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È qui che bisogna venire per cercare di capire i dati sconcertanti dell’ultimo rapporto sullo “Stato delle Madri nel Mondo 2015”, realizzato da Save the Children. Tra le 25 capitali più ricche, Washington è al primo posto per mortalità infantile con 6,6 morti ogni 1000 nati. Se nelle zone agiate della città la mortalità è di 1,2, Anacostia alza la media con 14,9 decessi. Significa che i neonati del ghetto corrono un rischio dieci volte superiore di morire entro il primo anno di vita, rispetto ai coetanei benestanti.
Secondo gli ultimi dati del censimento (2013) dei 76 mila abitanti, il 40 per cento vive solo grazie al sussidio pubblico. Il 35 per cento delle famiglie è sotto la soglia di povertà, la disoccupazione è quasi tripla rispetto alla media dell’Unione. Come se non bastasse, i malati di Aids fino al 2009 raggiungevano livelli comparabili a quelli dell’Africa occidentale.
«Questo contesto spiega i dati vergognosi della mortalità infantile. Non è solo un problema di assenza di strutture o di assicurazione sanitaria, ma di accesso alle cure». Marcee White è responsabile medico della Children’s National Foundation e ha partecipato alla realizzazione del rapporto. «Se i pazienti non riescono ad arrivare in ospedale per carenza di trasporti pubblici, la nostra clinica mobile va dove abitano loro. Curiamo i bambini anche nelle scuole, così le mamme non devono perdere un giorno di lavoro. Qui la prevenzione è un lusso», continua la dottoressa,«tra le maggiori cause povertà, ignoranza, famiglie difficili, malattie non diagnosticate in gravidanza, come l’Aids. Abbiamo tanti programmi, ultimo quello sull’alimentazione perché mancano addirittura i supermercati».
In compenso, fast food e negozi di liquori non si contano. Il taxi si ferma alla fine del ponte, davanti allo storico palazzo con la scritta gigantesca “Anacostia”, una minaccia più che un benvenuto, vista la reputazione. In questo punto la Martin Luther King Avenue incrocia Good Hope. “Buona speranza” si chiama la strada. Ironico, pensiamo.
Qui non si sentono le risate di bimbi biondi che si rinfrescano con l’acqua delle fontanelle nei parchi, sorvegliati dalle tate; i piccoli del quartiere non hanno molti spazi verdi. Solo la strada, dove crescere più che giocare. «Il terzo mondo lo abbiamo anche in America, nei ghetti», spiega Kymone Freeman, una personalità ad Anacostia. È il sanguigno fondatore di “We Act”, la radio locale. Una stazione battagliera: “Noi agiamo”. «Poveri e minoranze pagano il prezzo più alto del capitalismo. Il nostro obiettivo è cambiare il sistema che produce disuguaglianza». Sui bicipiti allenati si è tatuato i simboli del suo credo: Che Guevara e Lauryn Hill, la cantante attivista. Si offre di accompagnarci perché «non è saggio lasciare due bianche straniere da sole».
Non serve il Censimento per capire che qui la disoccupazione è alta: davanti ai bar, nei cortili, si ammassano decine di giovani, quasi tutti maschi. Qualcuno chiede sospettoso: «Cosa ci fai con questi fiocchi di neve?». La verità è che spesso i bianchi che si spingono fin qua sono poliziotti o agenti immobiliari, «la mano armata di dollari della gentrificazione, che gradualmente ripulirà Anacostia», svuotandole l’anima. Alle agenzie fa gola soprattutto Barry Farm. Un luogo sacro che nel 1867 accolse la prima comunità di schiavi neri liberati. Non è possibile avvicinarsi troppo a queste scalcinate abitazioni: dietro i grovigli di reti e muretti bassi nei cortili, si nascondono gli spacciatori di droga.
Qui probabilmente sorgerà un complesso residenziale. «Nessuno è contro il progresso. Il punto è che a goderne non saranno i residenti storici, ma i nuovi arrivati con le tasche gonfie di banconote. So benissimo che questi casermoni-ghetto non sono la soluzione. La politica dovrebbe lavorare per rendere la proprietà di casa un diritto inalienabile, come diceva Eleanor Roosevelt. Il problema è che i politici locali non hanno alcun potere di azione, siamo sotto la tirannia del Congresso».
In effetti Washington D.C. (District of Columbia) è una realtà peculiare: non è una città, non è uno Stato, ma un territorio a statuto speciale, sotto la sovranità diretta del Congresso. «Questa è l’unica capitale al mondo i cui abitanti non hanno diritto a un rappresentante con potere di voto alle Camere», spiega Maurice Jackson, professore alla Georgetown University specializzato in Studi afroamericani. «Non possiamo neppure gestire liberamente il nostro budget, tutto deve passare dal Congresso. Questa non è democrazia. Fino a quando non cambierà la situazione, il gap tra ricchi e poveri a Washington resterà abissale». A ciò si aggiunge la questione razziale: «Il dramma è che questa è una città al 49,5 per cento nera. Ma i neri non sono in cima alle preccupazioni dei politici, soprattutto quelli al potere oggi, in maggioranza conservatori e repubblicani».
La comunità di Anacostia si sente abbandonata. Nessuno può spiegarlo meglio di Tre’ona Kelty-Jacobs, un’attivista impegnata a cambiare più che il sistema, il destino dei giovani. Lavora in uno dei tanti blocchi popolari della zona. Ogni mattina apre l’ufficio della sua associazione, “Beautiful you, yes you”, sperando che nessuno dei ragazzi, che da sette anni cerca di salvare, manchi all’appello. Non è scontato rivederli. Lo scorso maggio sono state ammazzate sei persone in sei giorni consecutivi. Gli omicidi ormai non fanno notizia, così come non attirano più l’attenzione le lacrime dei parenti dei morti, vittime di povertà, droga e armi.
Quando Tre’ona parla di disagio sociale, sa benissimo di cosa si tratti. «Sono nata in un contesto simile, da genitori tossicodipendenti e violenti. Grazie alla scuola sono riuscita a cambiare il mio destino. Sono ritornata all’inferno per aiutare i ragazzi. Voglio che lottino per un futuro diverso. Cerco di essere la loro via di fuga, mi interesso alla loro vita, gli ripeto sempre quanto siano speciali e belli. Li spingo a studiare». Insieme alla fidanzata, lavora con chi ha perso fratelli morti ammazzati, con chi subisce molestie in famiglia, con chi ha genitori in carcere o ha problemi di droga. «La maggior parte non è mai uscita da Anacostia. Non immaginano che la vita possa essere diversa. Conoscono solo violenza e povertà. Se la tua vita vale zero, credi che in generale anche quella degli altri non abbia valore. Allora premere il grilletto non è una tragedia». Impossibile per lei staccare la spina: «I loro drammi mi tengono sveglia la notte. A volte vorrei mollare tutto. Poi, però, a farti andare avanti sono gli sporadici momenti felici, come la cerimonia di diploma lo scorso mese di quattro ragazzi che avevano appena mollato la scuola quando li ho conosciuti».
A presentarci Tre’ona è Virginia Spatz, la giornalista di Capital Community News che ha dovuto sostituire la collega Charnice Milton, ammazzata da un proiettile mentre aspettava il bus. Non riesce a trattenere le lacrime, mentre si incammina verso il luogo della sparatoria. «Era giovane, 27 anni, con coraggio stava costruendo la sua carriera raccontando storie ignorate dai grandi giornali». Virginia, una donna bianca sulla cinquantina, conferma che la discriminazione è ancora molto alta: «Sento che la situazione potrà solo peggiorare».
Eppure il quartiere è ricco di storia e denso di fascino. Qui visse l’intellettuale e statista nero Frederick Douglass, il “leone di Anacostia”, un ex schiavo che lottò per l’abolizione della schiavitù. Oggi la sua casa sulla collina sembra l’ultimo baluardo di resistenza in questa Washington a due facce.
Ad Anacostia torniamo di domenica per andare alla chiesa battista Union Temple. Nel cortile c’è l’unità mobile del centro medico dell’Howard University che offre test gratuiti dell’Hiv e distribuisce preservativi e brochure informative. Per il reverendo Wilson la discriminazione passa anche dalla salute. Durante il servizio di culto, invece, si celebrano i successi scolastici dei ragazzi. Diplomati e laureati sono invitati all’altare: «Sono loro la speranza di riscatto», dice il pastore.
Riattraversando il ponte per tornare in città, il cartello della strada “Good Hope” di colpo smette di sembrare ironico. La situazione è difficile, ma la speranza non è morta. È qui, impigliata nelle parole indignate di Virginia; nei decibel incendiari di We Act, che sparano dai ripetitori piazzati fuori dalla stazione per la gente che aspetta l’autobus; nelle Bibbie dei ragazzini della chiesa; nella caparbietà della dottoressa White. E nel sonno tormentato di Tre’ona, che anche stanotte non dormirà, pensando ai suoi ragazzi lì fuori a rischiare la vita.