Un’indagine della procura di Firenze sulle aziende fantasma che producono accessori per le grandi marche promette sviluppi clamorosi: gli inquirenti stanno ricostruendo la filiera che inizia dall’importazione in nero di pellame, passa dal riciclaggio nelle banche dello Stato di Xi Jinping e arriva nei negozi

Questa storia inizia al primo piano di una palazzina di Sesto Fiorentino. Il 4 settembre del 2019 la Guardia di Finanza entra in uno studio di commercialisti seguendo le tracce di un possibile giro di false fatturazioni ed evasione fiscale di piccole aziende cinesi nel settore del manifatturiero tra Prato, Firenze e Arezzo. Nulla di nuovo sotto il sole, una operazione quasi di routine da quelle parti. Ma nei computer e negli scaffali dei commercialisti i finanzieri del comando provinciale di Firenze trovano la documentazione su 1.700 partite Iva e srl tutti intestate a cinesi. E poco dopo, messo alle strette, un imprenditore racconta tutto il sistema illegale della produzione di borse e vestiti con dovizia di particolari, rompendo il muro di silenzio che spesso gli investigatori si sono trovati davanti quando sono entrati negli affari economici della comunità cinese.

 

Salta così il grande coperchio che copre il vaso di pandora della filiera del lusso. Dentro questo vaso le Fiamme Gialle trovano le tracce dell’arrivo delle materie prime per fare borse e abiti di lusso dalla Cina attraverso il porto del Pireo in Grecia e le frontiere colabrodo del Nord Est italiano, e trovano i semi del grande riciclaggio del denaro guadagnato da queste aziendine. Milioni di euro che sarebbero tornati in madrepatria nelle banche di Stato di Xi Jinping. Ma dentro il vaso ci sono soprattutto i manuali che spiegano il meccanismo che porta i produttori cinesi di borse e pelletterie di uno dei più grandi distretti del manifatturiero d’Italia a garantire alle grandi marche prezzi concorrenziali di acquisto all’ingrosso. Prezzi che hanno di fatto sbaragliato la concorrenza delle altre imprese: il tutto grazie a dazi doganali non pagati, lavoratori in nero e al meccanismo “apri e chiudi”, cioè ditte che scompaiono e rinascono sotto altre vesti sempre nello stesso posto e con prestanome usati come teste di legno, lasciandosi dietro però nel frattempo debiti all’erario a sei zeri tra imposte e contributi non versati e Iva evasa. Soltanto per attività che facevano riferimento allo studio dei commercialisti di Sesto Fiorentino l’evasione accertata è di 14 milioni di euro, la stima che fanno le Fiamme Gialle per tutte le 1.700 aziendine è di oltre 240 milioni.

 

Le indagini coordinate dal procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli stanno facendo emergere, come dicono gli inquirenti, «un fenomeno economico criminale di notevole ampiezza con una importante appendice che riguarda le grandi griffe». L’Espresso è in grado di raccontare i contorni di una inchiesta che è solo alle fasi iniziali e sta mettendo nel mirino tutta la filiera di uno tra i comparti più ricchi del made in Italy, quello del lusso.

 

Il nero e il riciclaggio
Una prima tappa di questa megainchiesta ha portato all’arresto di commercialisti e di ventiquattro imprenditori cinesi a luglio. Lo scorso dicembre il pm Tescaroli ha firmato la chiusura indagini per chiedere il rinvio a giudizio di 48 cinesi per il reato tributario di «sottrazione al pagamento di imposte». La procura contesta loro il meccanismo creato per evadere Iva, tasse e contributi attraverso il meccanismo delle aziendine “apri e chiudi”.

 

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L’inchiesta prende il volo dopo le dichiarazioni di Hongpu Ma, il primo testimone di questa storia. Racconta ai finanzieri che lo ascoltano dopo aver scoperto che lavorava per una ditta fantasma: «Qualche anno fa, avendo bisogno di rinnovare il permesso di soggiorno, mi sono rivolto a un mio conoscente chiedendogli di assumermi. Lui mi disse che non poteva, tuttavia mi consigliò di aprire una ditta e così lavorando in proprio avrei superato il problema. Il mio conoscente mi disse di rivolgermi allo studio Venezia a Sesto Fiorentino. Lì ho parlato con una signora cinese che faceva da interprete. Dopo questo incontro, il commercialista mi ha aperto la ditta. Ho fatto presente che io non avevo laboratori né dipendenti. Lui mi ha detto che potevo aprirla mettendo l’indirizzo di casa. E che avrei dovuto emettere ogni tanto qualche fattura. In cambio avrei ricevuto dei pagamenti e i contanti li avrei dovuti riportare allo studio».

 

I magistrati definiscono questo racconto «sorprendente per la sincerità e importante per dimostrare l’esistenza di un modus operandi ben collaudato». Quello che è stato accertato è che una trentina di imprenditori cinesi, che avevano invece lavoratori e dipendenti per produrre borse e pelletteria varia, quando arrivavano ad avere debiti anche per un milione di euro con l’erario chiudevano tutto e subito dopo nasceva un’altra aziendina, intestata a un prestanome spesso inconsapevole, nello stesso luogo e per la stessa attività.

 

Nelle stanze dello studio dei professionisti le Fiamme Galle trovano ben altro: «I commercialisti risultano depositari di 1.700 aziendine, tutte riconducibili a soggetti di etnia cinese, con una durata media di apertura di 3,3 anni». Un commercialista spiega al telefono a una sua conoscente il meccanismo messo in piedi, in riferimento a una impresa che lavorava per Prada: «I cinesi intestano tutto ai babbo, alla nonna e alle zie…pagano sono l’Inps per i contributi previdenziali perché lavorando per Prada queste firme qui vogliono il Durc, per quanto riguarda Irpef e Iva e lì che casca l’asino».

 

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I finanzieri interrogano quindi anche gli imprenditori cinesi che grazie a questo sistema si sono garantiti costi di produzione di molto inferiori rispetto ai concorrenti e buoni guadagni. E qui inizia una seconda inchiesta in corso e dagli sviluppi molto promettenti. Gli inquirenti, seguendo le tracce del denaro guadagnato anche in nero da queste aziendine cinesi, arrivano al riciclaggio in madrepatria. Dicono gli investigatori: «Non un euro resta nel territorio e viene reinvestito in qualche modo, molti di questi soldi sono tornati in Cina. Come? Abbiamo trovato pacchi di contante nascosto dentro camion che stavano attraversando la frontiera in uscita, ma c’è un secondo percorso che segue il denaro: attraverso dipendenti compiacenti di alcune importanti filiali bancarie della Toscana sono stati trasferiti in istituti di credito di Stato cinesi molti soldi. Il motivo per cui i responsabili bancari in Italia hanno fatto questo? Le filiali prendono una importante percentuale dal denaro fatto circolare nei loro conti verso l’estero».

 

Questo dimostrerebbe come il nero fatto dalle aziende cinesi in Italia torni spesso in patria: nei mesi scorsi L’Espresso aveva raccontato di un sistema di riciclaggio molto complesso scoperto a Pordenone e Venezia che da solo ha consentito ai cinesi di riportare a Pechino 250 milioni di euro.

 

La filiera del lusso
Ma c’è un terzo filone di indagine, che questa volta riguarda la filiera del lusso. Anche qui c’è un testimone chiave, del quale non facciamo il nome per non esporlo, che ai magistrati e ai finanzieri sta raccontando i rapporti con i mediatori dei grandi marchi: anche in riferimento a questo pentito, se così si può definire, i magistrati si dicono «increduli per la chiarezza della testimonianza che ha aperto uno scenario nuovo e molto più ampio a livello internazionale». Grazie a questa testimonianza è scattato già un primo sequestro di documentazione in alcune imprese intermediarie all’ingrosso che avevano avuto rapporti con le aziendine cinesi finite nel mirino per l’evasione.

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I Finanzieri sono entrati negli uffici della M.r. srl di Incisa Valdarno, che ha venduto prodotti a Yves Saint Laurent. Poi sono andati nella sede della Figline srl a Milano, che ha lavorato per Prada. E, ancora, nella sede della B&C company che ha venduto prodotti a Dior e Bulgari, nella Eurobag che ha lavorato per Prada e nella Elia srl che ha avuto rapporti sempre con Prada. In un caso i magistrati hanno indagato il legale rappresentante di un marchio.  Si tratta di The Bridge: l’amministratore avrebbe avuto rapporti diretti con gli imprenditori cinesi che avevano intestato la loro aziendina a una testa di legno.

 

Al momento nessun altro rappresentante legale dei grandi marchi è indagato. In ogni caso a dover garantire a livello civile e penale il rispetto delle norme di legge per la realizzazione di borse e accessori sono gli intermediari delle società che hanno sede in Italia. Però le Fiamme Gialle stanno esaminando tutte le carte contabili di questa filiera e una cosa sta emergendo in maniera lampante: i prezzi troppo competitivi che gli intermediari hanno garantito ai grandi marchi del lusso rispetto ad altre imprese. Questo è stato possibile grazie all’evasione fiscale: sia per l’ingresso della materia prima, sia nella fabbricazione vera e propria dei prodotti. Dicono gli inquirenti che sono al lavoro su tutti e tre i filoni d’indagine: «Questo meccanismo ha fiaccato i competitor, in gran parte italiani che da decenni hanno rappresentato l’ossatura del manifatturiero in questo importante distretto. Inoltre abbiamo verificato come anche il fatturato incassato dalle aziendine cinesi in grandissima parte non venga reinvestito nel territorio ma torni in madrepatria. Questo significa desertificazione economica».

 

Una domanda comunque resta in piedi: le grandi marche che hanno acquistato a prezzi molto competitivi i prodotti del cosiddetto “pronto moda” davvero non avevano alcun dubbio su come quei prezzi fossero possibili? La procura di Firenze e le Fiamme Gialle sono convinti di aver fatto solo il primo passo di un percorso che porterà lontano.

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