CHE COSA CONVIENE A ISRAELE? Fino a ieri il governo di Bibi Netanyahu, spaventato da una primavera araba di cui temeva lo sbocco, credeva fosse preferibile che restasse al potere a Damasco Bashar al-Assad, tiranno sanguinario, però un «male conosciuto», piuttosto debole e dunque poco pericoloso per la sicurezza di un confine comunque tribolato per via delle alture del Golan, occupate dallo Stato ebraico durante la "Guerra dei Sei Giorni" (1967) e dove adesso viene prodotto dell'ottimo vino.
QUALCOSA È CAMBIATO dopo un anno e mezzo di guerra civile prima strisciante e poi conclamata, dopo quasi 15 mila morti e un'esecrazione della comunità internazionale che, se non è sfociata in un intervento armato sul modello libico, sta provocando l'isolamento del regime. Soprattutto Israele ha molto più chiara, adesso, la lista delle priorità (numerose) che deve affrontare da qui al prossimo futuro. E nell'elenco, al primo posto, c'è l'Iran sempre più vicino ad avere l'arma nucleare.
NELLA BILANCIA TRA VANTAGGI e svantaggi pesa la consapevolezza dell'utilità che si ricaverebbe se si spezzasse l'asse che unisce Damasco a Teheran. E che trova una linea di continuità nell'appoggio che i due regimi garantiscono agli Hezbollah libanesi spina nel fianco sul confine Nord. Cacciato Assad, gli ayatollah si troverebbero senza il miglior alleato nell'area e sarebbe più agevole procedere a quei bombardamenti dei siti nucleari considerati ormai inmminenti e fortemente sponsorizzati, nel governo, sia dallo stesso Netanyahu sia dal ministro della Difesa Ehud Barak. Per l'avventura bellica esiste una «finestra di opportunità» che scade in coincidenza delle elezioni americane di novembre. Un Obama impegnato nella campagna per la conferma del mandato non potrebbe opporsi in modo deciso, pena alienarsi il voto della potente lobby ebraica interna. E il via libera all'operazione sarebbe la merce di scambio per una posizione più malleabile di Gerusalemme sulla Siria.
LE INCOGNITE RIGUARDANO le armi chimiche e batteriologiche di cui Damasco dispone in abbondanza e che per ora sono saldamente nelle mani del regime. Così come i missili e i razzi in grado di colpire il territorio d'Israele. Se si affermasse a Damasco un esecutivo più ostile dell'attuale o, peggio ancora, una formazione fondamentalista sunnita, quell'ingente arsenale sarebbe una minaccia seria e diretta.
DA QUI LA CONSAPEVOLEZZA che è preferibile giocare un ruolo nella transizione, riuscire magari a pilotarla assieme alle altre forze dell'Occidente. Per poi sedersi al tavolo di un negoziato al quale Israele si potrebbe presentare con un'importante carta da giocare: la restituzione delle alture del Golan. Per usare un linguaggio caro ai politici di Gerusalemme si tratterebbe di una «dolorosa concessione», foriera, però, di una «pace fredda» in un'area delicata, così come sono «freddi» gli accordi in atto con Egitto e Giordania. Dalla crisi siriana uscirà un Medio Oriente dagli equilibri molto diversi rispetto a quelli conosciuti.