Sfascio sanitario nazionale

Pagati 5 euro l'ora: i medici specializzandi sono i braccianti della sanità

Reggono reparti, si sottopongono a turni estenuanti che mal si conciliano con le lezioni, si prendono responsabilità che non dovrebbero pesare su di loro. Lavora così la metà dei 50 mila specializzandi. Indispensabili e sfruttati dal sistema. Uno dei nostri servizi dell'inchiesta di copertina sullo sfascio della sanità italiana

di Alice Dominese   12 febbraio 2024

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Paramedico si riposa per il turno estenuante sull’ambulanza

Essere pagati meno di cinque euro l’ora per prendersi cura delle vite dei pazienti in ospedale: è quello che succede a più della metà dei 50 mila medici specializzandi in Italia, dice il presidente dell’Associazione liberi specializzandi Massimo Minerva. Mentre la sanità pubblica diventa privata, i neolaureati vengono utilizzati come manodopera a basso costo per sostituire i medici strutturati che scarseggiano. La situazione è diffusa soprattutto nelle specialità chirurgiche, dove i giovani medici arrivano a lavorare anche 12 ore al giorno, sei giorni su sette, a fronte di una borsa universitaria di circa 1.650 euro lordi al mese.

 

«Negli ospedali universitari i turni sono abbastanza proibitivi, nessuno di noi fa mai solo le 38 ore previste dal contratto perché non bolliamo, non abbiamo un badge e nessuno controlla le nostre presenze», riferisce Paola (nome fittizio, come gli altri, a tutela degli intervistati), specializzanda al terzo anno a Torino. Sta imparando a operare e sono frequenti i casi in cui si ritrova a lavorare per intere settimane senza giorni di riposo: «Quando io e i miei colleghi siamo i primi operatori in sala i nostri nomi sono presenti sui verbali delle operazioni, quindi siamo penalmente perseguibili, ma trovo insensato farci lavorare così tante ore di seguito per poi arrivare in sala operatoria stanchi e avere tutta questa responsabilità».

 

Nelle scuole di specializzazione di Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari la situazione non cambia. Superare abbondantemente il monte ore previsto, senza che i turni extra siano conteggiati e retribuiti, è una condizione condivisa dalla maggior parte degli specializzandi intervistati da L’Espresso. Anche per questo motivo, quando i turni di lavoro lo permettono, alcuni di loro scelgono di arrotondare lo stipendio facendo le guardie mediche o le vaccinazioni al di fuori dell’orario della specialistica, come previsto dalla normativa. Ma non sempre i direttori delle scuole lo consentono. Diversi neolaureati hanno raccontato di essersi visti negare la possibilità di lavorare come liberi professionisti, altri lo fanno di nascosto per evitare scontri e pressioni. «Se hai bisogno di qualche soldo in più, chiedi a mamma e papà», si è sentito dire Claudio, specializzando di Bologna, dal suo responsabile di reparto.

 

Dal 2018 il decreto Calabria permette ai medici di essere assunti dal Sistema sanitario nazionale a partire dal terzo anno di specializzazione, ma anche in questo caso c’è chi ha ricevuto il divieto di partecipare alla selezione. Lo stesso, raccontano gli intervistati, è accaduto di fronte alla richiesta di fare dei periodi di formazione all’estero o di essere trasferiti in sedi diverse. «Si tratta di giochi di potere del mondo accademico – commenta Minerva – molti primari non vogliono perdere gli specializzandi, che fanno comodo perché sono pagati meno e spesso reggono interi ospedali».

 

Gli specializzandi dovrebbero essere medici in formazione accompagnati nel loro percorso di apprendimento, eppure finiscono spesso per occuparsi di mansioni al di fuori della propria competenza, come compilare le cartelle e firmare i consensi. Al contempo non è raro che si trovino a occuparsi in completa autonomia dei pazienti. «La cosa che trovo più grave è che siamo lasciati soli. Impariamo dai nostri colleghi più grandi, ma nessuno strutturato o primario ci affianca per darci supporto. Siccome poi gli strutturati non bastano, tutte le visite e le prestazioni sono tarate sul numero degli specializzandi presenti in ospedale», aggiunge Antonio che lavora a Bari.

 

Marta è una specializzanda in anestesia impiegata all’interno di un grosso ospedale del Nord Italia. A dicembre ha fatto 17 turni dalle 8 alle 21.30, spesso senza giorni di stacco tra un turno notturno e l’altro, anche se previsto. A metterla in difficoltà non è tanto il carico di lavoro, quanto lo scarso supporto che riceve nella cura dei pazienti: «Tutti quelli che seguo necessitano di cure intensive importanti. Io sono all’inizio, ma mi è richiesto di essere indipendente di fronte a tante situazioni che non mi è mai capitato di affrontare».

 

Da lavoratori inquadrati come studenti, i medici specializzandi sono tenuti a seguire delle lezioni, ma diversi intervistati dicono di non potersi recare in aula perché devono restare in ambulatorio a coprire i turni. Tra loro c’è chi lo fa volentieri perché la priorità è imparare sul campo, dicono, e in alcuni casi l’esame di fine anno è una formalità. In altri, c’è chi studia nei ritagli di tempo per tenersi al passo. «La specialità è tremenda per come è concepita, nessuno di noi è contento della retribuzione, ma c’è chi sta peggio. Alla fine questa è una scelta e la rifarei se serve per fare il lavoro che sogno. Credo che la maggior parte di noi lo faccia solo per questo motivo», ammette Marco, dopo aver concluso il suo turno in un ospedale di Napoli.

 

Gli specializzandi in Italia ricevono lo stesso stipendio dal 2007, ma oggi il suo valore reale è sceso di oltre il 40%. Una situazione analoga colpisce anche gli strutturati, come denunciato dal sindacato dei medici Anaao Assomed, che lo scorso anno è sceso in piazza contro la privatizzazione del Sistema sanitario nazionale chiedendo al governo di frenare la fuga dei professionisti e di investire sul personale. Dal momento che non sono dipendenti pubblici e non possono aderire allo sciopero, gli specializzandi che hanno deciso di partecipare alla manifestazione hanno dovuto prendere ferie.

 

Intanto, il numero dei medici che rinuncia alla specialistica dove il lavoro è più stressante cresce. Nell’ultimo concorso del 2023 più di una borsa di specializzazione su tre non è stata assegnata. Tra le perdite maggiori, il 76% dei posti per medicina d’urgenza è rimasto libero, ma mancano anche il 56% degli iscritti a chirurgia generale e il 48% degli iscritti ad anestesia e rianimazione. Le borse non assegnate scendono invece sotto il 15% per quelle specialità che permettono di lavorare nel privato oltre che nel pubblico, come cardiologia, pediatria e chirurgia estetica.

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