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Il terrorismo e Molenbeek, cuore sconosciuto d'Europa

Una giornata nel quartiere di Bruxelles considerato tra le centrali europee del terrorismo islamista. Un luogo di transito, dove vivere costa poco e si arriva per mettere un piede in Europa. Una specie di isola "di povertà e ignoranza" dove la parola "integrazione" per molti non ha significato

Lo scrittore e noto polemista francese Eric Zemmour dopo la strage di Parigi ha suggerito all'aeronautica francese di bombardare Molenbeek, quartiere di Bruxelles da più parti indicato come l'epicentro della jihad in Europa, piuttosto che Raqqa, la capitale dello Stato Islamico.

In questi giorni convulsi in cui il suono delle sirene per le strade di Bruxelles è diventato quasi un rumore bianco e le notizie di raid della polizia in città sono sempre più frequenti, ti sorprendono pensieri inquietanti. Ci si guarda intorno con sospetto, donne con il velo sull’autobus e uomini dalla pelle scura al supermercato assumono sembianze minacciose. Nelle visioni più apocalittiche ci si  immagina esplosioni, stragi, scene di guerra. Proprio come quelle che Zemmour invoca per ripulire l’Europa dalla minaccia dell’estremismo islamico.

Abito a Bruxelles da poco di più di un anno, e una delle prime sere dopo il mio arrivo alcuni amici mi invitarono a un concerto in un locale famoso, il VK, nel cuore di Molenbeek. Il programma musicale del VK è un cocktail decisamente forte di indie rock, hip hop underground e elettronica.

Ricordo che per trovare la strada mi misi a seguire un gruppo di ragazzi abbastanza hipster da essere diretti al concerto. Era una bella serata di ottobre e fra gli hipster c’erano un paio di ragazze vestite in modo leggero. Mi colpì vederle camminare veloci, quasi di corsa, in mezzo agli sguardi severi degli uomini dai tratti mediorientali seduti ai tavolini dei café, la pipa del narghilè in bocca.

Arrivato al VK, un lungo stanzone disadorno pieno di ragazzi prevalentemente biondi, mi resi conto che stavo entrando in una specie di enclave di cultura alternativa occidentale incastonata dentro a un quartiere musulmano. Curiosamente, VK sta per vartkapoen, una specie di gioco di parole in lingua fiamminga che si potrebbe tradurre come “il burlone del canale”.

E’ il soprannome degli abitanti di Molenbeek, nati appunto aldilà dal canale che li separa dal resto della città. Nel quartiere c’è persino una statua in  bronzo, creata dall’artista brussellese Tom Frantzen, che celebra la nomea degli abitanti di Molenbeek, mostrando un vartkapoen che sbuca da un tombino e con una mano fa inciampare un poliziotto. Nell’intento dell’artista la statua doveva celebrare in modo lo spirito beffardo ed eversivo che accomuna gli abitanti del quartiere.

Ma in questo preciso momento, a Molenbeek, chi è il burlone che sbuca dal tombino, e chi è quello che inciampa? I ragazzini belgi che facendosi beffe degli stretti codici morali e religiosi del quartiere si infilano al VK a farsi le canne e a bere birra? Oppure i fratelli Abdeslam, gestori di un  café poco lontano dal VK, che hanno seminato l’orrore a Parigi proprio in un Venerdì 13? Per capire meglio Molenbeek sono andato ad una manifestazione organizzata in solidarietà con le vittime degli attentati di Parigi, e vi ho incontrato Jeroen e Ophelia, gli stessi amici che un anno fa mi avevano invitato al concerto al VK.

Jeroen lavora per una famosa compagnia di danza contemporanea,'Ultima Vez' di Wim Vandekeybus, che a Molenbeek ha la sua sede. Ophelia, la compagna di Jeroen, ha vissuto qui per dieci anni, e solo pochi mesi fa i due si sono trasferiti in un altro quartiere. Mi  raccontano la loro esperienza di vita e di lavoro a Molenbeek mentre nella piazza del municipio  arrivano decine di persone, ragazze con il velo, signore eleganti, famiglie con bambini, tutti passati al setaccio da un fitto dispiegamento di polizia che controlla con perquisizioni ogni punto di accesso alla piazza.

Molenbeek è un quartiere industriale, mi spiega Jeroen, che nell’ultimo secolo ha visto  susseguirsi ondate di immigrazioni da varie parti d’Europa e del mondo. E’ una zona di transito,  dove le persone arrivano appena messo piede in Belgio, mentre cercano un lavoro e una prima  sistemazione, e se possono poi si trasferiscono. La vita costa poco qui, gli alloggi si trovano a meno  della metà che nel resto di Bruxelles, e ci sono grandi sacche di povertà e disoccupazione, che a Molenbeek supera il 35%.

Proprio per questa sua natura transitoria, è una comunità poco stabile, difficilmente integrabile con il resto della città, e se vi attecchiscono estremismi, sono poco controllabili da parte delle autorità. Anche la compagnia di danza di Jeroen ha scelto di prendere la sede qui per i prezzi convenienti degli immobili, e pur rappresentando una realtà culturalmente lontana dai gusti medi degli abitanti di Molenbeek, ha cercato di creare un legame con il quartiere. Da alcuni anni la compagnia è impegnata in un programma di educazione alla danza per i bambini del quartiere.

“Quando abbiamo messo l’annuncio dei workshop sul sito” - mi spiega Jeroen - “in un paio di giorni abbiamo fatto il tutto esaurito, ma si sono presentati solo figli di famiglie benestanti che ci conoscono di fama e che non abitano certo a Molenbeek. Abbiamo dovuto cambiare strategia, siamo entrati in contatto con delle agenzie di mediazione culturale che fanno da collegamento con gli abitanti del quartiere. Così un po’ alla volta sono arrivati bambini di origine marocchina, africana, e altre nazionalità. Si divertono un sacco, e alcuni sono veramente bravi. Ma non pensare che li portino qui i genitori, dobbiamo andarli a prendere noi.”

Ophelia, una ragazza dai tipici tratti fiamminghi, invece mi racconta che quando ha comprato casa qui Molenbeek era una specie di terra di nessuno, la strade erano poco illuminate e c’era immondizia ovunque. Nel frattempo molto è cambiato, il percorso lungo il canale è stato arredato con tante girandole colorate che ruotano quando soffia il vento, vicino alla piazza del municipio c’è un grande progetto di edilizia pubblica costruito secondo i principi più moderni dell’architettura passiva.

“Ci sono tanti segnali interessanti di cambiamento a Molenbeek, realtà culturali e professionali all’avanguardia, spazi di co-working, centri espositivi” mi spiega Ophelia: “Ma questo non significa che ci sia integrazione con il resto del quartiere. Io in questi anni ci sono stata abbastanza bene, ho solo dovuto imparare a muovermi entro certi limiti. Per esempio, anche nelle giornate più calde non potevo uscire a fare la spesa in canottiera, altrimenti avrei incontrato gli sguardi di disapprovazione degli anziani. Per non parlare dei fischi dei ragazzi… Ma se mi vestivo  in modo, diciamo così, decente, non c’era problema. Anzi, i negozianti mi conoscevano, mi salutavano e spesso mi fermavo a chiacchiere. Erano molto gentili e calorosi, sopratutto nelle pescherie, che sono una delle specialità di Molenbeek.

La gran parte degli immigrati qui provengono dal Marocco, e sono grandi esperti di pesce. Conoscono persino i nomi di certi pesci in quattro lingue…”. Le chiedo se l’atmosfera a Molenbeek abbia influito nella loro decisione di lasciare il quartiere. Jeroen dice che per lui non ci sono sono mai stati problemi, gli era comodo anche per il lavoro, ma io sono un uomo, aggiunge lanciando un’occhiata alla sua compagna. Ophelia tentenna un po’ e poi ammette che nel nuovo quartiere non sente le stesse pressioni che sentiva qui. Le faccio notare che in tanti altri quartieri, compreso quello dove vivo io, ci sono simili contrasti fra diverse fasce della popolazione. In fondo Bruxelles è una città frammentata in senso linguistico e amministrativo, architettonicamente cacofonica, scissa nella sua duplice responsabilità di capitale del Belgio e di quella, ben più complessa, di capitale d’Europa. Ma Ophelia insiste che qui era diverso: “Il problema a Molenbeek è chi si incontra tanta povertà, e tanta ignoranza. Non potevo neanche sedermi a prendere un caffè in un bar senza essere guardata male…” Ma poi aggiunge: “Ma non è per questo che ce ne siamo andati”. “E dell’estremismo islamico?” le chiedo “Se ne sentiva parlare, quando stavate qui?” “C’erano delle voci che il precedente sindaco del quartiere fosse troppo morbido con le moschee dalle tendenze radicali” mi risponde: “Ma che si parlasse in giro di terrorismo, neanche per sogno”.

La stessa sensazione che avevo avuto qualche ora prima, mentre chiacchieravo con un fruttivendolo marocchino non lontano dal municipio. “Sono una persona tranquilla, la violenza mi spaventa quanto spaventa te… Sono solo qui per il lavoro, se trovassi lavoro in Marocco tornerei a casa” mi aveva detto con un sorriso quasi beffardo. Prima di uscire gli avevo chiesto se veniva anche lui alla manifestazione in piazza, e lui aveva scosso la testa, sempre con lo stesso sorriso.

Avviandomi verso la piazza mi domandavo se anche quel fruttivendolo fosse uno dei tanti vartkapoen di Molenbeek, pronto a sbucare da un tombino e agguantarmi la caviglia per mandarmi con il muso a terra, insieme a tutte le mie sicurezze.

Gabriele Cosentino insegna comunicazione politica al Vesalius College di Bruxelles.
Seguilo su twitter: @el_gloco.

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