Innovazione
25 marzo, 2026Articoli correlati
Se l’Ia viene introdotta senza redistribuire i guadagni di produttività, avremo una società divorata dall’ansia del futuro. L’automazione arriva in un capitalismo già ossessionato dalla performance
Ogni volta che una big tech annuncia un taglio, la scorciatoia narrativa è sempre la stessa: è colpa dell’intelligenza artificiale. Meta starebbe valutando riduzioni fino al 20 per cento della forza lavoro per finanziare l’infrastruttura Ia. Amazon, Block, Atlassian hanno già accompagnato i loro tagli con un lessico ormai codificato: produttività, snellezza, automazione, squadre più piccole che fanno di più. La tentazione è fermarsi qui, ma sarebbe un errore.
Perché l’Ia sta diventando contemporaneamente tre cose diverse. Un investimento colossale da finanziare – e i soldi vanno trovati da qualche parte. Una giustificazione manageriale perfetta da esibire davanti agli analisti e ai mercati. E, sì, in alcuni casi anche uno strumento concreto che cambia davvero il rapporto tra persone, competenze e valore prodotto. Tre dimensioni che si sovrappongono, si confondono e rendono la risposta alla domanda «l’Ia sta rubando posti di lavoro?» molto meno netta di quanto sembri.
Non siamo ancora nello scenario in cui una macchina rimpiazza milioni di lavoratori dalla sera alla mattina. Siamo dentro qualcosa di più sottile: una fase in cui le aziende riorganizzano i costi, alzano le aspettative di performance e comprimono gli organici perché credono – o vogliono far credere – che l’Ia permetterà presto di fare lo stesso lavoro con meno persone. Si licenzia perché il mercato premia chi promette di diventare più efficiente grazie all’Ia. Negli Stati Uniti i licenziamenti programmati a gennaio sono saliti a oltre 108 mila unità, il livello più alto per quel mese dal 2009. L’intelligenza artificiale è stata citata come motivazione nel 7 per cento dei tagli. Ma le cause principali restano altre: perdita di contratti, condizioni economiche sfavorevoli, ristrutturazioni interne, chiusura di divisioni. L’Ia non è quasi mai l’unica ragione. È piuttosto il grande acceleratore di una trasformazione già in atto. Le imprese tagliano perché devono liberare risorse, perché gli investitori vogliono margini più alti. È perché il semplice annuncio di una svolta Ia, oggi, vale quasi come una promessa di redditività futura. L’automazione, insomma, non arriva in un mondo stabile. Arriva dentro un capitalismo già ossessionato dall’efficienza, dal contenimento dei costi e dalla valorizzazione immediata in Borsa. In questo senso l’Ia rischia di essere meno la causa originaria del problema e più il detonatore.
Questo non significa minimizzare. Il Fondo monetario internazionale stima che circa il 40 per cento dei lavori nel mondo sia esposto a cambiamenti guidati dall’Ia. Nelle economie avanzate, la possibilità di trovare o mantenere un impiego dipenderà sempre più dalla capacità di acquisire nuove competenze, e in fretta. L’Organizzazione internazionale del lavoro aggiunge un dettaglio importante: un lavoratore su quattro si trova in un’occupazione con qualche grado di esposizione all’intelligenza artificiale generativa, ma nella maggior parte dei casi il lavoro sarà trasformato, non cancellato.
È forse questa la formula più onesta per leggere il presente. Non una sostituzione totale, ma una pressione crescente. E il rischio vero non è soltanto perdere posti di lavoro. È perdere qualità del lavoro, potere contrattuale, capacità di negoziare il cambiamento.
Le stesse aziende che licenziano migliaia di persone stanno contemporaneamente assumendo ingegneri Ia a stipendi record. Non stanno riducendo il lavoro in senso assoluto: lo stanno spostando. Il problema è che queste decisioni, oggi, vengono prese quasi interamente dal lato dell’offerta, senza che lavoratori, sindacati o governi abbiano voce in capitolo.
Perché se l’Ia viene introdotta senza redistribuire i guadagni di produttività, il risultato non sarà una società in cui si lavora meno e meglio. Sarà una società in cui pochi fanno di più, molti vengono espulsi e tutti gli altri vivono nell’ansia di essere i prossimi. Qui la questione diventa politica prima ancora che tecnologica. La domanda vera è chi si prenderà i benefici di questa nuova produttività e chi pagherà il costo della transizione.
Finché la risposta sarà «gli azionisti incassano, i lavoratori si arrangiano», l’intelligenza artificiale continuerà a essere raccontata come una rivoluzione del futuro ma vissuta, da molti, come un taglio del presente.
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