Ambiente

Ci sarebbe un modo semplice per ridurre l'inquinamento degli allevamenti intensivi. Ma non se ne fa niente

di Angiola Codacci-Pisanelli   18 gennaio 2024

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Sono tra le principali cause dell’inquinamento atmosferico, anche a causa degli sversamenti di letame nei campi. Eppure un metodo per iniziare ad abbattere queste emissioni esiste

Cominciamo dalle buone notizie. Che sono due. La prima è che la qualità dell’aria in Lombardia nell’ultimo anno è migliorata. La seconda è che sarebbe facile farla migliorare ancora: basterebbe affrontare con maggiore decisione una fonte di inquinamento atmosferico finora trascurata, cioè gli allevamenti intensivi. 

 

Le buone notizie purtroppo finiscono qui. Intanto, il miglioramento è parziale: i dati positivi rilevati dalle centraline dell’Arpa sono solo quelli legati alle polveri sottili. Quella contro gli allevamenti intensivi, inoltre, è una battaglia che non è facile affrontare, anche perché le associazioni ambientaliste non ricevono appoggio né da parte del governo italiano né da parte dell’Unione europea. Pochi mesi fa l’Ue ha rinunciato a imporre limiti alla quantità di animali: per la Lombardia si parla – secondo la Banca dati nazionale dell’anagrafe zootecnica – del record nazionale di un milione e mezzo di bovini e quattro milioni di maiali. Per i polli il primato è del Veneto, con 39 milioni di animali, ma la Lombardia segue a ruota.

 

Il miglioramento dell’aria comunque c’è. «In Lombardia», ha commentato Legambiente, «il 2023 appena trascorso si chiude come l’anno con l’aria migliore da quando la sua qualità viene misurata attraverso il sistema delle centraline di monitoraggio installate dall’Arpa locale»: cioè da poco più di dieci anni, visto che le centraline sono regolate da una legge del 2010. 

 

Ma anche se si parla di una sola regione, è una buona notizia che potrebbe riguardare l’intera zona settentrionale. Con il risultato di migliorare la posizione dell’Italia nelle diverse classifiche dell’inquinamento che sono sempre più importanti per la costruzione dell’immagine mondiale di un Paese e che ci vedono generalmente nelle vicinanze di Azerbaigian e Iran, ben lontani dalla virtuosa Scandinavia, ma pure da altri membri del G8.

 

È anche importante che il miglioramento riguardi le microparticelle (Pm10 e Pm25) «a cui», nota Legambiente, «le statistiche sanitarie imputano la gran parte delle patologie collegate allo smog». Il risultato ha colto di sorpresa i tecnici, che lo spiegano, «più che con le politiche introdotte», con «un anno meteorologicamente anomalo, soprattutto per quanto riguarda la frequenza e la durata dei fenomeni di inversione termica che favoriscono l’accumulo degli inquinanti negli strati bassi dell’atmosfera, quelli in cui noi tutti viviamo e respiriamo». 

 

All’origine del miglioramento non ci sarebbe quindi una diminuzione delle emissioni nei due settori più inquinanti – il traffico automobilistico e l’industria – ma, paradossalmente, proprio l’anomalia meteorologica provocata dal cambiamento climatico.

 

I dati migliori riguardano il Nord della regione, da Varese a Bergamo passando per Como e Lecco, dove «il numero delle giornate con aria irrespirabile è rimasto ben al di sotto del parametro indicato dalla normativa comunitaria di 35 giornate/anno con livelli di Pm10 superiori ai 50 microgrammi per metro cubo». Il miglioramento però non è sufficiente per dormire sugli allori. Infatti, il valore registrato (una media di Pm10 annuale intorno ai 20 microgrammi per metro cubo) è comunque più alto del valore soglia considerato accettabile dall’Oms (15 microgrammi a metro cubo): non a caso i paramenti della Ue sono in fase di revisione e saranno presto resi più rigidi.

 

Il merito della riduzione delle microparticelle andrebbe alla diminuzione delle emissioni legate al riscaldamento delle abitazioni, visto che il dato è stato registrato soprattutto in zone in cui la fonte prevalente di emissioni di particolato è costituita dalla combustione di legna. Lo conferma il fatto che le grandi città sono ancora in crisi: Milano ha sforato per 49 giorni (ma è comunque un miglioramento rispetto all’anno precedente), mentre il record negativo va a Cremona e a Mantova. Sono le città più vicine alla zona centrale degli allevamenti intensivi: oltre a produrre la metà delle microparticelle, questi emettono gas che, a contatto con il «particolato primario», generano composti chimici ancora più nocivi.

 

E qui si tocca uno dei nodi della questione: gli allevamenti intensivi ci sono in tutta Italia, ma nella Pianura Padana sono particolarmente numerosi perché producono parmigiano e prosciutto, due pilastri del made in Italy. «Puntare più sulla qualità che sulla quantità permetterebbe sicuramente una riduzione del numero degli animali e quindi dell’inquinamento», commenta Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. «Ma non è mai successo che i produttori decidessero da soli di ridurre la quantità per puntare sulla qualità. È solo quando il mercato dà uno scossone che si arriva a decisioni di questo genere. L’esempio più recente è lo scandalo del metanolo che spinse l’intera industria vitivinicola a produrre meno e meglio, con vantaggi duraturi anche per i bilanci delle aziende». 

 

In quel caso, però, i danni alla salute furono evidenti, impossibili da minimizzare: a metà degli anni Ottanta, al vino adulterato furono ricondotti venti decessi e centinaia di gravi intossicazioni. Nel caso dell’inquinamento atmosferico, invece, nella stragrande maggioranza dei casi non è possibile correlare un singolo decesso all’inquinamento. Per questo, anche se fonti europee dichiarano «circa trecentomila morti premature dovuti all’inquinamento atmosferico» (più di 50 mila solo in Italia), l’impatto sull’opinione pubblica è quasi nullo.

 

Eppure, in attesa di normative che riducano il numero dei capi di bestiame ammessi per ogni azienda, ci vorrebbe poco per abbattere l’inquinamento atmosferico. «Basterebbe impedire per tutto l’anno lo sversamento dei liquami prodotti dagli allevamenti», spiega Di Simine. Il liquido prodotto dalla pulizia delle stalle viene usato come fertilizzante, per mezzo di speciali autobotti che lo spargono sulla superficie dei campi. È una pratica vietata nei mesi invernali e limitata nel tempo (il terreno deve essere lavorato entro 72 ore per interrare il fertilizzante). 

 

«In quelle ore, però, a parte il disagio dato dal cattivo odore, si scatenano picchi di inquinamento da azoto. Senza contare che il divieto a dicembre e a gennaio provoca aumenti notevoli a novembre e a febbraio». L’alternativa c’è: «Bisogna usare trattori che iniettano lo spray sotto la superficie. Ovviamente modificare l’attrezzatura comporta costi che dovrebbero essere coperti dai finanziamenti della Politica agricola comune europea».

 

Finora a convincere i governi a spendere per migliorare la gestione degli allevamenti e la qualità dell’aria non sono servite le manifestazioni sul tema. Che sono particolarmente frequenti perché vedono uniti due fronti dell’attivismo: in ballo, infatti, non c’è solo l’inquinamento ma anche la qualità della vita degli animali. Immagini e denunce mostrano continuamente le condizioni di vita agghiaccianti negli allevamenti di polli, dalla sovrappopolazione all’uccisione dei pulcini maschi neonati, recentemente vietata anche nel nostro Paese. 

 

Forse una svolta verrà dal fatto che l’inquinamento sta diventando un problema per le grandi aziende che usano prodotti di origine animale. Come la multinazionale del gelato Ben & Jerry’s che nel suo sito pubblicizza non solo la qualità del latte impiegato ma anche «i metodi usati per utilizzare il letame bovino in modo da ridurre la nostra impronta ecologica».