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Mondo
ottobre, 2019

Se il governo Conte 2 vuole sopravvivere prenda esempio dal Portogallo

Costa e Conte
Costa e Conte

Economia in crescita, disoccupazione dimezzata, stabilità. E il tutto con un esecutivo retto da una coalizione agli inizi considerata impossibile. Ecco qualche spunto utile anche all'Italia

Costa e Conte
Per Giuseppe Conte formare un nuovo governo è stato complicato, ma far sì che abbia successo sarà ancor più arduo. Il Conte bis riuscirà a sopravvivere fino al 2023 e a mobilitare l’opinione pubblica alle prossime elezioni? Nel futuro di Conte i commentatori italiani vedono un susseguirsi di ostacoli insormontabili, ma dal mio ufficio a Oxford le cose appaiono più semplici. Per avere successo, il Conte bis dovrà rispondere a tre interrogativi di fondamentale importanza. Come far funzionare la bizzarra alleanza di due partiti in opposizione tra loro? Come impedire che gli istigatori populisti prendano il potere? E come destreggiarsi tra le severe normative europee in ambito di politica fiscale e immigrazione? Negli ultimi tempi, i leader di numerosi Paesi hanno dovuto rispondere a domande simili, ma soltanto il Portogallo è riuscito a dare risposte convincenti. Forse, Conte farebbe bene a mettere in agenda una tappa a Lisbona.

L’agenzia di rating Moody’s ha appena alzato da stabili a positive le prospettive per l’economia portoghese: la disoccupazione è stata dimezzata ed è scesa al 6,7 per cento e, per la prima volta in più di quarant’anni, l’indebitamento pubblico è stato abbassato all’1 per cento. Non stupisce che il Primo ministro portoghese Antonio Costa sembri destinato a vincere le imminenti elezioni parlamentari. Eppure, Costa è arrivato al governo nel 2015 con un “colpo di Stato” parlamentare e una risicata maggioranza. I socialdemocratici spodestati avevano più seggi in Parlamento dei socialisti di Costa. Per conquistare il potere, Costa ha formato un’alleanza senza precedenti tra partiti di destra e di sinistra, che avevano programmi e culture interne assai differenti. L’unica cosa su cui tutti hanno concordato fin dall’inizio era l’ostilità nei confronti dell’economia neoliberale e delle misure di austerità imposte dalla famigerata Troika in cambio di un bailout di 78 miliardi di euro. Il debutto del governo Costa fece precipitare i titoli e le azioni portoghesi, e l’Unione europea protestò in modo vigoroso. Nel 2015 il futuro di Costa si prospettava cupo quanto quello del Conte bis di oggi; quattro anni dopo, il Portogallo appare invece un’oasi di stabilità politica e prosperità economica, soprattutto se lo si paragona all’Italia.

Il Pd e il M5S possono sembrare improbabili compagni di letto, ma l’alleanza portoghese tra socialisti, comunisti, Blocco di Sinistra e Verdi è di gran lunga più anomala. Il Blocco di Sinistra è guidato da un attore di teatro, mentre a capo dei comunisti c’è un anziano marxista euroscettico, eletto per la prima volta in Parlamento dopo la caduta della dittatura nel 1974. Costa non ha cercato di creare un programma comune ampio e dettagliato, come quello in 26 punti indicato da Di Maio. Ha preferito concentrarsi sulla crescita e sulle politiche sociali, senza abbandonare la prudenza fiscale pretesa non soltanto dall’Ue, ma anche dal presidente del Portogallo. Su tutte le altre questioni, i partner della coalizione sono stati lasciati liberi di discutere tra di loro, e durante la permanenza in carica di questo governo gli scontri non sono mancati. La scelta di Costa si è rivelata lungimirante. I partiti di governo sono riusciti a mantenere i loro disparati elettorati abbastanza soddisfatti, senza distogliere il governo dal suo compito prioritario.

L’austerità è stata attenuata e le politiche neoliberali sono state abbandonate da Costa. Il governo ha aumentato le pensioni e il salario minimo, ha abrogato i tagli agli stipendi nel settore pubblico e ha fermato le privatizzazioni già programmate. Sono state sottoscritte politiche di stimolo alla crescita. Il governo ha mantenuto il Paese aperto agli investimenti dall’estero, ha snellito i contratti della manodopera e ridotto il carico fiscale. Ancora più importante, le ricadute economiche positive che ne sono derivate sono state distribuite equamente, a vantaggio della popolazione più indifesa e non soltanto degli imprenditori. Costa ha sempre sostenuto che «i conti pubblici in ordine sono compatibili con la coesione sociale».

Naturalmente, abbinare prudenza fiscale e spesa sociale ha imposto il mantenimento di un difficile equilibrio. In primo luogo fra gli alleati più estremisti, fautori di un forte incremento della spesa sociale, e la Commissione europea e i mercati, preoccupati per il rilassamento generale della politica finanziaria portoghese. Malgrado ciò, Costa è riuscito a non farsi vincolare dalle varie pressioni interne ed esterne. Ha optato per una politica dei piccoli passi, mantenendo ben chiaro il suo obiettivo principale: incrementare il benessere dei cittadini e non preoccuparsi soltanto di astratti indicatori economici. Coerenza e fiducia sono diventati i marchi di fabbrica di Costa, che non ha mai promesso di rendere “grande” il Portogallo, ma ha cercato piuttosto di «riportare il Paese alla tranquillità e alla normalità».

Il populismo prospera perlopiù sull’arroganza, l’incompetenza e l’irresponsabilità del governo, e negli ultimi cinque anni queste caratteristiche sono state del tutto assenti in Portogallo. Lo stratagemma antipopulista più efficace è stato ripristinare la fiducia dei cittadini nel sistema politico. Al Parlamento europeo di Strasburgo, Costa ha detto: «Ciò che contraddistingue le politiche democratiche dal populismo è che non fanno leva sulle paure della gente, ma al contrario le restituiscono speranza per il futuro». Se vuole avere successo, Conte dovrà seguire la strada democratica di Costa.

Vale la pena prendere in considerazione anche la strategia adottata dal Portogallo nei confronti dell’Ue. Costa si è tenuto alla larga sia dalle critiche aggressive “alla Salvini” che dalla retorica boriosa “alla Renzi”. Ha preferito seguire invece la strada del dialogo e della persuasione, dimostrando che alcune alternative politiche potevano funzionare davvero. Costa e il suo ministro delle Finanze, Mario Conteno, hanno cercato di mostrare a Bruxelles una “quarta via”: no alle rigide misure di austerity, no alle spese inarrestabili, no a un benevolo disinteresse. Il caso del Portogallo si è basato su una politica pragmatica dei piccoli passi mirante a migliorare poco alla volta il benessere dei cittadini, senza grande scalpore e ingenuo ottimismo economico. Conte ha già dimostrato di possedere capacità simili nel trattare con l’Ue e adesso può citare l’esperienza portoghese per chiedere ai suoi partner europei misure significative finalizzate ad allentare le pastoie finanziarie che di questi tempi vanno assai strette all’Italia.

Capitalismo, democrazia e progetto di integrazione europea dovranno essere reinventati. Tuttavia, per far questo occorrerà tempo. A breve e medio termine, abbiamo bisogno di mettere a punto politiche oculate in grado di migliorare concretamente la vita dei cittadini, e questo esige un certo coraggio nello sperimentare e la volontà di dare forma a scomodi compromessi. Non c’è bisogno di reinventare ogni volta la ruota. In qualche caso, è possibile imparare gli uni dagli altri e persino unire le forze.

All’Italia piace paragonarsi a Stati grandi e potenti come la Germania e la Francia. In verità, però, anche gli Stati più piccoli possono insegnare qualcosa. Anche perché dimensioni e potere non vogliono dire necessariamente saggezza. L’Italia, forse, sogna di diventare la Germania del Sud, ma più volte nella storia questo sogno si è già rivelato pericolosamente illusorio. Copiare il mix di populismo e tecnocrazia del presidente Macron alienerà ancor più i favori degli elettori italiani.

Negli ultimi cinque anni, il Portogallo ha usato l’arte del compromesso politico a beneficio della sua popolazione. Ha anche indicato la strada da seguire per ottenere notevoli progressi economici senza il soffocante busto imposto dalle normative dell’euro. E infine, ma non meno importante, il Portogallo è stato capace di tenere a bada gli istigatori populisti. Conte dovrebbe andare a Lisbona non soltanto alla ricerca di ricette politiche: dovrebbe anche rendere omaggio alla squadra di governo messa insieme dai politici portoghesi. I due Paesi potrebbero persino unire le loro forze per modernizzare, razionalizzare, e umanizzare l’Unione europea.

Traduzione di Anna Bissanti

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