
Shatila. «La casa deve essere un luogo dignitoso, umano. È più di un semplice spazio dove vivere. C’è una frase che è ricorrente nelle persone che vivono nei campi profughi: “questa non è casa mia, questo è a malapena un posto in cui posso sentirmi di passaggio”. Sanno di vivere in uno spazio di sopravvivenza, di transito. Ma questo transito può durare per sempre e quello che continua a impressionarmi è che la frase immediatamente successiva sia: “sono riuscito a rendere questo spazio una casa”. Ed è vero, ci riescono».
Richard Cook lavora con profughi e rifugiati da trent’anni, per venticinque anni ha fatto parte dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Oggi è il direttore di Habitat for Humanity in Medio Oriente, un’organizzazione benefica che tenta, attraverso una rete di ingegneri, geometri e operatori sociali, di rendere gli alloggi dei rifugiati più familiari, offrendo assistenza a chi si sente smarrito e abbandonato, a chi è costretto a una vita di stenti e umiliazioni, lontano da casa.
«Casa non è solo un tetto sopra la testa», continua Cook, «quello che mi commuove è che le persone riescano a portare con sé la storia e l’identità del luogo che lasciano, gli stessi bambini si sentono portatori di memoria attraverso i racconti degli adulti, si fanno carico della memoria dell’esilio. Nei campi palestinesi è la norma ascoltare dei bambini nati qui dire: casa è la Palestina».
I rifugiati palestinesi registrati in Libano sono 500 mila, di cui circa 250 mila in 12 campi profughi ufficiali. Tra cui Shatila.
Il campo profughi di Shatila si trova nella periferia sud di Beirut, a venti minuti di auto dal centro ultramoderno, dagli appartamenti da un milione di dollari, dalle famiglie che passeggiano lungo la corniche, il lungomare, dai negozi griffati a downtown.
Chiamarlo campo profughi è un inganno, Shatila è un quartiere e i suoi abitanti non sono rifugiati: le nuove generazioni sono nate in Libano. E gli anziani sono qui da decenni. Dal 1948. Da quando il 14 maggio 1948, Israele dichiarò la sua indipendenza e il giorno dopo, Egitto, Giordania, Iraq e Siria gli dichiararono guerra e molti palestinesi fuggirono, convinti di rientrare in casa in pochi giorni o settimane. Sono passati settant’anni e a casa non sono ancora tornati.
Shatila è un labirinto, un quartiere di cemento senza aria, di case che si estendono in altezza, perché la popolazione aumenta e lo spazio è sempre quello. Lo spazio di un chilometro quadrato, pensato per ospitare temporaneamente tremila persone, ma poi il temporaneo è diventato permanente e le persone che ci vivono sono diventate diciassettemila, secondo le stime ufficiali, e il doppio secondo quelle ufficiose.
A Shatila le case sono scatole, la più grande di sessanta metri quadri, la media per tutte le altre è di venti. Case di calcestruzzo impastato con acqua di mare, costruite a un metro e mezzo l’una dall’altra. Case senza aria, senza luce.
A Shatila non si vede il sole, dicono tutti. Ed è vero. Alzare lo sguardo significa cercare la luce tra ammassi sbilenchi di cemento e un groviglio di cavi elettrici, pericolosi e così bassi da poterli toccare.
E in mezzo ai cavi elettrici, bagnati dall’acqua che goccia dai tubi idraulici, tra i vicoli angusti, i bambini giocano nel poco spazio che resta, corrono tra i panni stesi ad asciugare, che a camminarci in mezzo c’è tutto l’odore stantio e rancido di un posto senz’aria.
Un’anziana fa cenno di seguirla, si chiama Baadria, è nata nel 1944. È a Shatila da quando ha cinque anni. Sua madre, racconta, non aveva portato niente scappando dalla Palestina, la loro vita in Libano è stata una vita di vuoti, mancanze da riempire. E ricordi che sbiadiscono.

Prima di morire sua madre le ha stretto la mano, dicendo: figlia mia, che almeno tu possa tornare a casa, ma Baadria nel villaggio della sua famiglia, al-Khalisa non è più tornata. A Shatila ha perso il sonno, nel 1982, quando per tre giorni migliaia di uomini, donne e bambini furono uccisi dai falangi cristiano- libanesi, mentre i soldati israeliani guardavano da vicino. E a Shatila ha perso i due figli, morti durante la guerra dei campi, a metà degli anni ottanta. I vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno, diceva la madre a Baadria, e così è.
Tutto qui porta i segni della guerra, più che un quartiere di rifugiati sembra un posto di reduci. Gli anziani stanno morendo insieme alla frustrazione e ai ricordi, e i giovani non hanno neppure i ricordi da dimenticare, hanno solo un presente che si ripete, la vita nel campo, la condizione di minorità rispetto al proprio vicino, il libanese che accoglie e che respinge, in un continuo, quotidiano, promemoria del confino.
Per arrivare in casa di Baadria bisogna attraversare vicoli stretti che riproducono un ormai stanco altare della lotta. Ovunque ci sono murales con il volto di Yasser Arafat, e scritte che incitano i giovani a unirsi alla lotta per la liberazione della Palestina.
Per arrivare in casa sua, che è una stanza, con una stufa, un tappeto e un materasso, bisogna salire tre piani di scale buie. Alzando lo sguardo se ne vedono altrettanti. Allargando la vista gli ultimi piani sono tutti in costruzione, perché le guerre non finiscono mai, e ai palestinesi si stanno aggiungendo migliaia di siriani, così si costruisce, un piano sopra l’altro, con il calcestruzzo fatto usando acqua salata, che causa la corrosione delle strutture dall’interno. E quindi tutto qui è a rischio crollo.
Le strutture si corrodono e gli affitti aumentano: sempre più persone, troppe poche case. Così per comprare una casa a Shatila possono volerci anche trentamila dollari e per affittare una stanza anche duecento al mese; in questi ammassi di cemento sghembi e insicuri possono vivere anche 15 persone per appartamento. E a volte l’appartamento sono due stanze e una cucina, separate dalle tende e senza bagno, con l’elettricità intermittente, e l’acqua che scorre attraverso i tubi non è potabile, è salata, arriva direttamente dal mare. La competizione per gli appartamenti è aumentata, la tragedia siriana ha cambiato la situazione economica del campo e anche i sentimenti.
Non è più come prima - dicono tutti - non ci si aiuta più come un tempo. E sottovoce gli anziani dicono che la droga e il malaffare la fanno da padrone. Che Shatila è sempre più una terra di nessuno.
Il governo libanese qui non esiste. Le agenzie di aiuto provano a fornire servizi, anche se sono sempre più in difficoltà nell’ottenere finanziamenti. A casa, in Palestina, il processo di pace è arenato. L’amministrazione Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale israeliana e ha tagliato i fondi all’organizzazione di aiuti delle Nazioni Unite dedicata al sostegno dei profughi palestinesi, sebbene la situazione sia sempre più grave e l’Unrwa (l’agenzia per il soccorso e lo sviluppo umanitario che eroga servizi in ambito formativo, sanitario e sociale e aiuti urgenti a circa cinque milioni di profughi palestinesi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Libano e Siria) descriva le condizioni di salute ambientale a Shatila, delle case rifugio umide con i canali di drenaggio aperti, come “estremamente nocive”.
Già all’inizio dello scorso anno, nel gennaio 2018, gli Stati Uniti, il più grande donatore dell’Unrwa avevano donato all’agenzia solo 60 milioni di dollari a fronte dei 364 milioni dell’anno precedente. Il 31 agosto scorso Trump ha annunciato che avrebbe tagliato i fondi all’Unrwa, parole seguite da quelle dei funzionari del Dipartimento di Stato americano che avevano descritto l’agenzia come «irrimediabilmente imperfetta», facendo eco al sentimento israeliano secondo cui l’Unrwa perpetua il problema dei rifugiati, anziché risolverlo, consentendo ai paesi ospitanti di sottrarsi alle loro responsabilità nel reinsediarli e integrarli nelle società.
Primo tra tutti il Libano, che costringe i palestinesi a una segregazione di fatto, mentre loro si aggrappano alla mai applicata risoluzione 194 dell’Onu che sancisce il “diritto al ritorno”.
Per i palestinesi l’Unrwa è garanzia di servizi di base, scuola, cure mediche. Solo in Libano l’agenzia fornisce istruzione a 43 mila profughi. E tagliare i fondi significa tagliare per molte famiglie la sola possibilità di far studiare i propri figli, o farli curare. All’inizio del 2016, quando l’Unrwa ha chiesto ai rifugiati palestinesi di coprire fino al 20 per cento dei costi dei ricoveri medici, precedentemente interamente coperti dall’agenzia, un uomo di 23 anni si è incendiato nel campo profughi di Bourj Chemali nel sud del Libano.
Baadria apre una porta, vuole mostrare il luogo dove trascorre le sue giornate. Un piano, tetro, che porta i segni delle guerre passate di lì, muri crivellati di colpi, anneriti dal tempo e dai combattimenti.
«Tutto qui porta i segni del dolore», dice Baadria, «aspetto qui la mia fine, in questo palazzo è morto mio figlio. Vegliare su questo spazio è il mio modo di non dimenticare il nostro destino di segregati».
A Shatila si incontrano bambini che vorrebbero diventare dottori, o ingegneri, ma non potranno, per legge. La Costituzione libanese non consente ai palestinesi di avere un lavoro qualificato, i palestinesi in Libano sono esclusi da almeno 39 professioni, compresa la legge e la medicina, e persino dall’acquisto di proprietà.
«Apriranno un negozio qui a Shatila, oppure non faranno niente, come tutti. Trascorreranno le giornate ad attendere la giornata successiva», dice Baadria.
Secondo le Nazioni Unite la quasi totalità dei palestinesi in Libano vive con meno di sei dollari al giorno, ma a loro è negata la possibilità di migliorare la propria condizione di vita, la propria istruzione, dunque la propria occupazione futura. Gli è negato ad esempio un equo accesso all’università: per i palestinesi le tasse per le università sono più alte che per i cittadini libanesi.
Tali politiche di isolamento spingono i palestinesi ai margini della società, inducendoli a non pensare mai al Libano come casa, destinandoli a una spirale di disperazione e insicurezza.
Kabir ha trent’anni, una moglie incinta e un figlio piccolo, Mohammed. Vive al quarto piano di un palazzo umido e scuro come tutti, per le due stanze del suo appartamento paga duecentocinquanta dollari a suo fratello. Mostra con orgoglio la parete appena dipinta di una stanza, sua moglie l’ha voluta verde, per rallegrare l’aria.
A guardarsi intorno non filtra luce da nessuna parte, aprendo l’unica finestra la casa successiva è a meno di un metro. «Il sole non entra mai, non c’è aria né luce. Non respiriamo», dice Kabir, nel suo spazio claustrofobico.
Prima di sposarsi era uno dei tanti giovani disperati di Shatila, dipendente dalle droghe, due volte in galera. «Sono cresciuto troppo velocemente, nascere qui significa essere in strada immediatamente, esposto a rischi e tentazioni. E se esci di qui, ti rendi conto che c’è un mondo che ti esclude, dal quale sei escluso. E va sempre peggio. Oggi sono padre e questo mi salva, ma non posso non pensare a cosa sarà dei miei figli senza prospettive, destinati a una vita al ribasso».

Perché tutti a Shatila ti dicono che non importa quanta buona volontà tu possa avere se poi la sola vita che ti è riservata è una vita di discriminazione. Non importa quali siano le cause, perché gli effetti non fanno che peggiorare: criminalità, violenza, droghe.
Secondo Abu Moujahed, direttore del Children and Youth Centre del Campo l’abuso di droghe è drasticamente aumentato negli ultimi anni, perché «le situazioni disperate creano persone disperate e i problemi anziché risolversi si accumulano. I giovani credono di poter dimenticare la propria condizione drogandosi i bambini vedono tutto. Imitano tutto. L’altro giorno ho chiesto a un gruppo di bambini di nemmeno dieci anni quali droghe conoscessero, se ne avessero sentito parlare e mi sono reso conto che sapevano i nomi di droghe che girano nel campo, nomi di compresse e altre droghe sintetiche, vuol dire che in qualche modo ci sono stati in contatto, in famiglia, in mezzo alla strada. Se non hanno alternative, diventeranno i prossimi bersagli».
Kabir stringe suo figlio sul pianerottolo di casa, del suo piano fatiscente a rischio crollo, che con poco, appena mille dollari, i volontari di Habitat for Humanity hanno reso più vivibile, aggiustando il bagno e la cucina, restituendo la dignità della privacy a una famiglia. Suo figlio tossisce, ha una bronchite cronica e i soldi per i dottori non ci sono.
«E anche se ci fossero», dice Kabir, «quando vivi in un posto senza luce e senza aria non puoi guarire. Per questo ci ostiniamo a chiamarlo campo, perché speriamo di tornare a casa, un giorno. E casa è solo la Palestina. Abbiamo diritto al ritorno».