La città coreana è un’utopia tecnologica. Un Panopticon costruito a misura 
dei giganti 
del settore hi-tech. Dove gli abitanti, i loro consumi e le loro abitudini vengono monitorati 24 ore su 24 (Foto di Lorenzo Maccotta)

SONGDO_1115590_140101
La smart city perfetta, forse troppo. Dove non esistono camion della spazzatura, perché i rifiuti vengono risucchiati da tubi pneumatici installati nelle case e trasferiti in pochi secondi a un impianto di smistamento, in cui sono riciclati o trasformati in energia. Dove le strade, i sistemi elettrici e perfino le condutture dell’acqua sono corredati da sensori elettronici in grado di monitorare in tempo reale spostamenti e consumi degli abitanti. Una sorta di Panopticon postmoderno in cui l’accesso e la climatizzazione degli edifici, tutti cablati in fibra ottica, vengono regolati ventiquattr’ore su 24 attraverso un unico centro di controllo. E dove ogni palazzo dista al massimo 12 minuti a piedi da una fermata di bus, per limitare l’uso delle automobili.

Si chiama Songdo International Business District (Ibd) la città dell’utopia tecnologica, costruita in tempi record a 65 chilometri da Seul, una delle metropoli più popolate del pianeta con oltre 25 milioni di abitanti. La smart city si estende su circa 600 ettari strappati al Mar Giallo da Gale International, gigante americano delle costruzioni: una zona di libero scambio, messa a punto con un investimento di oltre 35 miliardi di dollari e disegnata dallo studio di architettura newyorchese Kohn Pedersen Fox, a misura delle multinazionali hi-tech che negli ultimi otto anni hanno aperto qui uffici, laboratori, incubatori di imprese, sostenendo lo sviluppo immobiliare: tra gli altri Ibm, Hp, Software Ag e Cisco Systems, la società statunitense che nel 2013 ha inaugurato nella città sudcoreana il suo Global Center of Excellence.

La Corea del Sud, dunque, continua a puntare sull’industria hi-tech, malgrado la concorrenza sempre più agguerrita della Cina e il flop dello smartphone Samsung Galaxy Note 7, che ha indotto la Banca centrale del Paese asiatico a tagliare la stima del Pil per il 2017 dal 2,9 al 2,8 per cento. Di recente, inoltre, il colosso tecnologico è finito sotto i riflettori insieme agli altri “chaebol”, gli enormi gruppi industriali che controllano l’80 per cento dell’economia sudcoreana. Una vicenda dall’intreccio romanzesco: le aziende sono accusate di aver finanziato la fondazione di Choi Soon-sil, la Rasputin della presidente Park Geun-hye arrestata un paio di mesi fa con l’accusa di aver estorto a Samsung e altre aziende 69 milioni di dollari. Lo scandalo ha suscitato un’ondata imponente di manifestazioni, travolgendo anche la presidente della Corea del Sud: a inizio dicembre il Parlamento ha votato a favore del suo impeachment e la Corte costituzionale entro maggio deciderà se confermare la mozione, rimuovendola dall’incarico, o reintegrarla.

[[ge:rep-locali:espresso:285255411]]
Visti da Songdo, gli intrighi di palazzo sembrano lontani. Per chi fa business la città si trova in posizione strategica: una “aerotropoli” a un quarto d’ora di macchina dall’aeroporto internazionale Incheon, con cui è collegata dal quinto ponte più lungo del mondo realizzato con tensostruttura: 12 chilometri e mezzo. «La Corea del Sud è fra i primi Paesi ad aver elaborato un grandioso progetto di smart city. Oltre a essere uno dei progetti urbanistici a maggiore contenuto tecnologico, Songdo rappresenta anche uno dei più grandi investimenti immobiliari nel pianeta», sottolinea Eleonora Riva Sanseverino, docente di Energia, Ingegneria dell’informazione e Modelli matematici all’Università di Palermo, coautrice di “Atlante delle smart city. Comunità intelligenti europee ed asiatiche” (FrancoAngeli editore), la mappa planetaria delle città intelligenti: dal Nord Europa - Amsterdam, Copenaghen, Stoccolma, autentici modelli di gestione collaborativa tra cittadini e istituzioni - alle metropoli green tirate su dal nulla, come Masdar City nel deserto di Abu Dhabi, progettata dallo studio di architettura Foster and Partners, che per certi aspetti ricorda Songdo.

A prima vista la smart city sudcoreana sembra un paradiso, costellata com’è di grattacieli e grandi giardini ispirati a Central Park, auto elettriche e car sharing, piste ciclabili e campi da golf. In poco tempo si è fatto una reputazione talmente buona, il Jack Nicklaus Golf Club Korea, che l’anno prossimo ospiterà il torneo femminile Ul International Crown, per la prima volta al di fuori degli Stati Uniti. Per molti, invece, Songdo è un incubo: “No man’s city” la chiamano i detrattori, la città di nessuno. Di certo è un work in progress: nel 2020, quando verrà ultimata (ma la data slitta di anno in anno), Songdo ospiterà 65mila abitanti. Per il momento solo 40mila, dunque chi arriva in città prova un forte senso di solitudine e spaesamento. «Definirei Songdo non tanto una città quanto una gigantesca operazione di sviluppo immobiliare», dice all’Espresso Carlo Ratti, ingegnere e architetto, fondatore del laboratorio sulle smart city al Mit di Boston. È stato qui diverse volte, la prima nel 2009: «Songdo è un luogo sterile, dove ogni aspetto della vita sembra programmato. Non la definirei nemmeno una smart city, per rispetto a un concetto che, pur abusato, mantiene una sua coerenza ideale: l’interazione tra mondo fisico e digitale, la sperimentazione sul campo dell’Internet delle cose», aggiunge. Una visione critica, condivisa dal direttore di ricerca dell’Institute for the future di Palo Alto, Anthony M. Townsend, che nel libro “Smart Cities” (edito da W. W. Norton & Company) afferma che alcune nuove città tra cui Songdo sembrano crescere secondo un paradigma adeguato allo sviluppo di grandi aziende e non secondo una coerente pianificazione urbanistica.

«Quando penso a Songdo mi viene in mente una Brasilia contemporanea», continua Ratti: «Una città progettata a tavolino ma incapace di rispondere ai bisogni dei cittadini. Dove la tecnologia sembra essere un fine, più che un mezzo che ci può permettere di essere più sostenibili o migliorare la qualità di vita». Nel mondo delle cosiddette smart city, sostiene il professore, ci sono due approcci: top-down e bottom-up, dall’alto e dal basso. Come nel caso di Brasilia e di molte città del Novecento, l’approccio dall’alto è quasi sempre destinato al fallimento. «Ho più di un dubbio di fronte all’idea di realizzare ex novo una città intelligente. Mi attrae molto di più l’idea di coltivare una intelligenza diffusa in agglomerati urbani già esistenti, di pensare non alla tecnologia ma alla vita dei cittadini. Come scriveva Shakespeare: «What is the city but the people?, Cos’è la città se non i suoi abitanti? Ieri come oggi», conclude Ratti.

Un altro aspetto non secondario, infine, riguarda la privacy: le questioni del possesso dei dati (i cosiddetti Big Data) e del monopolio dell’informazione. A Songdo, infatti, un sistema centrale, denominato U-city operation center, monitora e raccoglie dati 24 ore su 24 su ogni aspetto del funzionamento del centro urbano, dal traffico al meteo ai consumi privati, attraverso una fitta rete di telecamere a circuito chiuso e una miriade di sensori a basso consumo energetico disseminati ovunque, integrati negli oggetti di uso quotidiano. Nel centro di controllo, che dialoga con il governo centrale del Paese ed è connesso con i sistemi delle altre città sudcoreane, donne e uomini trascorrono intere giornate incollati ai monitor. Una specie di “grande fratello” tecnologico, tanto che alcuni pensatori, tra cui lo storico e urbanista londinese Leo Hollis autore del bestseller “Cities are good for you” (Bloomsbury), considerano le smart city di questo tipo addirittura un pericolo per la democrazia. La questione resta dibattuta, ma una cosa è certa: con la diffusione dei dispositivi digitali, tra cui gli smartphone, la mole di dati è diventata tale da rendere ancora più importante la trasparenza del loro uso e la diffusione tra soggetti indipendenti sottoposti a verifiche incrociate. Nelle città del futuro, inoltre, la politica sarà sempre più “data-driven”, orientata a tracciare umori e bisogni delle persone, sostiene Riva Sanseverino, che evidenzia alcuni rischi significativi.

«L’operazione che conduce a sintetizzare le informazioni provenienti dai dati è pur sempre una manipolazione, una operazione analitica sviluppata sulla base di competenze statistiche e di apprendimento automatico», conclude la professoressa: «Se non standardizzata e regolamentata, tale operazione può essere condotta anche in modo distorto. Se poi i data analyst sono dipendenti di multinazionali siamo certi che il conseguimento degli obiettivi economici non porti a brutali alterazioni della realtà?»

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app