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Mondo
febbraio, 2015

Charlie Hebdo, un mese dopo nell'invincibile Parigi

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Nei luoghi delle stragi si tiene viva ?la memoria. Ma ?la città ha ripreso le sue abitudini: ?la normalità come forma di resistenza

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Toujours Paris. Un mese dopo c’è Parigi, l’invincibile Parigi che non è solo Francia ma è mondo, la Parigi dell’immaginario collettivo, delle cartoline. Con la Tour Eiffel sfavillante su ogni sfondo, i caffé gremiti, i teatri, i musei, la nuit. E le parlate di una babilonia contemporanea che si confondono sui boulevard dove è sempre piacevole “flaner”; la gente che va di fretta e se si ferma per caso la metropolitana sarà di nuovo per un guasto tecnico, non per un attentato, come nella, fugace, sindrome post-traumatica.

Si è detto, un po’ troppo frettolosamente, “siamo in guerra”. E, fatto salvo il senso traslato, le parole andrebbero maneggiate con maggiore cura. A meno di non considerare “guerra” quei soldati che passeggiano guardinghi, le armi in pugno, sotto i portici della magnifica eppur discreta place des Vosges, cuore del Marais, il quartiere ebraico eventuale obiettivo sensibile, dove però nei ristoranti non c’è posto, i registratori di cassa delle boutique fanno drin-drin e una gioventù cosmopolita si comporta come in quei posti che in guerra non sono. È vero però che, ai suoi molti itinerari, la metropoli ne ha aggiunto uno, un tour del dolore, della memoria e della commozione che non sta nelle brochure ma nelle teste.
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PRIMA TAPPA
Se dalla place des Vosges, riva destra della Senna, si risale la rue de Turenne (coi poliziotti davanti alle scuole ebraiche) e si attraversa il boulevard Beaumarchais, si entra nel dedalo di strade dell’ XI arrondissement, coi palazzi color bianco o crema, comunque chiari, in un silenzio irreale dove si può sentire distintamente il rumore della pioggia che cade sul selciato e il passo che diventa più lento dei pellegrini di una processione laica, rada, ma incessante.

Varcato il passage Sainte-Anne Popincourt, ecco una distesa di corone di fiori, disegni, scritte, addossati a una transenna che segna il confine con la rue Nicolas Appert (industriale, inventò un metodo per conservare i cibi). La sede di Charlie-Hebdo, il luogo della carneficina del 7 gennaio, è ancora presidiata dalle forze dell’ordine, «sequestrata a disposizione della magistratura», recita burocratico un ragazzo-agente prima di allargarsi in un sorriso che ha il sapore della riconoscenza: «Grazie di essere venuti sin qui». Pure i flic sono Charlie ed è come se fossero anche per loro quegli omaggi floreali continui, quelle vignette, quegli slogan per cui, li avete visti in televisione, si è esaurita persino la fantasia. Ma è un trionfo di matite, rose, maometti, un tripudio di colori sotto il cielo grigio.

Un’impiegata, Anne Cazeneuve, 45 anni, si è data per disciplina il passare qualche minuto ogni giorni, raccoglie le mani in grembo ed è come se pregasse, «non posso farne a meno». Tre italiani, quasi vergognandosi, si fanno un selfie, ma di nascosto. Improvvisati Ciceroni non interpellati ti raccontano come andò quella mattina che tutto cambiò: in realtà nemmeno tanto. Dall’area vietata sbuca Laurent, 27 anni, un impiego da grafico nell’edificio accanto al settimanale delle vignette: «Ma il mio patron sta cercando un altro ufficio. Impossibile convivere con i ricordi». Non c’è mai una folla, arrivano e ripartono alla spicciolata, due giapponesi, tre indiani, una comitiva di russi. Sbirciano le firme. La città di New York che si deve sentire ancora più gemella nella condivisione del lutto. La corona di rose più vistosa e sgargiante è quella dei “giornalisti curdi” e parte l’associazione di idee con Kobane, là sì che è appena passata la guerra e non ha lasciato pietra su pietra, là è fronte con lo Stato Islamico, Parigi un’incursione terrorista con metodi di guerra oltre le linee nemiche. Il freddo punge e suonerà irrispettoso verso i colleghi al minimo agnostici di Charlie ma si avverte il senso del sacro che non necessariamente è sinonimo di “religioso”. L’immaginario vaga nel déjà vu. Qui i fratelli Said e Cherif Kouachi hanno urlato al cielo: «Abbiamo vendicato il profeta». Qui si sono ricomposti gli abiti prima di salire con studiata calma in macchina. Qui hanno finito a sangue freddo il poliziotto Ahmed Merabet.

SECONDA TAPPA
Proseguendo sul passage Saint-Anne Popincourt si sbuca sul boulevard Richard-Lenoir (industriale del cotone) e, all’altezza del numero civico 35, Ahmed Merabet, poliziotto di quartiere in bicicletta, è caduto per terra, è stato raggiunto dai due killer autodefinitisi di al Qaeda. Un terrorista gli ha chiesto: «Vuoi ucciderci?». Lui ha risposto: «No è tutto ok, capo». E quello gli ha sparato alla testa in corsa, senza fermarsi. Se avesse alzato gli occhi avrebbe visto sullo sfondo, la “Colonna di luglio” col “Génie de la Liberté” eretta al centro di place de la Bastille: il concentrato simbolico della nostra modernità. Sullo spartitraffico, nel luogo esatto di un’esecuzione in stile nazista, il poliziotto ha il suo esclusivo e improvvisato tempietto, meno esteso ma non meno significativo. Ahmed, 42 anni, era musulmano e francese di periferia (dipartimento Senna-Saint-Denis) come i suoi assassini di una decina di anni più giovani.

Il corto circuito che li ha messi di fronte è la rappresentazione plastica della domanda attorno alla quale la Francia da un mese (e finalmente verrebbe da dire) si arrovella: perché è fallito, da un certo punto in poi, il nostro modello di integrazione assimilazionista di cui andavamo tanto orgogliosi e che aveva funzionato tanto bene nel passato? Il paragone necessario è con dieci anni fa (gli anni anagrafici di differenza tra Merabet e i fratelli Kouachi): 2005, rivolta delle banlieue. Allora era apparso chiaro che i rivoltosi chiedevano di essere “più francesi” si sentivano esclusi da una società in cui si era rotto l’ascensore sociale e volevano il rispetto di quel patto di cittadinanza che, sulla carta, dava loro pari opportunità. Lo choc delle migliaia di auto bruciate di notte, aveva prodotto uno dei tanti piani di rilancio delle periferie in cui si sono spesi, stando alle statistiche ufficiali, almeno 40 miliardi di euro. Ma, è il capo d’accusa, solo per ristrutturare edifici e renderli più gradevoli, senza influire su un disagio sociale e identitario che ha portato 1500 musulmani francesi nelle braccia dell’Isis.

Il ragionamento di Marc Semo, caporedattore a “Libération”, è deprimente perché non lascia intravedere soluzioni: «Sono crollati i quattro pilastri su cui si basava l’integrazione e non vedo come possano essere rialzati. I partiti politici di massa non esistono più, i sindacati hanno perso potere, non si è investito sulla scuola e non c’è più il servizio militare obbligatorio che era il passaggio fondamentale per favorire il senso di appartenenza alla nazione». Non per caso François Hollande, il presidente, ha rilanciato l’idea di un servizio civile sostitutivo, incontrando fautori convinti e detrattori feroci. Ma è uno dei grandi temi. Così come non è un caso che i due libri più importanti della rentrée letteraria di gennaio siano quello, celeberrimo, di Michel Houellebecq (“Sottomissione”, la Francia che vota nel 2022 un capo dello Stato musulmano) e il meno noto ma altrettanto significativo “Les Èvenements” di Jean Rolin, con una Francia in piena guerra civile, alcune fette di territorio nelle mani dei fondamentalisti e al-Qaeda nelle Bocche del Rodano dove il Petrarca elevava versi alla sua Laura: la letteratura del resto spesso precede la vita.

TERZA TAPPA
L’itinerario della memoria, salvo l’ultima stazione (lo vedremo), è nella gittata di una salutare e breve passeggiata tutta su rive droite. In meno di un chilometro dalla sede di Charlie Hebdo si risale a place de la République che come data chiave ricorda l’11 gennaio, l’enorme manifestazione di solidarietà, la più partecipata. Una cerimonia della Francia bianca, secondo i pessimisti che la valutano a posteriori e quando l’emotività si è sedimentata, nonostante si alzino numerosi francesi colorati a smentirli: «Io c’ero». Uno per tutti: l’ex calciatore Lilian Thuram, campione di quella squadra nazionale meticcia che vinse i Mondiali del 1998, apice insuperato della “fraternité” che sta nel motto fondativo dello Stato.

Sotto la statua della “République” che tiene nella mano destra un ramoscello l’ulivo e nella sinistra le tavole della legge, sul basamento la gente deposita incessantemente poesie, ricordi pensieri. E ancora fiori e vignette. Il tempo inclemente di febbraio rischierebbe di cancellare la buona volontà se una trentenne parigina, Sabrina Deliry, non si fosse inventata un collettivo chiamato “17 plus jamais”, dove il numero è quello delle vittime dei tre giorni che sconvolsero la Ville Lumière. Di solito succede verso sera, lei ed altri che si sono spontaneamente aggregati (hanno anche una pagina Facebook) si ritrovano armati di spazzoloni per togliere l’acqua, mettere i disegni dentro buste di plastica resistenti alla pioggia, accendere le candele che le intemperie hanno spento, sistemare i fiori. Il loro numero aumenta, si sono dati una “consigne” come fossero i custodi di un Piccolo Principe astratto che altro non è se non l’obbligo che si sentono di perpetuare il ricordo. E nel luogo, secondo Sabrina, ancora più consono, perché, confida, «molti turisti mi hanno detto che quando torneranno a Parigi verranno a République come si va a New York a Ground Zero». È il paragone ancora più usato, l’11 settembre europeo, e come per le Torri Gemelle, ha i suoi sopravvissuti.

QUARTA TAPPA
Da République basta girare un angolo per imboccare la rue Pier-Jean Béranger (poeta e musicista). Anche se non si conosce l’indirizzo è impossibile non identificare la redazione di “Libération”: davanti ci sono almeno due camionette della polizia e un folto numero di guardie private. Il grande palazzo in ferro-vetro ha un ingresso che pare quello di un garage ed è blindato come fosse l’Eliseo. I superstiti di Charlie Hebdo hanno trovato una sede provvisoria grazie alla generosità dei colleghi. Non si entra senza appuntamento e un cartello dice esplicitamente che è vietato l’ingresso ai giornalisti. Ma il caporedattore Gérard Biard, mamma italiana, fa un’eccezione. Dalla terrazza della caffetteria all’ultimo piano si gode una splendida vista. Biard deve aver conosciuto notti di migliore sonno e non potrebbe essere diversamente.

I rumors dell’ambiente raccontano di dissapori tra colleghi, discussioni accese, litigi, persino della possibilità che il giornale satirico non sia più in edicola. Biard nega, conferma la data del 25 febbraio per la prossima uscita. Ammette un disagio profondo nel confezionare il numero dopo la strage, quello clamoroso dei sette milioni di copie: «Sentivamo di avere un obbligo non solo verso le vittime anche verso coloro che ci hanno manifestato questa grande solidarietà». Come canterebbe Èdith Piaf, “il ne regrette rien”, non rimpiange nulla, nel senso che non riconosce errori nella linea precedente, nonostante la carneficina. Trova persino la forza per una battuta: «Pensa te se il profeta ha bisogno di due cretini come i fratelli Kouachi per avere soddisfazione». Trova che le istituzioni si siano magnificamente comportate con la testata, «ma non sono sicuro di un’analoga reazione se ci fosse stato Sarkozy al potere». Dei tanti momenti cruciali di questo mese ne sceglie uno: «Quando ci hanno ricevuto in prefettura incitandoci ad andare avanti. I poliziotti uniti a noi che ne abbiamo passati di guai con la giustizia». Perché si erano fatti beffe non solo dell’Islam ma anche, e assai di più, del cattolicesimo. Il suo sogno sarebbe, confessa, che “laicité” accompagnasse libertà, uguaglianza, fraternità, come elemento distintivo dello Stato. In bocca al lupo, Gérard.

QUINTA TAPPA
Per completare il percorso bisogna stavolta prendere il metro e scendere alla fermata porte de Vincennes. Poi proseguire per due incroci verso l’esterno della città quando si incontra la “périphérique”, la tangenziale, a ridosso della quale c’è l’Hyper cacher, supermercato di prodotti kosher conformi alle leggi alimentari ebraiche, che dà su via Albert Willemetz (compositore). Qui, dove Amedy Coulibaly, militante dello Stato Islamico, ha ucciso 4 persone, nessun senso del sacro. La solita teoria di fiori (spicca la corona di Israele), due annoiati poliziotti a far da guardia al negozio chiuso col proprietario che ha già detto di voler emigrare tra i suoi correligionari. Il panorama sono palazzi in stile Gropius con attorno il nulla. Sarà che sta lontano dal centro ma questo luogo della memoria sembra abbandonato, quasi metafisico. Finché una macchina si ferma e scende una signora col velo. Si chiama Fatima, è musulmana, depone mimose. E commenta: «Io sono una credente non estremista. L’Islam non vuole che si uccidano degli innocenti. Questi erano civili che andavano a fare la spesa. Noi condanniamo tutta la violenza compresa quella contro i vignettisti. Ma loro un pretesto lo avevano dato perché avevano offeso il profeta. Siamo in molti a pensarla così».Toccava scendere fin dove Parigi si perde nell’anonimato per scoprire qualcuno che non considera le vittime tutte uguali: siamo ai bordi di periferia.

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