Il costo delle emissioni di gas serra è triplicato in un solo anno

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Il "prezzo dell'inquinamento" sta crescendo ?in modo esponenziale. Ecco come funziona questo mercato e che impatto avrà su di noi

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Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri dell’Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.

La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.

Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, seppure non perfetto, per ridurre in maniera economicamente efficiente le emissioni di gas a effetto serra. Ogni impresa che nei settori inquinanti supera il limite massimo a essa assegnato, deve comperare delle quote di emissioni in aste pubbliche oppure sul libero mercato al pari di un titolo azionario o di qualsiasi altro prodotto finanziario, quote poste in vendita da altre imprese che hanno inquinato di meno e che quindi non hanno utilizzato i loro diritti.

La ratio legis sottostante è che le imprese inquinanti, pur di non sostenere costi senza alcuna creazione di valore aggiunto, investano in innovazione di processo e tecnologie verdi per limitare le proprie emissioni, se non addirittura per riconvertire i propri impianti produttivi utilizzanti petrolio, carbone e gas naturale.

I paesi più interessati all’allocazione di queste quote sono i più industrializzati dell’Unione europea come la Germania (20,3 per cento), la Gran Bretagna (11,3 per cento), la Francia (10,3 per cento), ovviamente l’Italia (9,7 per cento), la Polonia (8,7 per cento) e la Spagna (7,5 per cento), dove tra parentesi è indicata la quantità equivalente di biossido di carbonio emessa nel 2015 da ciascuno Stato membro, quantità dettata dalla presenza delle industrie più inquinanti come centrali per la produzione di energia elettrica e di calore, raffinerie di petrolio, acciaierie, ferriere, cementifici, cartiere, vetriere come pure l’aviazione civile.

Il mercato europeo delle emissioni, detto anche Eu Ets, dall’inglese European union emissions trading system, è attivo in 31 Paesi, include oltre gli Stati membri dell’Unione europea, anche l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il sistema consente di limitare le emissioni prodotte da oltre dodicimila impianti ad alto consumo di energia e da 1.400 compagnie aeree che collegano i trentuno Paesi, e copre circa il 45 per cento delle emissioni di gas a effetto serra.

Il sistema di scambio di quote di emissione è un mercato a tutti gli effetti come quello dei capitali o dell’elettricità, gestito da intermediari finanziari come le banche. Il mercato europeo, non solo è il primo al mondo per costituzione, ma anche il primo per valore economico stimato a circa 12,4 miliardi di euro a fine 2017 che, secondo la Banca mondiale, equivale al 38 per cento del mercato mondiale delle emissioni. Secondo alcuni, il mercato delle emissioni dell’Unione europea è perfino il mercato dell’energia che rende più di tutti, ovvero più delle azioni delle grandi compagnie petrolifere e minerarie.

Nell’anno che sta per concludersi, il prezzo delle quote delle emissioni è più che triplicato da fine 2017, passando a circa 23,5 euro per tonnellata di CO2 equivalente immessa nell’atmosfera. Una crescita strabiliante se si considera che quasi tutte le grandi compagnie petrolifere hanno registrato perdite del capitale azionario, dal 2 per cento dell’italiana Eni al 6 per cento della cinese Sinopec, dal 10 per cento dell’anglo-olandese Royal Dutch Shell fino al 25 per cento dell’americana ExxonMobil.

Come confermano gli analisti, la tendenza del prezzo delle quote di emissioni è di crescita quasi esponenziale. Se questo inverno continuerà a essere freddo così come si prospetta, allora è molto probabile che la produzione di energia elettrica e calore dovrà fare ricorso agli impianti a combustibile fossile, molti dei quali usati solo come riserva, e dunque il prezzo è certamente destinato a salire. Un brutto segnale per il contenimento del cambiamento climatico, nonostante le fonti rinnovabili abbiano registrato quest’anno un incremento del 6,3 per cento rispetto a qualsiasi altro combustibile, uno sviluppo mai rilevato prima d’ora.

Se questa situazione persiste, i costi di gestione delle industrie più inquinanti, che sono anche le più grandi e potenti, saranno destinati ad aumentare riducendo i profitti dei grandi investitori, inclusi i governi nazionali, che a un certo punto chiederanno esplicitamente di passare alle rinnovabili o ad altre tecnologie meno utilizzatrici di energie non rinnovabili. Dunque, l’aspetto positivo di questa vicenda è che l’industria delle rinnovabili è destinata a subire una spinta ancora maggiore verso nuove proposte più economiche e di più facile uso. Alla fine dello scorso ottobre, Wael Sawan, responsabile delle piattaforme marine di Royal Dutch Shell per le esplorazioni e le estrazioni in acque profonde, ha pubblicamente dichiarato che i ricavi generati dalla produzione di idrocarburi da trivellazioni fino a 300 metri di profondità serviranno solo per finanziarie progetti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, una dichiarazione che non lascia dubbi sulla direzione che le grandi compagnie petrolifere stanno per intraprendere.

Questa condizione ha un impatto rilevante sul sistema sia economico sia ambientale, impatto che potrebbe favorire cambiamenti ineluttabili e accelerare impegni improcrastinabili. Tuttavia, non bastano le iniziative delle singole imprese, ma è necessario un piano di politica industriale che supporti non solo le imprese, ma anche i centri di ricerca e le università per una collaborazione integrata e coordinata allo scopo di raggiungere obiettivi strategici nazionali ed europei di lungo termine. Ne vale della competitività dell’Italia. E non solo.

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