L’iniziativa presa dal Governo italiano di espellere trenta diplomatici russi non è giunta a sorpresa, era già nell’aria, tanto che molti funzionari russi avevano già da tempo preparato le valigie. Un provvedimento che Luigi Di Maio, Ministro degli Esteri, lo scorso 6 aprile, ha condiviso con gli omologhi di altri Paesi Nato e che ha portato a 149 il numero dei diplomatici putiniani allontanati dai confini europei.
L’Agenzia di informazioni e sicurezza interna (Aisi) seguiva i russi da molto tempo, e ricostruendo in modo dettagliato la loro attività ha dimostrato come dietro i ruoli ufficiali rivestiti dentro l’Ambasciata si nascondessero le vere finalità delle loro azioni sul territorio italiano: reclutare servitori infedeli dello Stato, entrare in possesso di informazioni riservate e tessere una rete di alleanze nelle istituzioni europee.
L’attività di scouting sul territorio italiano si avvaleva di una fitta di rete di relazioni, come ha riscontrato l’intelligence italiana, nell’opera di controspionaggio indirizzata a neutralizzare gli uomini di Putin prima che si realizzassero altre fughe di dati sensibili.
C’è un caso che è divenuto nel corso di questi mesi la rappresentazione palese di quanto avveniva ogni giorno in diversi settori dell’amministrazione italiana: quello di Walter Biot. Il capitano di fregata della Marina Militare, in servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito fu arrestato quasi un anno fa, il 31 maggio del 2021, al termine di una complessa attività investigativa del Ros dei Carabinieri, l’Aisi e dello stesso Stato Maggiore. Biot è accusato di aver venduto documentazione militare ai diplomatici russi Alexey Nemudrov e Dmitry Ostroukhov. Biot secondo gli investigatori ha consegnato quarantasette file “Nato secret”, cinquantasette “Nato confidential” e nove con classifica “riservatissimo”. A questi file vanno aggiunte anche centottanta fotografie scattate col suo cellulare ritrovate dentro una pen-drive. I documenti vari per natura ed entità erano riferiti alla presenza strategica della Nato ad Est, alle dotazioni di difesa missilistica dell’Alleanza Atlantica e ai vertici europei dei ministri degli Esteri che hanno determinato nuovi indirizzi politici nei confronti di Georgia, Bosnia e Ucraina.
Ma per quale motivo Aleksej Nemudrov e Dmitrij Ostroukhov chiesero a Biot quei documenti?
Una fonte qualificata ha rivelato a L’Espresso che la Federazione Russa cercava nello stesso periodo in tutta Europa documenti Nato che potessero essere usati come prova degli accordi in corso tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la Nato. Una sorta di prova regina che avrebbe giustificato l’inizio dell’offensiva di Putin contro l’Ucraina. Va ricordato infatti che proprio nei giorni dell’arresto di Biot, le truppe russe intensificarono le loro attività militare ai confini dell’Ucraina e in Bielorussia. I piani dell’intelligence del Cremlino, si sono infranti davanti al coordinamento delle forze di intelligence dei vari Paesi europei che sono riusciti non solo ad arginare la fuga di informazioni, ma anche attuare un lavoro di controspionaggio che ha portato a stilare una vera e propria “black list” dei funzionari poi espulsi.
Il caso Biot si appresta a diventare in questi giorni il “processo Biot”, il militare dovrà rispondere sia davanti al Tribunale ordinario che a quello militare di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, spionaggio politico-militare e spionaggio di notizie di cui è stata vietata la divulgazione. Reati che comprendono pena altissime fino all’ergastolo. Alla base dell’attività di spionaggio secondo quanto sostenuto da Biot e dalla sua difesa non ci sarebbero motivi geopolitici, ma il bisogno di reperire fonti di finanziamento per la propria famiglia.
Ma come è stato reclutato Walter Biot? Quale rete lo ha condotto a cedere segreti militari in cambio di denaro all’ambasciata russa a Roma? In che modo Dmitry Ostroukhov ha ingaggiato il militare, che pur essendo un elemento stabile dello Stato Maggiore conduceva una vita appartata e periferica?
Secondo il Copasir «la vicenda è un chiaro esempio del metodo di avvicinamento a soggetti appetibili operato dai servizi russi che è caratterizzato soprattutto nello status degli officer presenti nei vari Paesi occidentali, i quali sono tutti o quasi tutti coperti da status diplomatico e in genere tendono a infiltrare le istituzioni».
Secondo quanto si apprende da fonti investigative i “casi Biot” sarebbero molti di più di quelli rivelati; alcuni di questi tentativi di infiltrazione sarebbero iniziati negli anni del governo Conte-Salvini, quando furono nominati in ruoli cruciali dell’amministrazione decine di funzionari vicini al Cremlino.
Il grande tessitore di questa operazione di collegamento e di distrazione di fonti secondo quanto contenuto da alcuni rapporti dell’intelligence del Regno Unito sarebbe l’ambasciatore russo in Italia Sergej Razov, che già nel 2003, quando ricopriva il ruolo di ambasciatore in Polonia, si rese protagonista di una vicenda simile a quella Biot. Secondo i rapporti del governo polacco, alcuni dei funzionari russi cercarono di appropriarsi di documentazione classificata del Ministero della Difesa di Cracovia. Razov, che recentemente ha querelato La Stampa per «istigazione a delinquere e apologia di reato» definì lo scorso anno la vicenda Biot «un caso spiacevole». Nel corso degli anni Razov si è caratterizzato nella sua azione diplomatica come un vero e proprio falco dell’amministrazione Putin.
In rapporti stretti con il presidente della Commissione Difesa del Senato, l’ex pentastellato Stefano Petrocelli, con Alessandro Di Battista e con il sottosegertario agli Esteri Manlio Di Stefano, Razov si è reso protagonista di diverse iniziative, oltre a indirizzare i suoi “funzionari” nel tessere relazioni nel sottogoverno. Durante il suo mandato nell’ambasciata di via Gaeta la magistratura italiana si è dovuta occupare, oltre al caso Biot, anche dell’affaire dell’Hotel Metropol che ha visto in cerca di finanziamenti il leghista ed ex braccio destro di Matteo Salvini, Gianluca Savoini (amico dell’ambasciatore Razov) e della misteriosa scomparsa del professor Joseph Mifsud, docente maltese della Link Campus University, che è sospettato di aver collaborato con i servizi segreti di Mosca nell’ambito del Russiagate.
Tre “casi” distinti, ma che visti insieme disegnano il quadro di come il ruolo diplomatico per la Federazione Russa si sia trasformato col tempo in una sistematica azione di interferenza e spionaggio.
Il Cremlino nel corso del tempo anche per bocca del suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha minimizzato, insabbiato e ha cercato di portare altrove il dibattito pubblico.
Queste vicende apparentemente lontane dal campo di battaglia ucraino raccontano della lunga tessitura che la diplomazia moscovita ha messo in campo nel corso degli anni. Una storia di cui oggi conosciamo solamente una parte, grazie al lavoro dell’intelligence, e che quando emergeranno nuovi dettagli forse renderà più chiara la trama dei tempi recenti e di quelli che stiamo vivendo.