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Mondo
luglio, 2016

Turchia, le "purghe" di Erdogan: arresti, divieti di ferie e di espatrio per gli statali

Sono 12.000 finora le persone finite in manette dopo il fallito golpe. Tra loro 8.000 militari. Il sospetto che le liste, che riguardano anche giudici e dipendenti pubblici, fossero pronte da mesi. Il paese rischia di rimanere isolato

Liste pronte, chiuse in un cassetto da aprire quando sarebbe stato il momento. E’ il rischio sempre più reale dietro ai numerosi arresti del dopo golpe in Turchia. A muovere i sospetti è Johannes Hahn, commissario europeo responsabile della politica di adesione per i nuovi membri, tra cui anche il paese di Recep Tayyip Erdogan. “Le liste circolavano subito dopo venerdì, questo indica che sono state preparate per essere utilizzate al momento opportuno”, ha detto Hahn alla riunione dei ministri degli Esteri europei.

Accuse che arrivano proprio dal cuore dell’Unione e che potrebbero minare per sempre i negoziati turchi che ormai proseguono da oltre dieci anni. Nei giorni successivi al tentativo di colpo di Stato le agitazioni non si sono fermate. Valanghe di arresti e fermi hanno interessato migliaia di persone, 12.000 finora. Le prime a essere prese di mira sono state le file dell’esercito, con le manette per 7.899 militari e 614 poliziotti, che dopo le grandi libertà concesse per contrastare i curdi nel sud-est del Paese sono ora al muro.

Nelle liste delle epurazioni ci sono anche rappresentanti degli organi statali, non direttamente collegati alla sicurezza. Per i dipendenti pubblici, è stata pensata una stretta apposita. Non è più possibile infatti, secondo quanto riporta la tv turca Ntv, espatriare senza previa autorizzazione, un provvedimento che riguarda quasi il 5 per cento della popolazione turca. Inoltre sono state annullate le ferie e tutti i dipendenti invitati a tornare dalle vacanze fino a nuovo ordine.

Tra questi sono stati già sospesi 30 prefetti su 81 e sollevati dai loro incarichi 8.777 dipendenti del ministero dell’Interno e 1.500 dal ministero delle Finanze. Molti si chiedono però come quest’ultimi possano essere legati al fallito golpe. Ma le “purghe” non si sono fermate qui. Ci sono anche  2.745 giudici, tra cui anche due membri della Corte Costituzionale, sospesi dalle loro mansioni già nella giornata di sabato.  

Dopo il golpe l'Europa non è rimasta a guardare e, con le parole del commissario, ha fatto sapere di aver fatto domanda proprio sui numerosi arresti in campo giudiziario: “Abbiamo già chiesto un riscontro su quanto sta avvenendo, per assicurarci che vengano rispettate le norme internazionali, per ora però la nostra richiesta non è stata soddisfatta” ha aggiunto Hahn. Unione Europea e Stati Uniti, che in un primo momento si erano dette sollevate per il fallimento del  golpe, ora domandano che si "rispetti la democrazia, le libertà fondamentali e lo stato di diritto".

In Turchia si sono verificati "episodi rivoltanti di giustizia arbitraria e di vendetta", ha detto Steffen Seibert portavoce di Angela Merkel. "Abbiamo visto nelle prime ore dopo il fallimento del golpe - ha spiegato Seibert - scene raccapriccianti di arbitrio e di vendetta contro i soldati in mezzo alla strada. Un simile fatto è inaccettabile".

Altro argomento che sta creando tensioni con il paese di Erdogan è la pena di morte, abolita in Turchia nel 2004 proprio per dar via ai negoziati di adesione alla Ue. La cancelleria tedesca alle parole del premier turco, Binali Yildirim, che aveva parlato di una possibile revisione della Costituzione, è stata dura: “Reintrodurla vorrebbe dire addio per sempre all’Unione Europea”.

L’unico campo che sembra per ora salvarsi è l’accordo sui migranti stilato a marzo che ha portato gli sbarchi sulle coste greche da 7.000 persone a 30 al giorno. Sempre dalla cancelleria della Merkel fanno sapere che il sostegno finanziario per i rifugiati, i sei miliardi di euro promessi alla Turchia, non sarà toccato.
Tensione anche con Washington per la disputa sull’estradizione di Fethullah Gulen, l’imam ex alleato di Erdogan e primo indiziato del tentato rovesciamento del governo, nonostante abbia negato le accuse e condannato il golpe. “Le pubbliche insinuazioni”, come le ha chiamate il segretario di Stato Usa John Kerry, non aiutano i rapporti fra i due paesi, anche perché “non è arrivata né la richiesta di estradizione, né la prova del coinvolgimento”. Ma la Turchia non ha paura e fa sapere per bocca del ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, che “il mancato ritorno di Gulen danneggerà la reputazione degli Stati Uniti”.

Il paese sembra allontanarsi anche dalla Nato. Dopo il blocco e il taglio dell’energia elettrica alla base aerea di Incirlik, usata dall’organizzazione militare, oggi sono arrivate le perquisizioni. Il comandante Bekir Ercan Van era stato arrestato insieme ai dieci soldati, accusati di aver rifornito gli F16 che hanno eseguito i raid su Ankara.
E intanto arriva la minaccia di WikiLeaks che dal suo account Twitter ha annunciato: "Preparatevi a uno scontro perché pubblicheremo oltre 100.000 documenti sulla struttura del potere politico in Turchia". Se in casa la situazione per Erdogan sembra positiva, con il popolo turco che lo sostiene totalmente, la Mezzaluna appare nel suo momento più delicato, con il rischio di una deriva autoritaria che potrebbe di fatto isolarla.

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