Una scuola privata con quasi duecento anni di storia. Oltre 500 studenti paganti. Un patrimonio immobiliare da circa 30 milioni di euro: un enorme convento incastonato nelle viuzze del centro storico di Brescia, 10 mila metri quadrati di edifici cui vanno aggiunti portici, giardini e la chiesa. È questo il bottino in palio nell'inedita battaglia tra suore e preti, tra le Orsoline e la Curia, fra un gruppo di anziane sorelle e il vescovo locale Pierantonio Tremolada. Uno scontro interno al Vaticano combattuto a colpi di insulti, intimidazioni, minacce. E che ora, grazie a documenti ufficiali e testimonianze dirette raccolte nella comunità bresciana, può essere raccontato.
A parlare è Roberto Perghem, da quasi vent'anni avvocato della Sacra Rota, il tribunale del Vaticano. Fino a tre mesi fa, Perghem difendeva legalmente le Orsoline del convento di Sant'Orsola di Brescia davanti alle autorità della Santa Sede. Le proteggeva dalle mire del vescovo Tremolada, l'uomo che secondo le suore stava facendo di tutto per togliere al loro controllo la sede della storica scuola e i proventi da essa generati. Poi il colpo di scena. «A giugno», racconta l'avvocato Perghem, «le suore mi hanno revocato improvvisamente il mandato. Non è stata una scelta volontaria: sono state indotte a farlo proprio da sua eccellenza il vescovo di Brescia, che per raggiungere il suo obiettivo è arrivato a intimorire le tre anziani madri, come mi ha raccontato al telefono in lacrime la reverenda madre superiora prima di chiedermi di abbandonare la battaglia legale».
La suora in questione si chiama Maria Cecilia Serina, 74 anni. Contattata da L'Espresso, ha preferito non rilasciare commenti sulla vicenda. A confermare lo scontro tra la Curia bresciana e le Orsoline ci sono però decine di documenti: carte giudiziarie, lettere ufficiali, bilanci e verbali del consiglio d'amministrazione della fondazione che controlla l'Istituto Santa Maria degli Angeli, da tutti conosciuto in città come la Scuola delle Orsoline. Centinaia di pagine che dimostrano soprattutto un fatto: Tremolada, con l'appoggio del Vaticano, ha fatto di tutto per sottrarre la scuola al controllo delle suore. E ci è riuscito.
L'Istituto fondato nel 1827 è infatti oggi in mano alla Curia locale, che può disporre dell'enorme patrimonio immobiliare e di tutta la liquidità presente nelle casse del convento, oltre 1 milione di euro alla fine del 2017. Nella comunità cattolica di Brescia si vocifera che il passaggio di mano forzato sia il sintomo della difficile situazione economica della Diocesi locale, la quale punterebbe a risollevarsi proprio grazie ai beni delle Orsoline. Una tesi indirettamente confermata dallo stesso Perghem, secondo cui in Italia esistono altri casi molto simili a quello di Brescia. Ipotesi, per ora. Di sicuro la scalata all'Istituto Santa Maria degli Angeli è stata avallata dal cardinale João Braz de Aviz, l'arcivescovo brasiliano a capo di Ivcsva, la congregazione che si occupa di tutto ciò che attiene agli ordini della Chiesa cattolica, compreso appunto quello delle Orsoline. È stato proprio de Aviz a nominare Tremolada commissario pontificio dell'Istituto, di fatto mettendogli in mano le sorti della scuola. Una decisione presa nonostante l'opposizione manifestata più volte dalle tre anziane suore, le quali in una lettera sono arrivate a definire «un furto» quanto avvenuto.
Per comprendere la genesi di questa storia bisogna partire dal 2013. È allora che la scuola viene posta sotto il controllo di una fondazione civile controllata dalla Diocesi di Brescia. La scelta di far entrare per la prima volta i preti è inizialmente condivisa dalle suore. Ma le Orsoline hanno fatto male i conti, perché poco dopo vengono estromesse dalla gestione. Lo racconta, in una lunga lettera inviata al cardinale de Braz lo scorso 8 marzo, l'allora economo della fondazione Vittorio Borghi. Sotto la gestione della Curia, il bilancio dell'istituto peggiora: dal 2013 al 2016 gli studenti calano mediamente del 20 per cento e le perdite aumentano con costanza fino a superare il mezzo milione di euro.
A questo punto le cose cambiano. Messe all'angolo, le Orsoline chiedono e ottengono dal Vaticano la nomina dell'allora vescovo cittadino, Luciano Monari, a commissario pontificio della scuola. Monari rimette la gestione dell'istituto nelle mani delle suore e il conto economico inizia a migliorare. «Il bilancio è stato risanato e nel 2018 posso ipotizzare con buona certezza il ritorno al pareggio», scrive Borghi nella lettera indirizzata alla Santa Sede l'8 marzo scorso. Le parole del manager sono confermate dai numeri. A fine 2017 la Fondazione ha registrato una perdita di 193 mila euro, quasi un terzo rispetto all'anno precedente. Com'è stato possibile? L'allora economo della fondazione punta il dito contro l'operato della Curia: l'evidente miglioramento dei conti è dovuto, scrive, «al ripristino di quella che è sempre stata la sana e prudente gestione delle Orsoline». Nella pratica il manager è riuscito a ridurre i costi di oltre 300 mila euro senza licenziare, contemporaneamente anche i ricavi sono aumentati grazie a nuovi corsi introdotti e un maggior numero di iscritti. C'è di più. La fondazione nel 2018 potrebbe chiudere l'anno in pareggio grazie al contributo pubblico di 232 mila euro. È quello previsto da anni per tutte le scuole parificate. Solo che la Curia non lo aveva mai ottenuto.
Nonostante il risanamento finanziario, il Vaticano decide di rimettere la scuola nelle mani della Curia. Quando il vescovo Monari va in pensione, Papa Francesco nomina al suo posto Tremolada. È il 12 luglio del 2017. Quattro mesi più tardi le Orsoline vengono a conoscenza di una lettera che il nuovo vescovo ha inviato in Vaticano per chiedere di essere nominato commissario pontificio dell'Istituto. Una richiesta che per le suore ha un significato preciso: essere esautorate dal controllo della scuola e private delle sue ricchezze. Le motivazioni addotte da Tremolada nella richiesta alla Santa Sede sono due. Da una parte «l'età e lo stato di salute delle sorelle» che gestiscono la scuola, dall'altra «il grave dissesto economico in cui versa la Fondazione». Ma per le Orsoline sono argomentazioni sorpassate.
Nell'istanza inviata nell'aprile scorso al cardinal de Aviz, quella poi ritirata per timore delle ripercussioni, le suore rispondono punto su punto. Noi troppo vecchie e malate per poterci occupare della scuola? «Nei prossimi mesi giungeranno religiose giovani e con l'energia per poterci aiutare». Quanto all'aspetto economico, le suore inviano in Vaticano la relazione economica in cui si dà conto del netto miglioramento del bilancio. E in alcune lettere scritte nello stesso periodo al cardinal de Aviz le Orsoline sono ancora più chiare. «Quando abbiamo fatto le rimostranze sulla alienazione dei nostri beni - scrivono Maria Grazia Daffini, Maria Fausta Archiati e Maria Cecilia Serina - siamo state definite voltagabbana, capricciose, dalla memoria corta, disobbedienti». E ancora: «Noi stiamo vivendo questa forma di donazione come una sottrazione, perché non siamo mai state interpellate. Desideriamo non essere espropriate dei nostri beni, che rappresentano la nostra sicurezza per la cura delle malate e il sostentamento delle religiose viventi».
I documenti di denuncia si fermano qui. Il 28 maggio Tremolada scrive alle suore. Ha saputo delle loro richieste al Vaticano. E passa al contrattacco: «Le vostre scelte potrebbero avere conseguenze gravissime», scrive il vescovo minacciando «un'azione legale sul piano civile e canonico con effetti dolorosissimi». Da allora la posizione delle suore è diametralmente cambiata. Lo dimostra la revoca del mandato all'avvocato Perghem, che ha abbandonato la causa davanti al Vaticano. Le dimissioni del consiglio d'amministrazione della fondazione, quello che ha rimesso in sesto in conti della scuola. E il no comment della madre superiora alle nostre richieste di commento. Tremolada ha vinto, lo spirito della Chiesa solidale invocata da Papa Francesco un po' meno.