assessore Moxedano, che cercava timidamente di aggiungersi alla marea umana, l’invito è stato perentorio «A ccà annanz te n’è a jì!», te ne devi andare da qui. Il Sindaco De Magistris si è affrettato a inviare nelle redazioni un comunicato con tanto di foto “rubata” con lo smartphone per dimostrare che lui c’era, nonostante i movimenti lo avessero invitato a non scendere in piazza. Come se dover marciare defilato, nella più grande manifestazione ambientalista mai vista a Napoli, fosse per il primo cittadino un’«altra conquista di questa Amministrazione», come ama dire.

«Non ci rappresenta nessuno» urlavano, l’altra sera, in testa al corteo mentre il #fiumeinpiena entrava a Piazza del Plebiscito con le gigantografie di quelli che vengono ritenuti i “responsabili del biocidio”: Rastrelli, Bassolino, Bertolaso, Improta, Pansa. «C’è stanchezza nella gente, che si chiede perché tanto silenzio e non interventi sensati e perenni» è lo sfogo di Rosanna Ferrigno, la giovane fidanzato di Lino Romano, vittima innocente di Camorra. C’è anche lei nel #fiumeinpiena. «Siamo tanti, difficile non vederci. Non siano i politici a nascondersi, ora». 

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