L’uccisione di cinque agenti da parte dell’afroamericano Micah Johnson, potrebbe inasprire ulteriormente il precario equilibrio dei rapporti tra bianchi e neri. «Sarebbe sbagliato, però, paragonare o semplicemente connettere la sparatoria alle proteste pacifiche che stanno attraversando la nazione», dice il reverendo Raphael Warnock, 47 anni, uno dei leader afroamericani più influenti degli Stati Uniti. Warnock è alla guida della storica e simbolica Ebenezer Baptist Church, il cui pulpito appartenne a Martin Luther King. Ha una leadership carismatica: teologia e impegno sociale vanno di pari passo. Ma la tensione è altissima anche nella sua città, Atlanta: ancora oggi un potente simbolo della segregazione subdola tra bianchi e neri. È a lui che chiediamo di aiutarci a comprendere un momento storico così cruciale, un turning point per il Movimento per i diritti civili.
Reverendo Warnock qual è la sua lettura di queste settimane?
«Abbiamo assistito ancora una volta alla brutalità della polizia, l’ultima sequenza di una serie di episodi gravissimi. I video scioccanti, che abbiamo visto tutti, mostrano una verità inequivocabile: poliziotti che uccidono due civili, a Baton Rouge (Louisiana) come a St. Paul (Minnesota). Due casi che costituiscono la molla per elevare il dibattito. La tragedia di giovedì a Dallas, invece, non ha nulla a che fare con il movimento. Micah Johnson era un giovane instabile e malato. Analizziamo il suo background: era un militare, non faceva parte certamente di “Black Lives Matter”. Non sappiamo se l’orrore che ha visto in Afghanistan, la rabbia per quello che ha vissuto, possano aver contribuito».
Lei ha denunciato più volte l’iniquità del sistema giudiziario americano. Persino il presidente Obama ha fatto riferimento alle disparità razziali. È un problema dei singoli poliziotti, di razzismo sistemico o di metodi di addestramento?

Un tema affrontato già da Martin Luther King.
«Esatto. Nel suo discorso più famoso, “I have a dream”, King disse: “Non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro sarà vittima degli indicibili orrori della brutalità della polizia”. La differenza rispetto al 1963, quando vennero pronunciate queste parole, è nella presenza massiccia di telecamere e cellulari con la conseguente diffusione virale dei video attraverso i social media».
Quanto è cambiato il sistema rispetto ai tempi di King?
«Ritengo senza ombra di dubbio che sia peggiorato; oggi rappresenta lo strumento del razzismo strutturato del suprematismo bianco. Le famiglie afroamericane sono continuamente soggette a questi comportamenti. Certo, non tutti vengono uccisi, ma sicuramente tanti sono annientati da un apparato che trasforma un’infrazione stradale in un’opportunità per schedare la persona e renderla colpevole di un reato penale. Una condanna che brucia come un marchio per noi indelebile sulla pelle di un nero».
Uno stigma che innesca un circolo vizioso.
«È “il nuovo Jim Crow”, un complesso di leggi inique non dissimili da quelle che vigevano ai tempi della segregazione. Pensate solo all’occupazione: quando fai domanda per un lavoro, ti chiedono se sei mai stato arrestato e, ovviamente, in America essere nero e aver avuto problemi con la giustizia purtroppo non è raro; ciò porta a una discriminazione lavorativa. Lo stesso accade per la ricerca di un’abitazione o per l’accesso ai sussidi finanziari per il college».
Intanto molti credono che “Black Lives Matter” dovrebbe fare un passo indietro, sospendere le proteste dopo i fatti di sangue a Dallas. Lei cosa ne pensa?
«È sbagliato confondere le acque. La strage dei poliziotti non ha nulla a che fare con i temi che i manifestanti stavano cercando di portare all’attenzione pubblica. In un Paese in cui, tristemente, l’accesso alle armi è più semplice di quello alle cure mediche, si è trattato dell’ennesima sparatoria di massa. Ne abbiamo avuto una il mese scorso a Orlando. Ce ne sono state tante altre: ricordiamo Charleston, dove un ragazzo è entrato in una chiesa e ha ucciso nove persone durante uno studio biblico; o la strage dei bambini di Sandy Hook. Dovremmo piuttosto esigere una riforma delle leggi sulle armi».
Quali prospettive scaturiranno da queste rivolte?
«Penso che siamo all’inizio del risveglio, di un nuovo “momentum” nella storia della nostra nazione. Oggi guardiamo i video amatoriali che riproducono la brutalità degli agenti, con gli stessi occhi con cui nel 1963 i nostri padri venivano scossi dai servizi televisivi che testimoniavano i linciaggi della polizia a Birmingham. L’effetto dirompente è pressappoco identico».
Teme che quanto accaduto in Texas possa disinnescare la carica costruttiva delle proteste?
«Fino a che non avremo successo, ci impegneremo per far emergere le nostre posizioni. Purtroppo, saremo ancora testimoni di altri eventi del genere e li denunceremo. Per chi non vuole affrontare il vero problema, l’assimilazione di dimostrazioni pacifiche alla sparatoria è molto comoda, è un modo per svilire il momento. Ma sono certo che non potranno mai affossare il Movimento».
Non crede che le morti di queste settimane ci pongano dinanzi a un fallimento del Movimento per i diritti civili?
«Intanto c’è da dire che oggi non esiste un blocco monolitico; con questa espressione rimandiamo piuttosto a un contesto storico particolare, quello degli anni Sessanta che, a sua volta, fu un’estensione di altri movimenti precedenti. L’idea che oggi ci sia un soggetto unitario, ignora i sacrifici per una giustizia giusta fatti da realtà sociali diverse. Ad esempio, le donne hanno dovuto lottare per il diritto al voto, i neri per la legge sui diritti civili ottenuta nel 1964; oggi, poi, abbiamo la comunità Lgbt che si batte per l’uguaglianza. L’ultimo capitolo non si è chiuso negli anni Sessanta; si tratta di una storia in divenire, un continuum».
Tra qualche mese si concluderà l’era Obama. Molti sostengono che durante la sua presidenza le divisioni del Paese si siano acuite. Qual è la sua opinione?
«Credo che tra qualche anno ci renderemo conto che quella di Barack Obama è stata una delle migliori amministrazioni. I suoi mandati sono caduti in un momento storico di grande polarizzazione in America, ma nonostante tutto lui è riuscito a essere un presidente non solo della speranza e del cambiamento ma anche di unità. Ha realizzato l’impossibile, con poca o nessuna cooperazione da parte del Congresso. Pensiamo alla riforma sanitaria o ai temi legati alle donne. Non dimentichiamo che Obama ci ha salvato dalla devastante crisi economica che aveva ereditato. Ora è testimone dei traguardi ottenuti in campo dei diritti gay. Il patrimonio che lascia dietro di sé è immenso».
Che impatto avrà l’elezione del prossimo presidente sulla comunità afroamericana?
«Innanzitutto dovrà essere Hillary Clinton. Farla arrivare alla Casa Bianca sarà il nostro impegno. L’alternativa sarebbe semplicemente una tragedia. Non solo per la comunità afroamericana, quanto piuttosto per l’intero Paese. Trump non ha alcuna qualifica, è un pericoloso demagogo».
Gli avvenimenti di queste settimane rappresentano un punto di svolta per “Black Lives Matter”. Prevede un fallimento o una consacrazione?
«C’è molta energia, è un movimento giovane e continuerà a maturare. Ho visto anche molti pastori e chiese - in passato non particolarmente attivi - sentirsi coinvolti da quello che sta accadendo. Tutti abbiamo un figlio, un nipote, un amico che rischia di venire ucciso mentre cammina nel suo quartiere, con il cappuccio della felpa calato in testa perché piove. Ecco come si può morire in America, per la iper-criminalizzazione dei neri. Stiamo sperimentando una grande narrazione che continua, che si interroga sul significato di libertà e democrazia. E il fatto che oggi una nuova generazione, quella dei Millennial, si appassioni al dibattito seriamente e con ardore, è motivo di grande speranza».