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Inchieste
febbraio, 2022

Tangentopoli 30 anni dopo: la rivoluzione legale è finita, la corruzione continua

Il 17 febbraio 1992 l’arresto di Mario Chiesa scoperchia il sistema delle mazzette e dei fondi neri ai partiti. Da Colombo a Davigo, dal pm veneziano del Mose a Francesco Greco, da Giuliano Pisapia all’ex presidente dell’Anac, magistrati, avvocati e studiosi spiegano perché è esplosa l’inchiesta, come fu fermata e le nuove tecniche di malaffare tra politici e imprese nell’Italia di oggi

Una tangente di 3500 euro che fa crollare il sistema dei partiti. A dispetto di tante dietrologie, il vero mistero di Mani Pulite è la modestia dell’innesco: 7 milioni di sporche vecchie lire. Banconote fotocopiate da Antonio Di Pietro, trent’anni fa pubblico ministero a Milano, e consegnate da un piccolo imprenditore monzese, Luca Magni, a un politico che lo taglieggia. La cosiddetta Prima Repubblica inizia a cadere quel 17 febbraio 1992, con l’arresto in flagranza di Mario Chiesa, presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio. «Una piccola tangente fece franare tutto perché la corruzione era generalizzata: un sistema organizzato, gerarchico, interconnesso, di estrazione e spartizione delle risorse pubbliche», spiega il professor Alberto Vannucci. «Chiesa era solo un ingranaggio, uno dei tanti: per ogni tangente, il corrotto di turno doveva versare una quota ai protettori politici a cui doveva la nomina, che a loro volta finanziavano i tesorieri locali e nazionali dei partiti. Un sistema capillare, fondato sull’omertà, dove ha un ruolo anche il burocrate di un ospizio».

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A fine marzo, le confessioni di Chiesa mettono in moto la valanga. Da un arresto all’altro, da una confessione all’altra, l’indagine continua ad allargarsi: dagli appalti comunali e regionali alle grandi aziende statali, dai fondi neri delle imprese private ai conti segreti dei partiti. L’inchiesta Mani Pulite finisce nel dicembre 1994, quando Di Pietro si dimette all’improvviso, prima di essere indagato (e poi assolto) a Brescia. In meno di tre anni, a Milano si contano 3.175 imputati. Tra i condannati ci sono tutti i leader e i tesorieri dei partiti di governo, liquidati con le elezioni che segnano la nascita del primo governo Berlusconi. Da allora la corruzione è cambiata, ma non è certo finita. E non si sono mai fermate le polemiche su quei tre anni di terremoto giudiziario.

Gherardo Colombo è stato il primo magistrato che il procuratore Francesco Saverio Borrelli affiancò a Di Pietro. «Non era un’inchiesta sui partiti o sulla politica», spiega oggi. «È stata un’indagine su singole persone, con specifiche notizie di reato, spesso di notevole gravità. In quel periodo è successo che abbiamo potuto raccogliere una mole di queste notizie e che le prove emergevano con una rapidità e una facilità mai viste in precedenza. In breve tempo, abbiamo scoperto che si pagavano tangenti quasi su ogni appalto, in tutti i settori. Sono fatti confermati da centinaia di condanne, spesso precedute da confessioni. Certe ricostruzioni, certe accuse di persecuzione, mi lasciano stupefatto. Nei primi anni di processi le assoluzioni erano del 4-5 per cento, molto al di sotto della media. I proscioglimenti e soprattutto le prescrizioni sono aumentati solo quando sono state cambiate le leggi».

Colombo è convinto che l’indagine sia nata da fattori storici. «Con il crollo del Muro di Berlino e del blocco sovietico è venuta meno l’idea che la corruzione si dovesse considerare un male necessario. Caduta la contrapposizione ideologica si è dissolto anche il legame con i partiti tradizionali. E non si è più avuta la forza di bloccare le indagini, come succedeva prima: gli ostacoli erano anche all’interno della magistratura. L’ho sperimentato personalmente con le istruttorie sulla P2 e sui fondi neri dell’Iri».

Anche la fine di Mani Pulite, per Gherardo Colombo, ha cause esterne. «Pesò molto, credo, il fatto che si arrivò alla corruzione diffusa: pochi soldi per aggiustare la verifica fiscale, avere la licenza edilizia, evitare la multa nel cantiere. Prima le indagini sembravano colpire solo i potenti, poi anche il cittadino comune ha cominciato a vederle come un problema. E allora è diventato più facile approvare leggi per fermarle, come poi è successo».

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Se Di Pietro fu il motore dell’inchiesta, la mente giuridica era Piercamillo Davigo, che riassume così Tangentopoli: «C’era una corruzione seriale e molto diffusa, anzi diffusiva. Chi corrompe o è corrotto tende a coinvolgere altri, per non rischiare: è l’onesto che diventa un pericolo. Gli studiosi distinguono tra corruzione decentrata, con tante piccole tangenti incassate da molti, e centralizzata, con grosse somme spartite tra pochi. In Italia avevamo entrambi i sistemi: tangenti a tutti i livelli, dalle aziende comunali ai partiti di governo». E perché nel 1992 il sistema è franato? «Perché sono finiti i soldi», risponde Davigo. «Prima di Mani Pulite, gli imprenditori riuscivano a scaricare i costi delle tangenti sulla pubblica amministrazione. Il sistema è entrato in crisi quando il debito pubblico è diventato insostenibile e non si poteva più continuare ad aumentarlo. Solo allora gli imprenditori hanno cominciato a sentirsi vittime di concussioni. A litigare tra loro per spartirsi la torta. E poi a confessare, dichiarandosi taglieggiati da politici e funzionari. Ma i fondi neri li avevano messi da parte già da prima di pagare le tangenti».

Le statistiche di Mani Pulite, aggiornate fino al 2002, ne evidenziano la portata: 1.233 condanne, 429 assoluzioni, 448 dichiarazioni di prescrizione o amnistia. Due terzi delle assoluzioni, per una storia di prestiti di favore, si devono a una sola sentenza, che ha considerato inapplicabili ai funzionari di una banca (privatizzata) i doveri d’imparzialità dei pubblici ufficiali. Rispetto ai normali processi, balza agli occhi l’altissimo numero di patteggiamenti, ben 828, di regola preceduti da confessioni. A questi dati, che riguardano solo il pool di magistrati coordinato da Gerardo D’Ambrosio, vanno aggiunte circa mille condanne per tangenti nell’edilizia, ottenute nello stesso triennio da altri tre pm milanesi.

Le condanne calano drasticamente dopo il 1997, quando una serie di riforme fanno aumentare le prescrizioni (oltre 700 in più) e le assoluzioni per inutilizzabilità dei verbali d’accusa non confermati in aula. Da Milano i magistrati trasmettono altrove le carte su 1320 indagati. Le procure di Napoli, Venezia e Verona sono tra le più attive. Nel resto d’Italia partono pochissime indagini. A Reggio Calabria, fino al 2002, si contano due sole condanne per tangenti in vent’anni. Eppure la corruzione continua. Con nuove forme che il professor Vannucci chiama «policentriche». 

«Dopo Mani Pulite si creano nuovi sistemi di malaffare e omertà che controllano un settore, una città, una grande opera», spiega il docente dell’università di Pisa. «Le indagini sul Mose di Venezia riguardano corruzioni continuate per più di un decennio, regolate da un consorzio di imprese. In altre regioni il controllo spetta alle organizzazioni mafiose. A Roma c’era un sistema dominato da un ex terrorista di destra. Il risultato è sempre il saccheggio delle risorse pubbliche, ma il sistema è circoscritto, per cui indagare diventa più difficile. E per sfuggire alle procure oggi si ricorre a tecniche indirette di arricchimento: assunzioni di amici o parenti, intestazioni di quote societarie, consulenze di comodo, contributi a fondazioni e associazioni politiche. La nuova tendenza è legalizzare la corruzione».

Il pm Stefano Ancilotto, che ha scoperchiato lo scandalo del Mose, sottolinea il cambiamento dei rapporti di forza: «Nella prima Tangentopoli erano i partiti a dominare il sistema. A Venezia invece comandavano gli imprenditori del consorzio, che dettavano ordini a una classe politica in declino. Le cifre in gioco sono eloquenti. Abbiamo calcolato che le imprese, con il Mose e le opere collegate, abbiano creato fondi neri per circa un miliardo di euro. Le tangenti accertate, comprese quelle prescritte, ammontano a circa 100 milioni in dieci anni. Tra economia e politica il rapporto è di dieci a uno».

Francesco Greco, procuratore di Milano fino al dicembre scorso, assolto a Brescia da ogni accusa per le ultime liti tra toghe di rito ambrosiano, si meraviglia di quanto poco si parli oggi di tangenti e fondi neri, di cui cominciò a occuparsi prima di Mani Pulite. «Il problema è sparito dalla narrazione pubblica. Da mesi non si sente il ministro della Giustizia o un altro esponente del governo parlare di lotta alla corruzione. Si pensa solo ad attaccare i magistrati. Il problema della prevenzione viene ignorato. Passa sotto silenzio perfino lo smantellamento dell’Anac».

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Il professor Francesco Merloni è stato dal 2014 il braccio destro di Raffaele Cantone proprio all’Autorità nazionale anticorruzione e ne è diventato presidente dal 2019 al 2020, quando il magistrato ha tolto il disturbo per diventare procuratore di Perugia. Esperto di diritto amministrativo, conferma la denuncia di Greco: «Lo smantellamento dell’Anac è cominciato con la cosiddetta sblocca-cantieri, sotto il primo governo Conte, quando fu sospeso il codice dei contratti pubblici, anche se nel 2018 stava funzionando: non è vero che gli appalti fossero fermi, gli importi erano più alti di prima. Nel 2019, poi, il primo decreto per Genova conteneva la famigerata “deroga a qualunque disposizione di legge”: fu Cantone a pretendere almeno il rispetto del codice penale e dei controlli antimafia. Con la pandemia, i vari governi hanno continuato sulla stessa strada: procedure d’emergenza e commissari straordinari. Eppure solo il 5 per cento delle opere viene rallentato dalla giustizia amministrativa per problemi di aggiudicazione: i ritardi di anni riguardano la localizzazione e la progettazione».

Derogare alle regole, per il professore, significa tradire Mani Pulite. «Per prevenire la corruzione serve una pubblica amministrazione efficiente, con personale qualificato in grado di gestire la progettazione, l’aggiudicazione e i controlli sui lavori, che sono fondamentali. In Italia abbiamo più di 37 mila stazioni appaltanti: una pletora di strutture piccole e deboli. L’Anac proponeva di unificarle: bastava dare subito dieci tecnici preparati e ben pagati alle stazioni provinciali che già esistono. Invece si preferisce tenere disastrata la macchina pubblica e affidare tutto ai commissari in deroga».

L’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha seguito Mani Pulite come avvocato, oggi la vede come «una grande occasione perduta». «Ne siamo usciti male tutti: magistrati, avvocati, giornalisti, politici. I magistrati si sono divisi, hanno imboccato strade diverse, spesso contrastanti. L’avvocatura ha rinunciato al suo ruolo, per portare i clienti in fila a confessare. I giornali si sono appiattiti sulle procure, almeno fino al 1994. E naturalmente ne è uscita malissimo la classe politica, che non ha saputo recuperare la fiducia dei cittadini. Dopo Mani Pulite, si poteva cercare un punto di equilibrio, una soluzione per mettere insieme le esigenze di indipendenza della magistratura, il ruolo dell’avvocatura a garanzia dei diritti, l’impegno della stampa per un’informazione corretta. È mancata quasi totalmente una risposta politica alla corruzione. Ma non è vero che tutti sapevano. Anche nei tribunali c’erano giudici corrotti, e la magistratura ha reagito. Nei partiti c’erano quei soggetti, ma c’era anche una base che non c’entrava. Per questo l’inchiesta ha creato tante speranze nei cittadini, tante aspettative rimaste deluse».

Nando Dalla Chiesa, con Società Civile, aveva pubblicato prima di Mani Pulite, tra l’altro, un articolo di Antonio Di Pietro sulla «dazione ambientale», che anticipava Tangentopoli. «Ma prima del 1992», ricorda oggi il professor Dalla Chiesa, «la classe dirigente di Milano non amava sentir parlare di corruzione. Ci accusavano di qualunquismo. Furono le indagini a far diventare dominante la domanda di etica pubblica, di pulizia, come si diceva allora. Fu un periodo drammatico, ma anche di grandi speranze. È finito tutto quando la Lega ha mescolato questa domanda con il razzismo, allora contro Roma e il Sud, e Berlusconi ha avuto l’abilità di portarla altrove, presentandosi come il nuovo, secondo il vecchio schema del gattopardismo. Trent’anni dopo, il sistema politico ed economico non è affatto guarito».

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