I terroristi vogliono soffocare la migliore risorsa del paese. Dando un colpo all'unica democrazia laica nata dalle rivolte. E spingendo i giovani verso l'emigrazione o la jihad

Prima il museo del Bardo, ora le spiagge di Sousse. Prima i tesori della cultura, ora i resort del turismo di massa. I carnefici del Califfato hanno una strategia precisa. Non cercano solo una platea internazionale, che amplifichi le loro azioni colpendo i luoghi simbolo della Tunisia nel mondo. Non cercano soltanto vittime occidentali, spingendo ancora di più l'Europa a chiudersi nella sua fortezza. Dietro l'attacco c'è la volontà di soffocare la risorsa migliore del paese nordafricano, gettandolo sul lastrico.

Il turismo è una risorsa fondamentale per la Tunisia. Prima degli attentati, valeva il 7 per cento della ricchezza nazionale. Un miliardo e mezzo di euro l'anno. L'abbondanza di lidi, la ricchezza di monumenti archeologici, la qualità di hotel e infrastrutture, ne hanno fatto una meta visitata non solo durante la stagione estiva. Poi ci sono stati i tumulti della Primavera araba e quindi una lenta ripresa. Ma il massacro tra i mosaici del Bardo a marzo ha inferto una ferita profonda.

I numeri sono pesanti. Le statistiche diffuse ieri mostrano come nei primi sei mesi dell'anno il calo è stato del 28 per cento. Il bilancio si fa drammatico se si guarda al confronto con il 2010: gli ospiti europei sono dimezzati. Il crollo di italiani e francesi, un tempo i più assidui frequentatori delle spiagge di Sousse e Hammamet, arriva al 62 per cento. Un disastro destinato ad aumentare dopo la carneficina tra gli ombrelloni.
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Azzerare il turismo tunisino significa aumentare la disoccupazione. Il settore garantiva 400 mila posti di lavoro, tutti qualificati: il personale è interamente locale, dai camerieri ai direttori, dagli impiegati agli autisti. Impieghi soprattutto per i giovani più capaci, i più aperti alla modernità e all'innovazione. Che adesso rischiano di trovarsi davanti al vuoto, con l'unica prospettiva dell'emigrazione.

Azzerare il turismo a colpi di kalashnikov significa spingere l'economia verso il baratro. Mettendo a repentaglio il destino dell'unica democrazia sbocciata dalla Primavera araba, l'unica che non sia degenerata nel caos o nella tentazione della legge coranica. Lo ha testimoniato la risposta popolare dopo l'eccidio del museo, con una sincera partecipazione dei ceti più bassi, non disposti a piegarsi al fondamentalismo. Nelle elezioni parlamentari dello scorso ottobre ha vinto il partito laico, con quasi il 37 per cento dei consensi: un'affermazione confermata a dicembre anche nel voto per eleggere il presidente.

Azzerare il turismo significa chiudere le porte all'Europa. E spingere masse sempre più povere nella mani della propaganda jihadista. I tunisini sono in prima fila nella falange di volontari che prima ha aderito ad Al Qaeda e ora fornisce i ranghi più determinati dello Stato Islamico. Si incontrano su tutti i fronti della “guerra santa”, dall'Iraq alla Siria, dall'Algeria alla Libia. Reclute giovanissime, mandate al macello, come i killer ragazzini che hanno fatto fuoco al Bardo, come quelli che si fanno saltare in aria a Bengasi o a Mosul.

È una minaccia che l'Occidente deve stroncare. Sostenendo Tunisi con aiuti economici immediati, che rimpiazzino il crollo delle risorse garantite dai vacanzieri. Un compito che tocca all'Europa, perché ormai gli Stati Uniti sono lontani dalle questioni del Mediterraneo, prima che a intervenire siano le potenze arabe, con aiuti che spesso servono per alimentare giochi di potere e diffondere il fondamentalismo. E ancora una volta richiede una reale Unione europea, senza le divisioni tra piccoli interessi nazionali e strategie neocoloniali che finora hanno segnato le iniziative dei paesi Ue.

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