L'opera più concreta e tangibile del ministero del Made in Italy, introdotto un anno fa dal governo di Giorgia Meloni e assegnato per il puerperio al rodato Adolfo Urso, è la targa in marmo Made in Italy apposta all’ingresso del ministero in via Veneto che fu di Benito Mussolini. È l’unica struttura che regge al trascorrere confuso delle idee, che denota una certa stabilità. Il resto è un gioco di prestigio, grandi titoli, molta enfasi, soldi messi di qua e tolti di là (e diteci se non è Made in Italy!), una manciata di burocrazia, certificati, attestati, perdite di tempo e, chissà, pure di denaro. Le ultime notizie - le relazioni, i rimandi, i cavilli e il pregevole documento dei servizi studi di Camera e Senato - rendono più comprensibile il disegno del governo.
Lo sforzo maggiore è per il Fondo Sovrano Nazionale. Si abbonda: sovrano e nazionale. Questo Fondo con la maiuscola dovrebbe «sostenere la crescita e consolidare le filiere strategiche, il tessuto economico industriale, l’approvvigionamento di materie prime». Per offrirvi un contesto di riferimento sui fondi, nazionali o sovrani fate voi, europei, non arabi, non cinesi, non americani: la Danimarca ha 4 miliardi di dollari, la Grecia 8, la Spagna 15, la Germania 25. E il governo Meloni ha stanziato un miliardo di euro. Obiezione accolta: è la genesi, è l’istituzione, è l’atto di nascita. Però l’Italia non dispone neppure di queste risorse. Tant’è che il miliardo di euro è composto in due parti: 700 milioni derivano dai titoli di Stato di Cassa Depositi e Prestiti autorizzati durante la pandemia e 300 milioni vengono sottratti al Fondo per gli Investimenti (venture capital). Per dire di un Paese che non sa pensarsi oltre le 24/48 ore: il Fondo per gli Investimenti fu creato cinque anni fa con una dotazione minima, poi ampliata nel ’20 e, mentre esplicita la sua funzione, viene di fatto soffocato. Con il denaro che costa di più, l’inflazione non ancora sotto controllo, il Prodotto Interno Lordo in flessione, non è il momento più adatto per allestire un Fondo Sovrano Nazionale sensato e soprattutto utile. E questo è il progetto più meditato.
La giornata nazionale del Made in Italy, a suo modo, e non è un bel modo, è ben rappresentativa del Made in Italy. Ha lo stesso valore del liceo del Made in Italy, nessuno, e però si ammanta di tratti di involontario umorismo. Il governo ha indetto la giornata nazionale del Made in Italy per il 15 aprile di ogni anno e ha ordinato la mobilitazione di regioni, province, comuni per «celebrare la creatività e l’eccellenza italiana, presso le istituzioni, le scuole di ogni ordine e grado e i luoghi di produzione; riconoscerne il ruolo sociale e il contributo allo sviluppo economico e culturale della Nazione e del suo patrimonio identitario; sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei temi della promozione e tutela del valore e delle qualità peculiari delle opere dell’ingegno e dei prodotti italiani». Attenzione alla postilla di un comma: «Non determina gli effetti civili di cui alla legge 260 del ’49». È una festa senza festivo, una giornata straordinaria senza straordinari in busta paga, è una chiamata di partecipazione collettiva senza nuovi oneri a carico della finanza pubblica.
Un’altra epica battaglia del governo Meloni è quella rivolta al «rafforzamento della tutela dei domini Internet riferiti al patrimonio culturale». Per la serie: spezzeremo le “reti” a questa Internet. Non è un esproprio di domini caduti in avidi server stranieri. È un gioco, tipo il gioco del solletico. Il ministero della Cultura, in sintesi, può stipulare protocolli per ripristinare l’ordine digitale. Giù le mani dal punto it! Nota bene: neanche un euro in più di spesa.
Al ministro Gennaro Sangiuliano è affidata una seconda missione di alta levatura sovrana e nazionale: «La valorizzazione e la tutela del patrimonio culturale immateriale». Dinanzi a cotanta impresa, tuttavia, Sangiuliano è coadiuvato dal collega Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare e delle Foreste. In questa apoteosi di sovranità, in cosa dovranno cimentarsi Sangiuliano e Lollobrigida? A saperlo. Il governo è innanzitutto impegnato a «perimetrare» il patrimonio culturale immateriale ispirandosi alla convenzione di Parigi di vent’anni fa: «S’intendono le espressioni, gli strumenti, gli oggetti, i manufatti che le comunità e i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono parte del loro patrimonio culturale». La tensione filosofica è massima, quella finanziaria inesistente: Sangiuliano e Lollobrigida, fate come vi pare, ma soldi non ce ne sono.
Il «contrassegno per il Made in Italy» e la «valorizzazione delle pratiche tradizionali e del paesaggio rurale» sono di notevole inventiva come le «Imprese del made in Italy nel mondo virtuale e immersivo», ma la «certificazione di qualità della ristorazione italiana all’estero» è imbattibile. Inarrivabile. Trascendente. Il governo vorrebbe concedere «ai ristoratori che operano all’estero e i cui esercizi commerciali offrono prodotti enogastronomici tradizionali italiani, la possibilità di ottenere la certificazione distintiva di “ristorante italiano nel mondo”. Tale riconoscimento è finalizzato a valorizzare e sostenere gli esercizi di ristorazione italiana nonché a contrastare l’utilizzo speculativo dell’Italian sounding». Il governo vorrebbe eliminare o quantomeno ridurre lo spaesamento degli italiani che vogliono mangiare italiano all’estero o dei turisti/autoctoni che pensano di mangiare italiano all’estero. È una lotta senza confini all’appropriazione indebita di «cucina italiana». Alle bufale ubriache di latte in polvere. Alle lasagne col ragù di rospo. Alle pizze con la frutta di stagione. Agli spaghetti che non si arrotolano alla forchetta. Il governo smania per compilare una lista di ristoranti veramente italiani, una guida alla crescentina e alla genovese come mai vista. Le regole sono molto severe, rigide, per nulla Made in Italy. «La stessa disposizione descrive poi la procedura per il rilascio della suddetta certificazione individuando, in particolare, il soggetto competente al rilascio della stessa; la suddetta certificazione è rilasciata, su istanza del ristoratore e previa verifica di determinati requisiti, da un ente certificatore accreditato presso l’organismo unico di accreditamento nazionale italiano, sulla base di una tariffa approvata e di un disciplinare adottato con decreto del ministro dell’Agricoltura, del ministro degli affari Esteri di concerto con il ministro dell’Economia, il ministro del Made in Italy, il ministro della Salute, il ministro del Turismo. Il suddetto decreto individua anche i requisiti e le specifiche per il rilascio della certificazione stessa, con particolare riferimento all’utilizzo di ingredienti di qualità e di prodotti appartenenti alla tradizione enogastronomica italiana». Una trafila complessa, sei ministri coinvolti. (Sangiuliano risparmiato). La stesura della Costituzione fu più semplice. Al dunque i servizi studi di Camera e Senato obiettano: «Si osserva che la disposizione in commento non chiarisce quale sia l’organismo deputato a rilasciare la suddetta certificazione e se tale organismo sia già esistente o da istituirsi». Che importa.
La carovana di assaggiatori del governo Meloni è pronta a inforcare le bici per un giro verneriano. Per multare quelli che mangiano la pasta con la maionese. Per salvare le parmigiane dall’ordalia salutista. Per risparmiare al cosciotto di agnello l’onta dei vegani. Amanti del bicchiere di vino con un panino, seguaci del raviolo ripieno alla domenica, cultori del polpo cotto nell’acqua sua di tutto il mondo, unitevi.