Ce la faranno i nostri eroi, di destra e di sinistra, a conquistare l’Esposizione universale del 2030? Roma, capitale dei cinghiali e delle infrastrutture mancate, attende a piè fermo per riemergere da decenni di investimenti a bassa intensità vincendo la corsa contro due rivali asiatiche e una europea. La zona individuata è quella di Tor Vergata, nota per l’università, il policlinico e l’opera incompiuta con le vele di Calatrava. Il quadro geopolitico della candidatura è piuttosto singolare.
Dopo il 2000, data dell’Expo di Hannover, ribattezzata dai tedeschi il flop del millennio per i suoi risultati economici, l’Asia ha quasi monopolizzato l’iniziativa. Nel 2005 c’è stato il Giappone con Aichi e nel 2025 ci sarà ancora il Giappone con Osaka, dove i costi sono già finiti fuori controllo dopo i rincari delle materie prime. Nel 2010 è stato il turno di Shanghai e undici anni dopo, con un rinvio al 2021 per la pandemia, è toccato a Dubai. L’unica interruzione del dominio asiatico in cinque edizioni è stata Milano 2015.
Non tutti sono d’accordo sull’Italia come Paese di santi, poeti ed espositori. Fra gli avversari ci sono i francesi che, saziati dalle Olimpiadi di Parigi 2024, appoggiano la candidatura a Expo 2030 di Riad e del reggente saudita Mohammad bin Salman, nonostante il suo record vada dalla guerra in Yemen a una faida dinastica feroce. Senza contare le ombre sull’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Qualche mese fa, secondo le previsioni degli italiani, non c’era gara. I sauditi erano troppo forti. Ma gli scandali di corruzione nell’Unione europea foraggiati da Qatar e Marocco hanno smorzato gli entusiasmi verso l’area araba.
La terza candidatura è sempre in Asia, con la sudcoreana Busan. Però tutto gira intorno al quarto incomodo, Odessa, una delle città ucraine messe a dura prova dall’invasione russa. Se i sauditi sono i rivali, gli ucraini sono l’ostacolo. La candidatura di Odessa è suggestiva, carica di speranze. Immaginare un evento mondiale con una guerra in corso avvicina il futuro, ma è complicato chiamare a esprimersi 170 Paesi. Non tutti sono amici di Kiev.
Così Roma e Odessa sono costrette a muoversi assieme. Se resta l’una, l’altra perde. L’Italia deve conquistarsi il suo spazio nella ricostruzione ucraina. Su questo tema, a fine aprile si terrà una conferenza governativa a Roma e Odessa è il principale obiettivo delle forze al governo. Già da mesi le merci che prima transitavano nel porto di Odessa passano per Trieste e l’esecutivo vorrebbe indirizzare le esportazioni ucraine sul polo logistico di Verona.
Il sindaco Roberto Gualtieri è consapevole del problema e di recente ha annunciato un gemellaggio con Odessa. Non è sufficiente. Roma deve sperare in un ritiro della città sul Mar Nero per avere margini di vittoria. Altrimenti toccherà a Riad e sarebbe dannoso per la candidatura italiana spingersi sino alla fine sapendo di perdere. C’è ancora tempo per rifletterci, ma è scontato che la questione sarà risolta da Palazzo Chigi considerando gli equilibri internazionali.
Il tema della ricostruzione è l’asso nella manica che sarà giocato da qui all’assegnazione definitiva alla vincitrice nel prossimo mese di novembre negli uffici parigini del Bie (Bureau international des Expositions) presieduto da Dimitri Kerkentzes. Il manager greco è venuto in visita a Roma alla fine di gennaio per incontrare Giorgia Meloni, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, il titolare degli Esteri Antonio Tajani e l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente del comitato promotore Roma 2030. Naturalmente Kerkentzes ha visto Gualtieri, che sembra il più determinato a vincere la corsa, mentre la premier freddamente dichiarava: «È un dossier che il governo prende in corsa», con un chiaro riferimento alla grillina Virginia Raggi e al suo successore democrat.
In fondo, il progetto Roma 2030 è proprio l’espiazione non di una colpa, ma di una scelta che Raggi impose al debutto pure contro il sistema imprenditoriale romano. Come, da sindaca entrante, affossò con veemenza la candidatura per le Olimpiadi, così da sindaca uscente ha proposto la candidatura per l’Esposizione. La prima traccia concreta risale alla primavera 2021, l’anno del voto, quando portò in Campidoglio il diplomatico-dirigente Giuseppe Scognamiglio, non sconosciuto al sistema imprenditoriale, con l’incarico di consulente gratuito: anzi, di «consigliere speciale».
Le elezioni amministrative non furono d’intralcio a Roma 2030, tant’è che ciascun candidato a sindaco aderì a una sorta di lettera d’impegno che spinse il governo Draghi a formalizzare l’interesse per l’edizione – si indica il Paese, poi la città – con uno stanziamento di 15 milioni di euro nel biennio, rimpinguati da un altro milione a testa fra Comune, Provincia, Regione e Camera di Commercio. Si è arrivati dunque, con Gualtieri sindaco, all’atto di nascita del comitato promotore con Scognamiglio direttore generale e il già citato Massolo presidente.
A sua volta il comitato promotore, che deve ricercare il consenso fra i 170 Stati elettori, è affiancato da una fondazione privata gestita da Massimo Scaccabarozzi, anche in rappresentanza di Unindustria, e finanziata da aziende a partecipazione pubblica come gruppo Acea, Ita Airways, Ferrovie dello Stato, Aeroporti di Roma. Gualtieri ci crede molto, Raggi non mai ha smesso di farlo e ha ottenuto la presidenza di una commissione comunale dedicata a Expo 2030. La prossima tappa è l’ispezione che i delegati Bie svolgeranno a Roma fra il 17 e il 21 aprile.
Gualtieri ha concesso al comitato promotore gli uffici di Palazzo Valentini, sede della Provincia, ma pure al Circolo Esteri, presieduto dal medesimo Scognamiglio, Roma 2030 è un argomento costante. Al momento il comitato e la fondazione hanno raggiunto 120 Paesi su 170. Il modello di approccio è consolidato: il comitato illustra il progetto; la fondazione promette sinergie sui temi di Roma 2030, che sono «persone e territori: rigenerazione urbana, inclusione e innovazione».
Per i dati macroeconomici bisogna prendersi la briga di leggere le 618 pagine di dossier di presentazione della candidatura sottoposte al Bie dal comitato promotore. Le cifre qui sono all’insegna dell’ottimismo più sfrenato come capita con Olimpiadi, Mondiali e grandi eventi in generale. Il valore complessivo della manifestazione romana è previsto a 50,6 miliardi di euro, pari al 3,8 per cento del Pil, con un effetto economico diretto dato da investimenti più ricavi di 10,3 miliardi. La grande fiera dovrebbe generare 300 mila nuovi posti di lavoro, soprattutto nel Centro-Sud, secondo Gualtieri. Che ha fatto proprie le stime del comitato con entusiasmo.
I visitatori dovrebbero essere 23,6 milioni per 30 milioni di presenze complessive divise tra italiani (59 per cento) e stranieri (41 per cento). A Milano i biglietti d’ingresso sono stati 21,5 milioni. Il giro d’affari previsto a 44 miliardi di euro è rimasto nel libro dei sogni, mentre il bilancio di Expo Milano spa ha chiuso il 2015 con ricavi complessivi di 796 milioni e contributi pubblici di poco superiori a un miliardo di euro. Che hanno permesso alla società di contenere le perdite a 23,8 milioni contro i 45,2 milioni dell’esercizio precedente.
Su Dubai 2020 la previsione di introiti complessivi era a 17,7 miliardi di dollari, in ogni caso molto meno di Milano, e i visitatori effettivi sono stati 24 milioni. A Osaka, che prevede investimenti simili a Milano a quota 1,2 miliardi di euro, salvo aggiornamenti, si spera in oltre 28 milioni di visitatori. Dopo le difficoltà finanziarie, l’ultimo guaio è stato di tipo giudiziario con l’esclusione dall’Expo dei due giganti della pubblicità Dentsu e Hakuhodo, incriminati per turbativa d’asta nelle gare dei Giochi di Tokyo 2020. Non è una perdita da poco, visto che il fatturato delle esposizioni gira intorno a tre perni: biglietteria, contributi pubblici e raccolta pubblicitaria.
Il lavoro su Roma presentato al Bie è opera di autori vari, messi insieme dal comunicatore Livio Vanghetti, ex dell’Adnkronos di Pippo Marra e di Philip Morris. Per la maggior parte sono architetti, come le menti del progetto, Carlo Ratti e Italo Rota, e i colleghi Matteo Gatto, che ha il ruolo di coordinatore, e Richard Burdett, inglese cresciuto a Roma con cattedra di Urbanistica alla London school of Economics. Dalla Luiss arrivano Christian Iaione, docente di Diritto pubblico, e Michele Costabile, che insegna marketing. Dall’esperienza di Dubai 2020 vengono Alessandro Mancini di Connect2Italy e Ian Philion, direttore creativo dell’Expo emiratina.
In altre parole, il settore di economia delle imprese appare carente. E lo ammette anche il rapporto, quando parla di undicimila nuove imprese per Roma 2030, sulla base del fatto che Milano 2015 ne ha create diecimila e che la capitale parte da una base maggiore del 10 per cento. Per ora l’importante è vincere. A partecipare, con profitti o perdite, ci si penserà.