Solo un flebile entusiasmo dinanzi alla sede del Partido Popular in Calle Génova numero 13, nella notte del 20 dicembre a Madrid. Sventola qualche bandiera blu con il logo dei popolari e nell’aria, l’eco di un coro nazionalista. Pochi gli applausi. E pochi i simpatizzanti presenti. Il PP di Mariano Rajoy ha nuovamente vinto le elezioni in Spagna, ma questa volta senza la maggioranza assoluta di 176 seggi. Il peggior risultato dalle elezioni generali del 1989.
Nella Plaza de San Ildefonso, nucleo dell’emblematico quartiere madrileño di Malasaña (quello che tanto piaceva a Manu Chao), qualcuno ha affisso una locandina nera. Lo slogan, in stampatello, risalta per contrasto: votare la destra è un rifiuto alla democrazia. Nessuno lo ha ancora strappato. È opera delle Femen spagnole, una costola del gruppo femminista di origini ucraine, che da anni si batte per sradicare la visione androcentrica della società spagnola. Molto banalmente: una radicalizzazione del malcontento che investe un’intera generazione di giovani elettori. A destra, e a sinistra.
L’energia in città è ancora palpabile. Nei giorni scorsi i giovani, al momento molto attivi politicamente (soprattutto sui social), si sono affrettati a votare. Lo hanno fatto anche quelli residenti all’estero, lamentandosi però di un sistema che non permette ancora loro di votare in modo semplice ed immediato e che li obbliga a passare attraverso i consolati, per evitare brogli elettorali.
Resta però l’euforia di un avvenimento che finalmente li rende partecipi (o almeno in gran parte). La rigenerazione del panorama politico spagnolo li ha messi davanti a un’opzione sicuramente più democratica, grazie alla pluralità delle scelte, che spazzano via la tanto odiata egemonia del sistema bipolare.
Secondo quanto riportato da El Mundo, dalle scorse elezioni generali del 2011, circa 1 milione e mezzo di nuovi elettori, raggiunta la maggiore età negli ultimi quattro anni, ha espresso il proprio voto nella giornata di ieri.
Per la prima volta nella storia della democrazia spagnola, i sondaggi elettorali evidenziavano quattro diversi partiti, che presentavano un sostanziale equilibrio in merito alle intenzioni di voto dei cittadini. Un parlamento all’italiana, ma senza italiani. Questo l’augurio dell’ex presidente Felipe González.
I nuovi partiti spagnoli, il viola Podemos, tanto spesso paragonato a Syriza, e l’arancione Ciudadanos, hanno letteralmente fagocitato il tradizionale duello tra i socialisti di Pedro Sanchez e i popolari di Mariano Rajoy.
La determinazione di Pablo Iglesias, il leader di Podemos, ha saputo abbattere il muro della crisi di rappresentanza in Spagna, consolidando i viola come nuova forza politica in meno di due anni.
Eppure, il grande centro di attenzione mediatica non è mai stato il nuovo partito in sé, ma la figura dell’uomo che ne è a capo: il leader Iglesias, ormai diventato una vera e propria celebrità. Il giornalista britannico John Carlin ha paragonato la dialettica di Iglesias a quella di Gesù nel passo del Vangelo in cui scaccia i venditori dal tempio, rovesciando i tavoli dei cambiavalute.
Iglesias e il suo codino hanno ben presto dovuto dividere il merito con un altro abile attore e spartirsi l’appeal nei confronti dei giovani votanti con il carisma di Albert Rivera, leader del partito anti indipendentista Ciudadanos. Che ad oggi, nonostante i traguardi raggiunti, scende al quarto posto, ottenendo soltanto 40 seggi al Congreso.
Nell’ultimo dibattito elettorale non era presente nessuno dei due. Il duro confronto si è svolto esclusivamente tra Rajoy e Sanchez. Un dibattito televisivo condito da insulti e criticato da molti, soprattutto dai giovani, che hanno trovato il format poco attuale, per via di un’interazione con il pubblico quasi inesistente.
Esiste un forte distacco generazionale tra il Partido Popular e il resto dei partiti. In un sondaggio pubblicato di recente sul quotidiano spagnolo El País, un 14,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni cui era stato chiesto quale partito avrebbe votato, aveva dichiarato di avere intenzione di scommettere per il partito di Rivera. L’11,2% avrebbe dato il proprio voto al PSOE e un 10,2% a Podemos. Solo il 9,9% avrebbe votato i popolari.
Più della metà dei giovani spagnoli ha dichiarato che non voterebbe mai il partito di Mariano Rajoy. Il PP, che ha vinto le elezioni con 123 deputati e il 28.7% dei voti, è anche quello che genera più rifiuto nelle nuove generazioni. Il 58,2% dei giovani, un dato difficile da sottovalutare.
Maria è una giovane giornalista di 23 anni, ha studiato all’Università Complutense di Madrid e da qualche anno ha lasciato la sua amata Galizia per dedicarsi al suo lavoro. Scrive per un giornale di viaggi e lo fa appassionatamente, lo si vede dallo sguardo. Con lo stesso fervore mi ha confermato di aver votato un partito del quale non era del tutto convinta, Ciudadanos, per non regalare un voto ai popolari. Avrebbe votato volentieri Podemos, contenta delle politiche del nuovo sindaco di Madrid Manuela Carmena, ma il suo partito non aveva ottenuto nei sondaggi un consenso abbastanza forte da far fronte al PP.
Pablo Simón è un politologo e insegna all’Università Carlos III di Madrid. Prima di queste elezioni, spiega, se un cittadino votava Izquierda Unida (un partito sensibilmente minore rispetto ai colossi PP e PSOE) era consapevole che quel voto sarebbe andato perso. Si votava PSOE, per far si che non vincesse il PP o viceversa. Oggi la situazione dovrebbe essere cambiata, per il sistema multipartito, ma il risultato sembrerebbe lo stesso di sempre.
Ora, nonostante la vittoria dei popolari, si apre in Spagna uno scenario assolutamente inedito, che prevede una nuova cultura politica. Molti i giovani che avrebbero preferito capire in anticipo quali fossero le intenzioni di ogni partito riguardo ai patti necessari per formare un governo in caso di mancata maggioranza. Un ulteriore elemento che avrebbe facilitato loro la scelta di voto.
Nacho è un avvocato di 27 anni. Vive e lavora a Malaga, in Andalucia. Anche lui avrebbe votato Ciudadanos, fermo nell’idea che il partito di Rivera abbia acquisito la forza necessaria per far fronte alla corruzione che attanaglia il Partito Popolare da parecchi anni. La questione fondamentale per la nuova generazione, racconta, è rompere con la vecchia scuola. Un nuovo modo di fare politica, che non si traduca solo con la fine del bipolarismo, ma con risultati scaturiti da un cambiamento concreto. Lo sblocco dei salari minimi e la garanzia di nuove e pari opportunità per le donne, per esempio, che ad oggi guadagnano il 24% in meno rispetto agli uomini.
Questo vogliono i giovani spagnoli. Qualsiasi nuovo partito sembra andare bene, pur che non vi sia un ritorno allo status quo. La regressione viene spesso associata ai partiti tradizionali e la nuova politica alle nuove formazioni. Come spiega il sociologo spagnolo Ignacio Urquizu in un’interessante analisi sul nuovo modo di fare politica in Spagna, non è detto che tutto ciò che è nuovo si possa considerare avanguardia, né si possono attribuire alla vecchia politica tutti i problemi di un Paese come la Spagna.
Bisognerebbe considerare che la Spagna ha generato nel tempo due società diverse: una rappresenta tutti coloro che hanno vissuto la dittatura e che quindi hanno naturalizzato una concezione di democrazia più minimalista, spiega Urquizu, e associano la buona politica al benessere economico. L’altra, la generazione digitale, ha acquisito una percezione ben diversa del sistema politico spagnolo. Avendo vissuto sin dagli albori la democrazia, i giovani spagnoli si aspettano cose diverse dal loro Paese.
Tanto l’educazione, se si considera che il 32% dei giovani dichiara di aver conseguito una laurea contro il 16% degli adulti sopra i 55 anni, quanto il progresso e il rapporto dei giovani con la tecnologia, sono stati determinanti nelle forti differenze di voto tra i giovani e la generazione adulta.