Ia e il “Ghibli style”: la tempesta perfetta fra copyright, tecnologia e poesia dell’arte

Immagine realizzata con l'intelligenza artificiale
Immagine realizzata con l'intelligenza artificiale

L’ultima surreale evoluzione del mondo digitale porta grandi e piccini nel magico mondo dello Studio Ghibli, grazie a ChatGpt e al giusto prompt, scatenando entusiasmo, polemiche e interrogativi. Per Miyazaki l'intelligenza artificiale era "un insulto alla vita”

“Face me in studio Ghibli style” è il prompt che come un incantesimo ha permesso di creare immagini e meme ispirati a Tottoro e al castello errante di Hawl. Tutto è cominciato con una nuova funzione di ChatGpt – funziona solo nella versione a pagamento -  alimentata dal modello multimodale Gpt-4°. L’utente carica una foto, digita il prompt e come per magia i colori si fanno pastello, i volti si arrotondano, le atmosfere si riempiono di malinconica poesia. I social sono esplosi. Dai meme più iconici agli eventi storici più tragici – come l’assassinio di Kennedy -  fino ai selfie dei Ceo delle Big Tech (Sam Altman in testa). Tutto è stato “ghiblizzato”. 

L’ira funesta di Miyazaki

Il neologismo “Ghiblification” si è diffuso velocemente e con esso la polemica. Hayao Miyazaki, co-fondatore dello Studio Ghibli, ha da sempre espresso pareri negativi rispetto all’intelligenza artificiale. In un documentario del 2016, guardando una demo animata da un algoritmo disse: “Questo è un insulto alla vita”. Parole oggi stranamente attuali. Chi parla di “violazione di diritto d’autore” di fatto non ha colto il senso del problema, perché almeno formalmente non c’è stata nessuna violazione. Stando a quanto dichiarato da OpenAi, i suoi modelli non copiano opere esistenti ma si ispirano a stili “di studio” e non a “singoli artisti viventi”. Eppure, come osservano in molti, Ghibli è Miyazaki. 

“Non è copia, ma somiglianza”

A spiegare tecnicamente a L’Espresso in cosa consista la “ghiblizzazione” ci pensa Valerio Eletti, già direttore scientifico del Master Ielm alla Sapienza e presidente del Complexity Education Project: “L’intelligenza generativa non si limita più a fare collage. Grazie alle reti antagoniste e a modelli addestrati in spazi iperdimensionali, crea immagini nuove che non sono composte da pezzi esistenti, ma che somigliano per caratteristiche ad altre. È un sistema geometrico: se due punti sono vicini in questo spazio, vengono attivati insieme. È somiglianza, non copia”. Il nodo, secondo Eletti, è il prompt (la domanda che si pone all'Ia): “Il sistema risponde in base all’indicazione che diamo. Più il prompt è preciso, più il risultato è vicino a ciò che desideriamo. È come una formula magica: dietro c’è una macchina potentissima, ma anche una certa complicità creativa dell’utente.”

Creativi digitali

Il caso OpenaAi-Ghibli porta a galla una questione più profonda: cosa definisce la creatività nell’era dell’intelligenza artificiale? Per molti quest’esplosione dello stile Ghibli ha il merito di avvicinare le persone all’arte. Ma chi con la creatività ci lavora – pensiamo agli sceneggiatori e creativi di Hollywood che nel 2024 hanno firmato una petizione contro l’uso delle opere protette per addestrare l’Ia - parla apertamente di “furto culturale”. L’Ia si ispira allo stile di chi ha fatto dell’artigianalità e della lentezza un atto di resistenza. Quell’estetica era nata per celebrare la natura, il tempo che scorre, il gesto. E per questo la “ghiblification” è come una sveglia che suona per ricordarci che tra creatività umana e potenza artificiale il confine non è scritto nel codice, ma nella coscienza collettiva.

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