Domenica scorsa, nel mio abituale sermone su ciò che sta accadendo di rilevante nel mondo che ci circonda, ho accennato brevemente all’ennesimo scontro in corso tra Israele e Hamas, ho ricordato ciò che accadde in Italia come conseguenza di quegli avvenimenti del 1967, all’epoca della cosiddetta “guerra dei sei giorni” (tanto durò la fulminea offensiva tra l’esercito di Israele e le potenze arabe che lo contrastavano) e ho terminato auspicando un intervento politico-diplomatico dell’Unione europea, che offrisse un patto d’alleanza, anzi una sorta di rapporto confederale, allo Stato di Israele e al costituendo Stato palestinese, che li legasse tra loro e all’Unione mettendo fine a una guerra che dura ormai da quasi un secolo e ha bloccato l’evoluzione pacifica dei due popoli che la geografia obbligherebbe a convivere ma che si scannano ormai senza tregua e senza prospettive.
Segnalo a questo proposito le inchieste con le quali gli inviati del nostro gruppo editoriale seguono costantemente questo dramma storico, in particolare quelle che fece ai suoi tempi Sandro Viola e quelle che tuttora scrive Bernardo Valli e segnalo anche l’articolo di Roberto Toscano sulla “Stampa” di domenica scorsa che anche lui ritiene inevitabile un intervento dell’Europa senza il quale sembra impossibile uscire da questa guerra permanente che infesta con i suoi veleni politici e ideologici l’intera regione mediterranea.
Dico mediterranea e non soltanto mediorientale perché altri e altrettanto drammatici fenomeni sono in corso, apparentemente di diversa natura ma in realtà strettamente intrecciati tra loro; primo tra tutti quello della migrazione dall’Africa verso l’Europa, che sta provocando una sorta di terremoto che vede l’Italia come il principale avamposto d’uno sconvolgimento di dimensioni continentali. Anche qui l’Europa dovrebbe intervenire attivamente ma tali sono le dimensioni che in questo caso l’Ue non basta, ci vorrebbe addirittura l’Onu e il suo Consiglio di sicurezza che però è tutt’altro che unito nella soluzione del problema.
Israele e Palestina sono una guerra permanente; le migrazioni dall’Africa subequatoriale sono un permanente spostamento di milioni di persone che affrontano il rischio della morte sul mare per sfuggire alla certezza della morte in terre condannate alla miseria, alla fame, alla disperazione e alla violenza.
Stiamo in realtà assistendo alla fine di un’epoca che i popoli affrontano senza speranze e quasi con rassegnata disperazione. Toccherebbe alle classi dirigenti prendere la guida di un processo che da negativo potrebbe trasformarsi nel suo positivo contrario ed è questo che le persone responsabili debbono incoraggiare. Vorrei dire imporre, se la forza della ragione potesse trionfare: qualche volta è avvenuto nella storia, altre volte no. Dobbiamo dunque impegnarci al massimo affinché questi angosciosi problemi siano risolti. David Grossman ne ha scritto lunedì scorso su “Repubblica” e io sono interamente d’accordo con la sua lucida e accorata testimonianza.
Ma restiamo per ora sul tema Israele-Palestina, una guerra che crea ogni giorno centinaia e a volte migliaia di vittime e mette in moto fenomeni non solo militari ma religiosi, ideologici, culturali. Un intervento dell’Unione europea potrebbe aprire la strada alla speranza, ma deve in qualche modo risolvere tre problemi preliminari: quello delle armi, quello dei confini e quello dei rapporti con le altre potenze dell’intera regione mediorientale che a volte assistono senza farsi coinvolgere dal conflitto in corso, a volte invece intervengono direttamente o indirettamente; parlo dell’Iran, dell’Iraq, della Siria, della Turchia, del Kurdistan, dell’Egitto.
Le armi. Quelle di Hamas sono più adatte agli attentati che alla guerra vera e propria. Israele è invece armatissimo e dispone perfino di bombe atomiche anche se il giorno che le usasse scatenerebbe effetti probabilmente capaci di cancellare l’esistenza propria oltreché degli altri.
Un’alleanza tra i due Stati con l’Unione europea dovrebbe passare attraverso il disarmo di Israele, sostituito dalle garanzie dell’Ue ed eventualmente della Nato o addirittura anche del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma io non credo che esista in Israele un’opinione pubblica e un governo di qualsivoglia colore che accetti un disarmo. Questa ipotesi non è realizzabile. Si avrebbe dunque un’alleanza tra due Stati, associati all’Unione europea, uno dei quali armato e l’altro dotato soltanto delle armi concesse alle forze di polizia o a una guardia nazionale per il mantenimento dell’ordine pubblico. È possibile una ipotesi di questo genere? Certo è un punto delicatissimo, ma io penso di sì, che sia possibile, naturalmente a certe condizioni. Per esempio la smilitarizzazione della bomba atomica, il divieto di usare armi nei confronti dello Stato Palestinese, pena il disconoscimento dell’alleanza con l’Ue, il ripristino dei confini precedenti la “guerra dei sei giorni”, cioè la restituzione di tutte le terre al di là del Giordano.
A queste condizioni, sancite da un trattato garantito anche dalla Nato e dall’Onu, che Israele abbia armi sufficienti a difendersi da altre potenze dell’area mediorientale è ragionevole. Ovviamente lo Stato palestinese dovrebbe avere i mezzi per vigilare e reprimere con la massima energia eventuali attentati. Vigilanza comune dei due Stati per evitare il pericolo più grave e purtroppo più diffuso nell’area mediorientale.
Questo tema chiama in causa un fenomeno che sta crescendo di ora in ora ed è il cosiddetto Califfato, sostenuto dalla nuova leva di Al Qaeda e che sta a cavallo tra Turchia, Siria e Iraq.
Il Califfato non riguarda direttamente la guerra di Israele-Palestina, ma minaccia l’equilibrio dell’intera regione. La vera guerra che si profila è questa e riguarda tutti, dall’Europa agli Usa. Riguarda l’intero Occidente ma anche le potenze arabe a cominciare dall’Egitto, dall’Arabia saudita, dagli Emirati, dalla Turchia.
Questo, oltre alle popolazioni migranti, è un tema che segnerà il passaggio da un’epoca ad un’altra e va assai al di là del problema di Israele anche se le interconnessioni sono evidenti.