La rete metallica che ?divide i due Paesi c’è ancora, ?ma i pezzi di filo spinato vengono già venduti come gadget, in ricordo della visita. Insieme a soldatini? in miniatura, identici ?a quelli veri armati ?di binocolo e fucile

L’autobus per il 38° parallelo parte da Seul alle nove del mattino. Una scampagnata di cinquanta chilometri che - pranzo compreso - non costa più di cento euro, e in meno di un’ora porta i turisti a pochi metri dall’ultimo muro della guerra fredda: la Korean Demilitarized Zone (o Dmz), che in realtà è il confine più militarizzato al mondo. «Sapete cos’è la Dmz?», domanda al microfono Dora Kim, la ragazza che fa da guida. «È una zona cuscinetto che taglia in due la penisola seguendo più o meno il 38° parallelo. È larga quattro chilometri e lunga 249; fu creata alla fine della Guerra di Corea il 27 luglio 1953».

Quello che Dora non dice - ma te ne accorgi subito arrivando al piazzale dell’Imjingak Park pieno di pullman - è che negli ultimi anni l’intera Dmz si è aperta ai visitatori, diventando un enorme parco giochi militare e un luogo turistico. Lo ha capito il governo, che ha tracciato un itinerario chiamato “The Road to Peace and Life”: 540 chilometri di strade lungo il confine che svelano un mondo tenuto nascosto per mezzo secolo. Un inedito “coast to coast” fra torri di controllo, campi di battaglia, tunnel sotterranei e riserve incontaminate.

[[ge:rep-locali:espresso:285121688]]La Dmz, con le sue montagne e i suoi fiumi, occupa lo 0,5 per cento di tutta la penisola coreana, e grazie al suo isolamento è divenuta un ecosistema perfetto: uno fra gli habitat meglio conservati al mondo, che fra mine e filo spinato ospita rare specie vegetali e animali, come l’orso tibetano, il leopardo dell’Amur e la gru della Manciuria.

Ma per molti l’incontro più eccitante è quello con i soldati del nord, a Panmunjeom, il villaggio sul confine dove nel 1953 venne siglato l’armistizio. L’edificio della firma è tuttora presidiato da entrambi i paesi (insieme all’Onu) e al suo interno una linea disegnata per terra segna il confine fra nord e sud: la foto turistica fatta con i piedi di là, in Corea del Nord, è il ricordo più richiesto. «Vedete, i nostri soldati indossano gli occhiali scuri», dice Dora Kim al centro della stanza azzurra: «Li portano per evitare di guardare negli occhi i soldati del nord e sottrarsi così a eventuali provocazioni». In realtà sono sessant’anni che questi due paesi si guardano in cagnesco, ma alla fine non succede mai nulla. Anzi, lungo la Dmz tutto è intitolato alla pace, alla fratellanza, alla auspicata riunificazione. C’è il “ponte della libertà” sul quale camminarono i prigionieri di guerra tornando a casa, dopo l’armistizio del ’53. C’è la “collina della pace e della vita” a Seohwa, vicino alla costa orientale. Ci sono le “campane della pace” (ex proiettili per cannoni) in un parco di Dongchon, mentre a Cheonmi c’è la “diga della pace”, un enorme invaso artificiale costruito per fare fronte alla minaccia della vicina diga nordcoreana di Imnam: alcuni sostengono che la sua eventuale distruzione - volontaria o meno - causerebbe una catastrofe facendo arrivare l’acqua perfino a Seul.

«Da qui la Corea del Nord sembra un presepe», sussurra Kun-Woo, un anziano dai lunghi capelli bianchi che non stacca gli occhi dal binocolo a pagamento. L’uomo è nato a Pyongyang, ha vissuto vent’anni nell’attuale Corea del Nord e ogni anno sale all’osservatorio sull’isola di Ganghwado, costa ovest. A fianco dei ragazzini in gita scolastica, Kun-Woo si commuove nel gettare lo sguardo oltre confine. Ma sa bene che quelle case illuminate al tramonto, tutte insieme alla stessa ora, sono finti villaggi, vuoti e costruiti per pura propaganda.
Sono veri invece i tunnel scavati dai nordcoreani in previsione di una futura invasione del sud. A partire dal 1974, grazie anche alle dichiarazioni di un disertore, ne sono stati scoperti quattro, ma pare ne esistano molti di più. Per visitarne uno occorre raggiungere Jangheung, al centro della penisola. Qui i turisti arrivano a frotte, soprattutto la domenica, per fare rafting lungo il fiume Hantangang e acquistare gadget ricordo. Come la statuetta della guardia nordcoreana, un pezzo di filo spinato o la caserma di confine in miniatura. Il tunnel numero 2 è una delle attrazioni più visitate di tutta la Dmz: indossati i caschetti gialli protettivi, la guida racconta che «è lungo oltre tre chilometri, è largo due metri, si scende fino a 160 metri e poteva trasferire trentamila soldati armati in un’ora». Quando i primi tunnel sono stati scoperti la Corea del Nord si è giustificata dicendo che erano per l’estrazione del carbone, anche se di carbone non se n’è trovata traccia. I muri però, in un tentativo grossolano di camuffare il tutto, prima di abbandonare i tunnel sono stati dipinti di nero.

A Yeoncheon una squadra di soldati inganna la noia giocando a calcio. Seduto in panchina, il sergente Shin sorride: «Va tutto bene, è tranquillo». Da qui si parte per raggiungere in auto il Taepung Observatory a Hoengsan: si deve sostare al posto di blocco, poi si entra in una terra di nessuno, silenziosa e disabitata, fino ad arrivare alla torre di controllo in cima alla collina. I soldati ricordano che qui si può solo fotografare rivolti a sud: «Lo vede il fiume laggiù? Segna il confine. Vediamo soldati nordcoreani fare il bagno e ogni tanto comunichiamo con loro attraverso i megafoni. Spesso scappano a nuoto e poi risalgono la collina, chiedendo asilo. Sono centinaia all’anno».

La costa orientale è un unico filo spinato che si stende per decine di chilometri costeggiando gli alberghi, i campi e le strade. Nella spiaggia di Myeongpa le roulotte dei villeggianti sono a tre metri della rete e da una di queste esce Jae-in, ventenne venuto a vedere il famoso sommergibile di Gangneum: «Mio padre, in casa, ne parlava sempre». La storia è questa: nel settembre del 1996 un sommergibile nordcoreano con 26 uomini a bordo si avvicinò al confine, e nel tentativo di spiare le installazioni militari si incagliò. Dopo vani tentativi di liberarlo, i soldati di Pyongyang fuggirono sulla terraferma e cercarono di tornare al Nord a piedi, ma partì una caccia all’uomo durata settimane. Braccati da 60 mila militari del sud, i fuggiaschi morirono tutti, tranne due. Uno fu catturato e vive ancora in Corea del Sud, dell’altro si persero le tracce. C’è chi sostiene che sia ancora clandestino, da qualche parte fra le montagne della Dmz.

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