Per il presidente degli Stati Uniti l'accordo sul nucleare iraniano è carta straccia. Donald Trump aveva già lasciato intendere nei mesi scorsi che il compromesso raggiunto sotto l'amministrazione Obama non sarebbe più stato valido. Ma ora, attraverso il mantra «l'Iran ha mentito», ha portato a termine un'intenzione più volte annunciata da quando è entrato alla Casa Bianca.
Un colpo non mortale al compromesso siglato il 18 ottobre 2015 dal cosiddetto gruppo 5+1 (America, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania), dall'Unione europea e dalla Repubblica islamica, ma che sicuramente lo impoverisce di significato e rischia di riaccendere tensioni nell'intero Medio Oriente. L'uscita degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) comporta, in sostanza, tornare a una situazione precedente al 16 gennaio 2016, giorno di effettiva implementazione dell'Iran Deal.
Un accordo che prevede tutta una serie di limitazioni per Teheran, dall'eliminazione delle riserve di uranio a medio arricchimento alla riduzione delle centrifughe a gas e il mantenimento di una solo centrale, quella di Natanz, con lo scopo di arricchire l'uranio per scopi civili. Un piano che, stando agli ispettori dell'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'Iran sta portando avanti in maniera corretta. Insomma, il regime non starebbe cercando di aggirare il JCPOA per arrivare alla bomba nucleare. Rassicurazioni che però non sono bastate a Trump, il quale ha annunciato che le sanzioni saranno del «massimo livello».
E quando si parla di “punizioni” nei confronti del Paese degli ayatollah il pensiero va subito al petrolio. L'Iran è il quarto produttore di greggio al mondo e dopo la fine delle sanzioni nel Paese si è passati dai 2,8 milioni di barili al giorno nel 2015 ai 4,5 milioni del 2017: i suoi principali clienti sono l'India e la Cina, ma da tempo a Teheran si cerca un modo per ampliare l'esportazione verso il Mediterraneo. Uno stop così repentino rischia dunque di far crescere il prezzo del greggio, che negli ultimi giorni è tornato a toccare i 70 dollari al barile, cifra che non si vedeva dalla fine del 2014. Ma aumenta soprattutto la probabilità che l'economia iraniana vada verso il collasso.
La strategia avviata da Trump sembra dunque andare nella direzione esattamente opposta a quella presa da Barack Obama. Se l'ex inquilino della Casa Bianca aveva puntato a ricucire i rapporti con Teheran, favorendo il reintegro dell'Iran nell'economia mondiale, ora Trump tenta nuovamente la carta dell'isolamento per mettere alle strette il presidente Hassan Rouhani e la Guida Suprema Ali Khamenei. Come annunciato dal Dipartimento del Tesoro guidato da Steven Mnuchin, le sanzioni toccheranno infatti anche il settore finanziario, l'automotive, la cantieristica navale e l'aeronautica, oltre a dure restrizioni all'acquisto da parte iraniana di oro e metalli preziosi. Il presidente americano ha promesso punizioni pesanti alle aziende che non rispetteranno la finestra concessa (dai 90 ai 180 giorni in base ai settori) per recedere dai contratti siglati in passato.
La strategia di Donald Trump, ora, può avere un duplice sbocco: da un lato può forzare la mano, costringendo Teheran a sedersi nuovamente al tavolo delle trattative e tentare di chiudere un accordo più restrittivo, in cui l'Iran si impegni a rinunciare definitivamente allo sviluppo del proprio programma nucleare. Non è un mistero che il presidente americano considerasse il JCPOA un regalo fatto da Obama agli iraniani (in campagna elettorale lo aveva definito «il peggior accordo della storia dell'umanità») e in tanti dalle parti di Washington – molti repubblicani e qualche democratico – spingevano da tempo per chiudere questa parentesi di disgelo.
Dall'altro lato c'è però la prospettiva più rischiosa e attraente, almeno agli occhi dell'attuale amministrazione: far crollare il regime. La ferita della rivoluzione khomeinista del 1979 e la presa degli ostaggi all'ambasciata americana a Teheran non si è mai chiusa. In Iran c'è fermento, le voci di dissenso verso il regime crescono e lo scontro tra l'ala conservatrice moderata incarnata da Rouhani e quella “estremista” cara alla Guida Suprema Khamenei aumenta di intensità. Le proteste avvenute tra la fine del 2017 e l'inizio di quest'anno, seppur orchestrate ad arte per mettere in difficoltà il presidente iraniano, sono il sintomo di uno scontento che non si placa. Favorire una nuova rivoluzione è un'idea che piace ai “falchi” repubblicani, che attendono ormai da 40 anni il momento giusto per prendersi la rivincita dopo la cacciata dello scià. Ed è stato l'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, ad ammettere che nel piano dell'amministrazione c'è la volontà di rovesciare il regime degli ayatollah.
Rouhani aveva vinto le elezioni del 19 maggio 2017 portando come cavallo di battaglia proprio l'accordo sul nucleare, negoziato in sede diplomatica dal ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Durante la campagna elettorale aveva promesso un nuovo periodo di espansione economica, favorito dal forte attenuamento delle sanzioni. Tutto ciò non è avvenuto e le nuove misure volute da Trump non potranno che accrescere il malcontento dei giovani (il tasso di disoccupazione giovanile si aggira intorno al 30 per cento) nei confronti della classe dirigente iraniana. Si prospettano mesi duri per il presidente iraniano, che dovrà placare gli estremisti nel proprio Paese, pronti a spingere nuovamente verso lo sviluppo del programma nucleare.
A trarre vantaggio dalle rinnovate tensioni saranno Israele e Arabia Saudita, i due principali rivali dell'Iran in Medio Oriente e ostinati oppositori dell'accordo. Solo pochi giorni fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dichiarato in diretta tv che «l'Iran mente spudoratamente sulle sue armi nucleari e punta a dotarsi di almeno cinque ordigni analoghi a quelli utilizzati su Hiroshima». A supportare la sua tesi 55mila documenti riservati scovati dall'intelligence di Tel Aviv, che per molti analisti, però, sono stati più un colpo di teatro che una vera rivelazione: i “progetti segreti” sarebbero in realtà risalenti all'inizio degli anni 2000 ed erano già conosciuti dalle diplomazie occidentali al momento della firma del JCPOA. Nulla di trascendentale, ma un tassello in più da inserire nel puzzle a sostegno della linea dura di Trump. Non è un caso che l'unico a gioire in queste ore sia proprio Netanyahu, felice di veder concretizzati i propri sforzi per un riavvicinamento tra Stati Uniti e Israele dopo le difficoltà avute con Obama.
Adesso tocca all'Iran decidere la prossima mossa. Rouhani ha subito risposto che, nonostante l'assenza degli Usa – definiti un Paese «irritante» – l'accordo resta valido. Ma per quanto potrà durare? Lo stesso presidente ha fatto capire che il programma nucleare iraniano potrà essere nuovamente implementato. In fondo anche le altre potenze regionali stanno facendo lo stesso, sebbene per scopi civili, e il regime degli ayatollah non può rischiare di rimanere indietro. L'altro punto interrogativo riguarda la Siria: in questi giorni Israele sta attaccando delle basi dell'esercito di Damasco in cui arriverebbero dei rifornimenti di armi dall'Iran. Il futuro è a tinte scure: se la guerra fino a oggi è stata per procura, in Libano, in Yemen e in Siria, i principali avversari dell'area mediorientale si stanno muovendo per passare allo scontro diretto.
Allo stato attuale, i Paesi europei rischiano quindi di ritrovarsi col famigerato “cerino in mano”: Regno Unito, Francia e Germania, insieme all'Alto Rappresentante per la politica estera dell'Ue, Federica Mogherini, sono stati tra i principali promotori del patto. Una decisione unilaterale di questa portata da parte dell'amministrazione americana cambia i rapporti con gli alleati occidentali. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha definito «inutile» la mossa di Trump e ha dichiarato che è in corso «una crisi diplomatica tra gli Usa e l'Europa». Schermaglie post annuncio, certo, ma raramente si è assistito a un contrasto così netto tra le due sponde dell'Atlantico. Maggiore chiarezza la farà il prossimo vertice Nato, in programma a Bruxelles a luglio, che svelerà se c'è ancora una strada comune da percorrere.
Nell'immediato saranno dolori anche per le aziende italiane che in questi ultimi due anni si sono avvicinate al Paese mediorientale: si calcola che sono stati 27 i miliardi di euro investiti in Iran e a gennaio il ministro dell'Economia Carlo Padoan e il suo omologo persiano avevano raggiunto un accordo per ulteriori 5 miliardi di euro, che sarebbero dovuti servire alle imprese italiane a penetrare a fondo nell'economia di Teheran. Ora tutto verrà messo di nuovo in discussione, perché le sanzioni americane valgono anche per l'industria nostrana e l'Italia perderà un'ottima opportunità con un Paese giovane, che chiede di vedere migliorate le proprie condizioni di vita.
Intanto la Cina e la Russia restano alla finestra, consapevoli che lo strappo può causare nuove tensioni, ma può anche rappresentare un'ulteriore opportunità per isolare gli Stati Uniti in una delle zone più calde e complesse del pianeta. La mossa di Trump è rischiosa perché troppe sono le variabili in campo, basta un errore per scatenare un disastro.