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Mondo
marzo, 2019

Madrid, la città che ha ricominciato a correre

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La grande bolla. La crisi. Gli indignados. Il salvataggio Ue. In dieci anni in Spagna è accaduto di tutto. E il futuro è un’affascinante incognita

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Europa cavalca un toro nero. Antonio Porta: un verso che riaffiora improvvisamente dalla memoria, viene da lontano, dagli anni Sessanta. Eppure la parola dei poeti ha questa qualità, di attagliarsi improvvisamente all’oggi, di farsi ritrovare come un sasso in tasca, quando meno te lo aspetti. Di darti immagini che danno forma alla realtà, dove cola l’inchiostro nero della realtà.

Lo vedi chiarissimo, il toro, davanti a te. Potresti descriverlo, il mantello di colore profondo che sfuma in una striscia quasi dorata al centro del dorso, dal garrese alla base della coda, da uro primigenio dipinto sulle pareti rupestri di Lascaux; la muscolatura del corpo, l’essere inaddomesticabile.

Momento dopo momento, tutti - lettori; elettori; spettatori - si aspettano che il toro carichi, investendoci di furia, eppure potrebbe scartare di lato, dissolversi, o trasformarsi improvvisamente in pietra, una pietra friabile che si può sbriciolare, la pietra di una Storia passata o scartata, messa di lato, un errore già commesso, un orrore che si è riusciti, stavolta a evitare.

Sfogli i giornali, le riviste, accendi il pc e apri Internet: il toro nero è lì. Non più pittura rupestre, preme per diventare realtà. È già realtà?
Qui a Madrid, dove sei ora, quanto ci metterebbe a raggiungerti? (la Spagna che è detta “la piel de toro”. ) A raggiungere tutti - noi, voi, loro, i mille loro di ogni comunità? Il toro, la storia di Europa lo dice, sa bene attraversare il mare.
Eppure.
Da quando sono tornata a Madrid per viverci, quasi quattro anni fa, fotografo sempre il cielo. C’è un momento, nell’inverno così nitido dei sei settecento metri – seicentosessantasette di altitudine per l’esattezza, la seconda capitale più alta d’Europa – c’è un momento, quando il giorno declina e la città e le piazze, le strade, sono già in ombra – un’ombra appena tinta di azzurro come il filtro Clarendon di Instagram – e la luce, una luce furiosa e nitida, sembra colpire solo i tetti delle case. I famosi cieli aperti di Madrid? È in quel momento, quotidiano ora che è ancora inverno, che mi sembra che il futuro tocchi la città.

Vivo qui da quasi dieci anni. Otto anni in dieci, per essere esatti, dal 2008 a oggi, con una pausa di quasi tre, dal 2013 alla metà del 2015, quando ho fatto la valigia per tornare. Ragioni di lavoro. Ma questa contabilità dei giorni, che in fondo riguarda solo me, può riassumersi in una parola: cambiamento. Dieci anni di una città che attraversa rapidamente e bruscamente, negli occhi di chi guarda, intere decadi, e però le attraversa, le incorpora e poi se le scrolla di dosso. Dieci anni fa, o meno o più di dieci, a seconda del punto del tempo da cui si sceglie di guardare, con dentro quali pieni e quali vuoti, da un’orbita che si allontana, verso distanze siderali. Il mio con questa città è un tempo sempre a orologeria, ma anche capace di sorprendenti, imprevisti ritorni. Soprattutto quando il tuo tempo, la tua piccola storia, si mette a coincidere con quello che succede intorno a te. E succede a tutti, certo. Eppure a volte, quando sei nello straniamento della distanza, e il cielo è così secco e l’aria limpida, tutto diventa più chiaro. I dieci anni scorsi, e non dieci anni a caso.

La Grande Recessione dei nostri tempi arriva in Spagna nel 2008, cronaca che già si avvia a diventare storia. Già tutto su Wikipedia. L’aereo che mi porta a Madrid atterra alla fine di maggio, faccio a tempo a vedere gli ultimi fuochi di ciò che lì l’ha preceduta, la grande crescita. Il pensiero che attraversa la mente è: questo è, dev’essere almeno un po’, ciò che i miei genitori devono aver respirato, i giovani uomini e le giovani donne degli anni Sessanta. Quella sensazione, appunto, di futuro. Di opportunità. E la folla per strada, che ride, beve, tira tardi ai tavolini dei bar – a Madrid si è sempre fuori, il senso di casa è disseminato, diffuso, centripeto – anche se la movida storica è finita da un pezzo, lo sanno tutti, ma non ditelo ai turisti (e non ditelo nemmeno ai ragazzi italiani che vengono qui a frotte a fare l’Erasmus – reciprocamente, l’Italia e la Spagna sono il primo Paese per scambi universitari – e poi di solito, non tornano più. Si dissolvono molecolarmente nel grande corpo della città, somigliantissimi a tutti eppure diversi da tutti, li riconosci all’inizio e poi sempre meno. Dati di oggi: centomila vite, almeno, nella sola Madrid, più quattrocento per cento in dieci anni. I numeri dicono sempre qualcosa, a volerli ascoltare).

Poi le cose cambiano, rapidamente, e sappiamo come. La fiammata nel mondo che brucia tutto, la crisi come un treno che si schianta contro un muro, con violenza indicibile, l’incredulità poi la rabbia, il 15 maggio del 2011 con gli indignados a Puerta del Sol nella loro città di tende in mezzo a quella reale, vociferante e allo stesso tempo quieta, tanto che, con solo prendere la stradina accanto, evitare di tagliare per la grande piazza – sempre così affollata di gente, turisti e non, il ragazzo senza braccia che chiedeva l’elemosina tenendo un barattolo con i denti in uno spettacolo quasi medievale e la pasticceria centenaria, La Mallorquina dalle vetrine traboccanti di dolci, roscones de Reyes in inverno, i ciambelloni in cui è nascosta la chiave d’oro del futuro e la fava nera di chi paga, i brazos de nata ripieni di panna in tutte le stagioni; i negozi di ventagli che sembrano sopravvissuti al tempo e la Casa del Libro che di lì a qualche anno chiuderà – che paradossalmente, se andavi di fretta, se avevi la testa altrove, te ne saresti potuta anche non accorgere, ma come, non ti accorgi che improvvisamente la città si rimette in movimento stando ferma, piantando le tende, a due passi da te? E di quante cose, ti viene da pensare, non ti accorgi? Quante cose non vedi? O semplicemente le senti, le percepisci con il corpo, ma confusamente, intuizioni che attraversano la mente con un lampo e un balzo, come se fossero sempre state lì, e poi lo vedi, lo vedrai, sono reali.

È terribilmente reale poi, quando sei lì per la prima volta, sono già passati sette anni, il rescate, o salvataggio della Spagna da parte dell’Unione Europea – annunciato il 9 giugno 2012, come se fosse un secreto a voces in un sabato di primavera che sembrava già estate piena, luminosissima, ricordi le strade del quartiere di Salamanca, sempre così deserte in quella stagione perché nel fine settimana tutti partono e il barrio residenziale si svuota, ancora più deserte, di un vuoto che improvvisamente appariva diverso, e adesso? – il trauma poi il lutto. Le cinque fasi del modello del lutto di Elisabeth Kübler-Ross applicate alla vita di tutti, alla vita che essendo di tutti è la cosa più politica che è? Negazione, rabbia, patteggiamento, accettazione, e poi? Fasi, non stadi, dicono i terapeuti: possono andare e venire, presentarsi e ritornare, senza un ritmo predefinito, senza un ordine preciso, a ondate che s’infrangono sulla spiaggia, da sole o tutte insieme. Suona terribilmente familiare. Tutto nasce dalla perdita ed è difesa dalla realtà.
E poi?

Stiamo peggio, stiamo meglio. Stavano peggio, stanno meglio. La Spagna si riprenderà, dicono, e poi dicono si riprende, si è ripresa. Guarda, ha ricominciato a correre. Tutto è cambiato: però la strada è aperta di nuovo.
Correre è sempre verso qualcosa: la meta che deve esserci ma non è ancora visibile, e quindi anche lì si tratta di immaginazione, quindi qualcosa che ha a che fare col futuro. Ri-prendersi, prendere se stessi, di nuovo, aversi, avere la propria immagine, proiettarla nel tempo.
L’esistenza del futuro: postularla, ragionarla, crederci. Tutto ciò che esiste è stato immaginato?
La scrittura parla come in uno specchio. Cosa ci si riflette dentro?

Nelle settimane scorse, un progetto di poesia urbana diffusa, #Versosalpaso, ha riempito i pasos de cebra di Madrid, le strisce pedonali, di versi, di autori noti e aficionados, tra critiche ed entusiasmo: il gesto di volgere in basso lo sguardo, chinare gli occhi verso l’asfalto – il dorso bianco e nero della zebra – per leggere, ricorda il guardarsi in uno specchio, uno specchio antico o specchio d’acqua.
Ci sono anche due versi tuoi, a Nord e Sud della città, a Vallehermoso, tra Avenida Pablo Iglesias e Avenida Islas Filipinas, e a Puerta del Ángel, sul Paseo de la Hermita del Santo:
Quello che non hai visto acceca ancora.
Sotto i tuoi piedi la terra splende.
Se avessi dovuto scegliere tu dove scrivere a terra i tuoi versi, in una logica un po’ sognata un po’ vera, forse avresti scelto uno dei tuoi posti preferiti, il Templo de Debod. Un tempio egizio, vero, dedicato ad Amon e a Iside regalato nel 1968 dall’Egitto alla Spagna come ricompensa per l’aiuto fornito nella salvaguardia dei templi della Nubia messi in pericolo dalla costruzione della diga di Assuan. (Anche l’Italia ebbe in dono un tempio nubiano, Ellesija, affidato nel 1965 al Museo Egizio di Torino. Non lo sapevi, e ora, ecco, nasce la curiosità di visitarlo). Misteriosi lavori di manutenzione, credi, hanno trasformato da un po’ di tempo il piccolo tempio in un cantiere, ma quando tutto è nel suo stato solito, un bacino d’acqua basso e piatto, che rispecchia il colore sabbioso delle pareti e quello secco della terra intorno, lo circonda, dandogli l’aspetto di una minuscola isola sacra tra il numero 1 della Calle Ferraz e il Paseo del Pintor Rosales. Luoghi che associ alle sere d’estate in cui la meta dei passi diventa il tramonto, quel mese di giugno in cui la luce sembra non debba finire mai, la porta dell’infinita estate madrilena con il suo sapore vago, indeterminato – gli aggettivi che Leopardi associava alla poesia – e certo rovente, sospeso.

O forse invece per i tuoi versi avresti scelto – e questo è un luogo che invece associ all’inverno, o al deflagrare della primavera – la scatola di vetro e metallo del Palacio de Cristal, le sue architetture di durezza e trasparenza, serra di fine Ottocento destinata a ospitare meravigliose piante tropicali (piante carnivore?) e oggi destinata dal Museo Reina Sofia a progetti d’arte. L’arte è un fiore di serra? non lo credi, tanto che la prima mostra che in questo spazio tanto ti ha colpito, del vietnamita Danh Vo, dall’enigmatico titolo “Destierra a los sin rostro / Premia tu gracia (Banish the Faceless / Reward your Grace)” sospendeva soprattutto più di 600 ossa di mammut fossili da cavi d’acciaio lasciati a penzolare dal soffitto fin quasi sulla testa dei visitatori. Il Palazzo, attraversato dal sole magnifico e inquietante di questa madrilena primavera in anticipo, ha appena esposto le impalpabili e interminate maglie d’acciaio delle figure del catalano Jaume Plensa, volti incompiuti e sospesi, che si portano un dito alle labbra e soprattutto sono attraversati dalla luce, come ogni corpo, anche il suo.
Qualcosa passa, circola tra dentro e fuori, tra un passato denso come la pietra egizia e un futuro trasparente, che appare di vetro – e d’acciaio?

E così, ti sembra di fare un po’ più parte, anche tu, insieme a tanti, di un insieme, di un tutto. Madrid per te forse è quella porta, quel sempre possibile cambio di rotta, un paesaggio a venire intravisto da un treno, uno svolgimento, un desenlace – Europa che in un lampo scivola giù dal dorso nero del toro, agilità non furia, immaginazione non ferocia: nuovi mondi, non il nostro di sempre, ma sempre più rabbioso e solo. Eppure anche la tua, come ogni percezione, è parziale.
L’aereo che continuamente ti riporta verso Roma, e poi indietro. Il tempo sospeso nel cielo, sopra Roma e sopra Madrid, sopra le tue due vite, in cui nascono queste domande.
Alzi di nuovo gli occhi verso un cielo luminosissimo. Ti dirigi verso il nuovo parco di Madrid Rio, creato lungo il Manzanares – il Manzanarre del Manzoni e dei ricordi di scuola – e sopra la vecchia M-30, la tangenziale oggi interrata dove, un giorno di sabato, vedi che gli alberi sono finalmente cresciuti, erano così esili e ora hanno assunto forma di pino, sono pini? Ci andrai a piedi, sono già due settimane che dura e dura ancora lo sciopero dei taxi: qui sei al mondo come in qualsiasi altro luogo.
Alzi gli occhi, tiri fuori il cellulare dalla tasca, lo alzi verso l’alto. Qui c’è una foto. (E il cielo, è sempre più blu?). n
Continua il viaggio tra le città della cultura, in vista delle Europee.
Sono già usciti: Atene di Matteo Nucci (n. 9), Berlino di Stefano Vastano (n. 10), Lisbona di Romana Petri (n. 11).

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