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Mondo
agosto, 2016

Vacanze al tempo dell’Is: Jihadisti sull’uscio

L’avamposto dello Stato islamico ?più vicino a noi è a Bihac, Bosnia.  E dista 153 chilometri da Trieste. Ecco i luoghi nei Balcani dove si è radicato l’estremismo

Dalla sacca di Bihac, Nord-ovest della Bosnia, a Trieste corrono in linea d’aria 153 chilometri (vedi cartina a fianco). È l’avamposto più avanzato verso i nostri confini dove sventola una bandiera nera del Califfo. È assai probabile, anzi è sicuro, che cellule jihadiste siano anche più vicine, in Francia, ad esempio, o addirittura che si trovino all’interno dell’Italia stessa (il Viminale ha censito alcune decine di italiani di origine araba partiti per combattere col Califfo). Ma a Bihac c’è una fetta di territorio sfuggito dal controllo statale, dove la polizia non entra e dove esiste una vera exclave dello Stato islamico. Non è la sola nei tormentati Balcani dove grumi di guerra santa punteggiano l’intera dorsale di quella che un tempo si chiamava Jugoslavia. E questo è un viaggio-censimento di un pericolo che sta a un braccio di mare dalle nostre coste, sull’altra sponda dell’Adriatico.

KOSOVO

L’imam della moschea Sinaan Pasa Camii di Kacanik, dopo aver tentennato per qualche istante, rifiuta categoricamente di incontrarci. «Non c’è alcuna possibilità che io parli con voi», dice al cellulare. Sono due giorni che proviamo a metterci in contatto con lui, Florin Nezir. La possibilità è sfumata, nonostante il responsabile finanziario della moschea ci avesse passato il numero di cellulare dell’imam. Florin Nezir è legato ad alcune associazioni islamiche estremiste della città di Kacanik. Ha buone protezioni nella Comunità islamica del Kosovo, di cui è capo in questa città non lontana dal confine con la Macedonia.

I suoi sponsor sono stati Ilir Berisha e Jetmir Kycyku, entrambi arrestati per terrorismo in un’operazione dell’ Eulex (la missione europea in Kosovo). Ma il grande sostenitore di Nezir è Lavdrim Muhaxheri, albanese, oggi uno dei capi dello Stato islamico, ex collaboratore della Kfor (la missione Nato di stabilizzazione del Kosovo dopo la guerra del 1999), famoso per essersi fatto ritrarre mentre decapitava prigionieri in Siria.
Il reclutamento di giovani jihadisti che partono per Siria e Iraq è un fenomeno diffuso in tutta l’area che si è ulteriormente aggravato con il ritorno di gruppi di foreign fighters. Diventati pedine importanti e anelli di congiunzione tra l’Europa e il Medio Oriente.
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A Kacanik operavano liberamente fino allo scorso anno due organizzazioni islamiche radicali: Parimi e Rik (Rinia Islame Kacanik), un’organizzazione giovanile islamica, guidata da un emiro, che stando alle informazioni della polizia, è ancora Lavdrim Muhaxheri. Solo da questa piccola città sono partiti nel 2014 almeno 7 giovani di età compresa tra i 25 e i 31 anni, di cui conosciamo solo le iniziali. Entrambe le organizzazioni hanno subito, sempre nel corso del 2014, la chiusura delle sedi, grazie soprattutto alle misure antiterrorismo decise con la legge sui foreign fighters approvata nel 2014 dal Parlamento di Pristina.

Qui a Kacanik la vicenda dei giovani partiti per combattere in Siria o Iraq, nelle fila dello Stato Islamico o del fronte al Nusra (filiazione di al Qaeda), è molto delicata. Kacanik è stata la prima delle città kosovare a votare la costituzione, quando ancora il paese era parte della Serbia. Per cui fatica a convivere con l’appellativo di capitale dell’estremismo islamico, quando è stata in passato l’apripista di una costituzione molto laica.
Il portavoce della municipalità, Hajrush Dullenjy, afferma di non sapere assolutamente nulla dei giovani che hanno lasciato il Paese per combattere. Ma poi, a taccuini chiusi, ci racconta le circostanze della scomparsa di uno dei giovani, F.D., nato nel 1990, che ha fatto perdere le tracce una mattina abbandonando il mercato della città.

L’Imam che celebra la preghiera nella moschea retta da Florim Nezir, si chiama Bujar, conosce i giovani miliziani e sostiene che nel caso non vogliano rientrare ed integrarsi, l’arresto è l’unica soluzione. Intanto durante la preghiera, osserviamo i partecipanti che mentre pronunciano Allahu akbar (Dio è il più grande) sollevano l’indice della mano destra, a sottolineare l’unicità di Allah.

I risultati dell’applicazione della legge sui guerriglieri islamisti sono confortanti, secondo il portavoce della polizia kosovara a Pristina Baki Kelani: qualche mese fa, in una giornata, un’operazione congiunta di esercito e polizia ha portato all’arresto di cinquanta persone legate all’estremismo islamico e coinvolte nella partenza di combattenti per Siria e Iraq. Gli indagati (dati del 2015) sono 130, 80 arresti gli arrestati e altrettante le associazioni controllate per sospetti legami col terrorismo.

A Pristina la sede dell’Associazione che si occupa delle attività dei musulmani in tutto il Paese ha un ingresso sontuoso, in fase di ristrutturazione: lavorano alla posa di un bassorilievo in pietra. Uffici silenziosi, personale in abiti occidentali, qui si controlla tutto: dagli stipendi degli imam al finanziamento delle scuole coraniche con l’invio di giovani studiosi nei vari Paesi dove terminare le scuole, Yemen e Arabia Saudita principalmente. La stessa Associazione drena molto denaro, di cui non si conosce la destinazione finale. Si parla di 55 milioni di euro arrivati in Kosovo nel corso degli ultimi 3 anni: investimenti, salari, donazioni, servizi e beni. Stando a Osman Musliu, imam a Drenas, la comunità islamica usa il denaro in modo poco trasparente, gestendo operazioni non chiare nel quadro di finanziamenti alle associazioni radicali come Parimi, le cui sedi sono state chiuse da operazioni di polizia anti terrorismo. Osman Musliu non è un imam qualunque: è lui che ha celebrato i funerali dell’eroe nazionale della guerra contro la Serbia Adem Jashari.

Esiste un documento riservato della Banca centrale kosovara che ha recentemente messo in evidenza i flussi di denaro che hanno finanziato alcune organizzazioni che nel corso degli anni hanno avuto rapporti con l’estremismo islamico radicale. A consegnarcelo è un giornalista economico della testata infokusi.com, Shkelzen Dakaj.

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BOSNIA

Il quadro generale dell’Islam radicale in Kosovo è complicato e preoccupante come in quasi tutti i Paesi dell’area balcanica: Bosnia, Macedonia, Sangiaccato serbo conoscono situazioni simili. A partire dall’inizio degli Anni 90 in queste regioni scosse da guerre civili che hanno contrapposto comunità musulmane a comunità ortodosse o cattoliche, l’ingresso in alcune aree di mujaheddin, finanziati dall’Arabia Saudita, ha contribuito a far crescere il numero dei musulmani wahabiti. Due aspetti sono risultati fondamentali per l’espansione del wahabismo nei Balcani: la forza della propaganda grazie all’attività di associazioni sul filo della legalità da un lato, e i cospicui finanziamenti dall’altro. Tali correnti integraliste vanno collegate alla guerra del 1992-1995, quando in Bosnia giunsero alcune centinaia di volontari arabi e islamici (secondo altre fonti sono stati migliaia) per combattere a fianco dei musulmani bosniaci, inquadrati nell’esercito governativo.

Su invito delle autorità, molti di questi hanno lasciato il Paese dopo la fine del conflitto e la firma del trattato di pace di Dayton, ma alcuni gruppi sono rimasti dopo aver assunto la cittadinanza bosniaca per meriti militari, e soprattutto grazie al matrimonio con donne bosniache.
Comunità consistenti di musulmani integralisti bosniaci sono sorte in particolare nei villaggi di Bocinja, presso Maglaj, in Bosnia centrale, e Gornja Maoca, presso Brcko, dove periodicamente la polizia effettua blitz e retate di islamisti radicali. Secondo stime non ufficiali, sarebbero almeno 150 gli integralisti partiti dalla Bosnia per combattere in Siria e Iraq, 50 di loro rientrati in patria e una ventina di loro finora sarebbero stati uccisi.
Gli anni della ricostruzione post guerra sono stati caratterizzati dall’arrivo di numerose organizzazioni umanitarie patrocinate da Paesi islamici: Alto Comitato saudita, Fondazione Al-Haramain, Società per la rinascita del patrimonio islamico.

Oltre alla costruzione di moschee quali la Re Fahd, considerata la più grande dei Balcani ed eretta con soldi sauditi, queste organizzazioni hanno sponsorizzato un Islam diverso da quello professato tradizionalmente in Bosnia. In alcune zone della Bosnia come a Bihac, Teslic, Zeppe, Zenicae Gornja Maoca sono ormai presenti delle sacche wahabite dove si seguono alla lettera gli insegnamenti di Abu Muhammad al-Maqdisi, predicatore giordano-palestinese noto per le sue posizioni radicali. In queste regioni i wahabiti vivono secondo le leggi della Sharia seguendo gli insegnamenti di imam radicali come Husein Bilal Bosnic e Nusret Imamovic. Il villaggio di Gornja Maoca, situato vicino alla città di Brcko, risulta essere la stazione di transito, stando ad alcuni rapporti del Middle East Media Research Institute, attraverso la quale avviene il passaggio per jihadisti stranieri in viaggio per lo Yemen, l’Iraq e la Siria, e in questo contesto il nome di Bilal Bosnic ricorre frequentemente in relazione alle attività di trasporto dei guerriglieri.

Dai Balcani raggiungere la Siria risulta ormai molto facile: ogni grande città della regione è collegata con Istanbul, sia con pullman che con l’aereo. In seguito, stando alle indicazioni della polizia bosniaca, i volontari si muovono alla volta di Antiochia, per attraversare la frontiera di Bab Al-Hawa con l’aiuto della resistenza siriana, per raggiungere successivamente il Fronte al-Nusra.


SERBIA SANGIACCATO

Anche in Serbia preoccupa l’influsso crescente del fattore religioso di natura integralista nelle comunità musulmane del sud, nel Sangiaccato e nella regione a maggioranza albanese di Presevo e Bujanovac. Sarebbero tra i 30 e i 50 i combattenti serbo-musulmani in Siria e Iraq, almeno 10 i morti.

Il muftì Muamer Zukorlic, nato nel 1970, è l’uomo forte del Sangiaccato, leader della Comunità islamica della regione. Negli anni è diventato un punto di riferimento imprescindibile per la politica dell’area. Non ci sono rappresentanti ufficiali serbi o stranieri, di passaggio a Novi Pazar, che non gli abbiano fatto visita.
Nel Sangiaccato, il wahabismo ha preso piede a metà degli anni Novanta, prima a Novi Pazar, poi a Sjenica e Priboj, ottenendo immediatamente un vasto sostegno popolare, soprattutto grazie alla legittimazione da parte di Muamer Zukorlic. Mentre in altri Paesi dei Balcani, come in Bosnia Erzegovina essi sono visti con aperta ostilità e con sospetto, qui gli viene concessa persino la possibilità di partecipare attivamente alle riunioni della Comunità islamica.
Gli aderenti dell’Islam in Serbia sono organizzati in due corpi separati, uno subordinato alla Comunità islamica della Bosnia-Erzegovina, e l’altra, fondata nel 2007, affonda le sue origini al Principato di Serbia ed è guidata dal reis ul ulema Mustafa Ceric di Bosnia.


MACEDONIA 


Di recente in una località al confine con il Kosovo, Kumanovo, si sono registrati scontri armati tra milizie islamiche macedoni e polizia con diversi morti soprattutto tra gli agenti. Secondo il portavoce della polizia macedone Ivo Kotevski, gli islamisti sarebbero entrati in Macedonia da un Paese confinante, l’Albania o più verosimilmente il Kosovo. Sempre secondo il portavoce della polizia i membri del gruppo armato pianificavano un attacco terroristico contro le istituzioni macedoni. Questo accadeva solo tre settimane dopo che una quarantina di militanti kosovari aveva preso il controllo di una stazione di polizia sul confine rivendicando la creazione di una enclave indipendente albanese in Macedonia.

Un segnale di vivacità e attivismo delle forze estremiste che soffiano sul fuoco etnico per estendere l’area del conflitto, per portare il jihad nei Balcani, secondo le conclusioni dei più pessimisti. Ci sono molti dettagli che fanno pensare che le persone che hanno preso parte agli scontri di Kumanovo fossero professionisti molto ben addestrati per operazioni terroristiche. Probabilmente alcune di loro avevano combattuto in Siria e Iraq (sono un centinaio i macedoni attivi sui fronti mediorientale) e dunque si può intuire l’idea con la quale erano arrivati in Macedonia: questo è il jihad e questo è il progetto della diffusione sul suolo europeo di un Islam radicale.
La componente estremista del wahabismo in Macedonia è stata poi coinvolta nei tentativi di assumere il controllo di alcune importanti moschee della capitale Skopje: Yahya Pasha, Sultan Murat, Hudaverdi e Kjosekadi.


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