
Il tema del diritto alla salute, in cima alle preoccupazioni dell’elettorato, è una delle più laceranti contraddizioni della democrazia americana. Fu il presidente Lyndon Johnson a introdurre, più mezzo secolo fa, i programmi pubblici noti come Medicare, per gli over 65, e Medicaid, gestito dagli Stati e rivolto alle fasce a basso reddito; l’Obamacare, in parte smantellato da Trump, ne ha poi allargato la platea di beneficiari.
Oggi, i candidati alle primarie democratiche concordano nel voler garantire a tutti l’accesso alla sanità, ma si dividono su come farlo. Se i più moderati promettono di espandere i programmi federali già esistenti, senza mettere in discussione il mercato assicurativo privato, i più progressisti puntano all’introduzione di un unico sistema pubblico, finanziato dalle tasse dei cittadini. Tale proposta è riassunta dalla formula Medicare for All, sdoganata nel 2016 dalla campagna di Bernie Sanders, oggi al centro della sua agenda.
August è uno dei tanti giovani medici e studenti che lottano «per un principio fondamentale: la salute è un diritto umano». «Da bambino», racconta, «fui operato per una massa in gola. La prima domanda di mia madre fu quanto avremmo dovuto pagare di tasca nostra e quanto sarebbe stato coperto dall’assicurazione». Quel tumore, poi, si rivelò benigno, e la sua famiglia non dovette sobbarcarsi costi ulteriori che l’avrebbero ridotta sul lastrico. Nell’ultimo anno, il 25 per cento degli americani ha rimandato cure necessarie perché non poteva permettersele. Nel 2018, erano 27,5 milioni le persone prive di assicurazione sanitaria, mezzo milione in più rispetto al 2017.
Da studente, August è entrato nel board di Physicians for a National Health Program (PNHP), una delle principali organizzazioni nel campo con più di 20 mila membri e sedi in tutto il Paese. La scorsa primavera, grazie a una campagna social lanciata dalla sua ramificazione studentesca SNaHP (Students for a National Health Program), più di 300 studenti di medicina al quarto anno si sono impegnati a sostenere Medicare for All.
Nata nel 2011, SNaHP è oggi un network di più di 70 campus di medicina e migliaia di studenti e dottorandi in ambito sanitario. Anche l’American Medical Student Association (AMSA) si è schierata a favore della proposta. Sempre più numerose sono le realtà che lottano per il diritto alla salute e per un più equo accesso ai medicinali, per cui, stima l’Ocse, gli americani spendono il 47 per cento in più a testa rispetto ai canadesi e il 160 per cento in più dei britannici.
Per Robertha Barnes, studentessa di medicina alla SUNY Upstate Medical University di Syracuse (New York) e presidente del ramo di SNaHP nella sua università, molti candidati democratici sostengono un sistema misto «perché temono di alienarsi i voti del centro, e non si rendono conto di quanto il settore assicurativo privato sia dannoso per la salute di molti cittadini». Le cose, però, cominciano a cambiare, persino all’interno dell’American Medical Association (AMA), la più grande associazione medica negli Usa.
A giugno, l’organo dell’Ama deputato a definirne gli orientamenti politici si è espresso su una risoluzione a sostegno di Medicare for All, che ha raccolto il 47 per cento di voti favorevoli e il 53 per cento di contrari: «Un testa a testa», spiega August, «ottenuto grazie all’impegno di tanti attivisti». A gennaio, l’American College of Physicians, per grandezza seconda solo all’AMA, ha appoggiato la proposta. E se è vero che l’attuale sistema privatizzato ha economicamente favorito i medici - che accumulano un debito universitario medio di 200 mila dollari - i dati mostrano che il 56 per cento di loro è oggi a favore di una sanità pubblica.
Tra le ragioni, la burocrazia: «Noi studenti sappiamo bene che gran parte del nostro tempo sarà sprecato a discutere con le compagnie assicurative», spiega Robertha. «Paghiamo rette più costose dei nostri predecessori: vogliamo praticare la nostra professione, non compilare scartoffie. Spesso si pensa che i medici vogliano tutelare le proprie tasche, ma la stragrande maggioranza di noi studenti è mossa dal desiderio di aiutare le persone».
Ma l’America è pronta? «Lo è da decenni», assicura August, anche se «la narrativa è controllata dall’industria privata della salute e dai suoi interessi». Per Robertha, l’attivismo è cruciale nella battaglia, soprattutto ora che candidati come Sanders ne fanno un punto centrale della propria agenda: «Il cambiamento non arriva da solo, va preteso. Noi continuiamo a lottare per la salute di tutti».