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Mondo
gennaio, 2021

"Io, sopravvissuta due anni in un campo di rieducazione cinese"

Gulbahar Haitiwaji racconta al Guardian la vita alienata degli appartenenti alla minoranza islamica Uiguri nei campi di detenzione della Repubblica Popolare. Una delle prime testimonianze dettagliate di quella che il governo di Pechino continua a raccontare come una guerra giusta

«La conoscete non è vero?». «Sì, è nostra figlia». «Vostra figlia è una terrorista!». È iniziato così l'incubo di Gulbahar Haitiwaji, raccontato sulle pagine del Guardian. Anzi, è iniziato con una telefonata ricevuta nel novembre del 2016 nel suo appartamento di Boulogne; una giornata tranquilla, comune come la vita che Gulbahar e suo marito Kerim avevano scelto dieci anni prima, quando si erano trasferiti in Francia per seminare alle loro spalle anni di discriminazioni. Erano Uiguri dello Xinjiang e questo significa che, per la loro Cina, erano una potenziale fonte di tensione in una regione strategica.

La voce al telefono ha detto a Gulbahar di chiamare per conto della compagnia petrolifera in cui lei e suo marito avevano trovato il primo impiego da ingegneri, chiedendole di tornare a Karamay per firmare dei documenti. Karamay era la parentesi che Gulbahar e famiglia avevano chiuso da tempo, quella dei “niente uiguri” alla fine degli annunci di lavoro, quella delle buste paga rosse per le minoranze, meno pesanti delle paghe dei colleghi Han, il gruppo etnico dominante.

Convinta a tornare in Cina, con quel timore che sperava di aver dimenticato, le tappe del suo viaggio hanno confermato i suoi presentimenti: prima i documenti da firmare, poi l'interrogatorio nella stazione di polizia e, infine, quelle parole: «Sua figlia è una terrorista». Davanti ai suoi occhi i poliziotti hanno piazzato la foto della ragazza a una manifestazione a Parigi del Congresso mondiale degli uiguri, organizzata per denunciare la repressione esercitata dal governo cinese contro l’autonomia dello Xinjiang. La figlia, nella foto, sventolava una bandiera del Turkestan, bandita dallo Stato: è una terrorista.

Separatismo, islamismo e terrorismo per lo stato cinese sono un tutt’uno e tutti gli uiguri, di conseguenza, sono terroristi.

La pena per Gulbahar è stata la peggiore possibile. Cinque mesi nelle celle della stazione di polizia e poi la “scuola”. La scuola formalmente è quel programma di ri-educazione destinato alla minoranza islamica e rientra nella cornice della campagna Strike Hard contro il terrorismo violento; si tratta di strategie di difesa che risalgono alle pagine più buie della storia della Cina, ma che hanno trovato sempre più pretesti a partire dagli attacchi dell’11 settembre prima e dagli attentati terroristici a Pechino, alla stazione di Kunming e al mercato di Urumqi più di recente.

Però dietro la maschera di legalità c’è una deportazione di massa – la più grande dopo Mao – che viola in blocco tutti i diritti umani. I report ormai rivelano numeri da vero e proprio genocidio; sono in milioni a essere internati, costretti all’indottrinamento forzato, uccisi, allontanati. Le scuole di rieducazione sono campi di detenzione, “a sort of no-rights zone”, li ha definiti Gay McDougall, il membro delle Nazioni Unite preposto al rispetto dei diritti umani e della Convenzione Internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale.

La rieducazione è in realtà violenza fisica, psicologica, culturale, che si spinge alla cancellazione dell’identità uigura. Il governo cinese nega tutto e la storia continua a raccontarla in termini assai differenti, ma le inchieste giornalistiche, i numeri e le testimonianze di ex detenuti stanno delineando un quadro sempre più chiaro di ciò che avviene nei campi di detenzione cinesi.

Gulbahar Haitiwaji è la prima sopravvissuta a parlare senza filtri, e la sua testimonianza è un libro di prossima uscita in Francia. Racconta della “scuola”, di cui nessuno sapeva qualcosa con certezza se non che era un luogo di formazione per correggere gli uiguri; racconta del filo spinato sul recinto dell’edificio nel Baijiantan, mentre tutto intorno c'è solo il deserto. Racconta dell’esercitazione militare, di come ai corpi dei detenuti non fosse permesso vacillare, perché chi sveniva veniva picchiato e schiaffeggiato. A volte chi sveniva o cadeva più volte veniva trascinato fuori dalla stanza, per non fare più ritorno. Racconta di come i corpi inizialmente recalcitranti alla coercizione pian piano si abituano anche all’orrore e perdono spirito, eseguono gli ordini in automatico.

La cuccetta da dividere con un’altra donna, un secchio per i bisogni e telecamere che controllano ogni movimento, a ogni ora del giorno e della notte; il letto con le assi di legno e senza materasso, niente mobili e niente biancheria.

Il tempo era scandito dai fischi e dagli ordini impartiti. «Il silenzio era imposto ma, fisicamente stremati, non avremmo parlato comunque». I detenuti cercavano di nascondere persino gli sbadigli, perché ogni movimento della bocca poteva essere scambiato per una preghiera. Anche solo chiudere gli occhi per le autorità poteva significare pregare. Quindi si stava bene attenti a evitarlo.

Nel campo non esiste tempo, non esiste luogo e nemmeno più il pensiero, dopo un po’. Nessuno al suo arrivo nel campo pensa davvero che un manuale di propaganda e la ripetizione in coro di “Lunga vita al presidente Xi Jinping " nelle undici ore quotidiane di lezione possano resettare il proprio pensiero critico e convincerlo di ciò che ha sempre condannato, ma alla fine succede a tutti.

Succede di dimenticare cosa si pensava, persino chi si amava prima di arrivare al campo; succede di non avere più senso critico, tanto che molti educatori non sono Han, ma sono uiguri convertiti. Trovarsi di fronte ad una donna della propria etnia che impone di giurare lealtà al governo centrale all’inizio turba le uigure detenute, ma poi ci si abitua, non ci si chiede nemmeno più che cosa le educatrici pensino davvero e se pensino ancora.

La testimonianza di Gulbahar è quella di chi nel campo è rimasta per ben due anni, tanto da iniziare a credere per davvero di essere una terrorista, tanto da arrivare quasi a denunciare la famiglia. «Tutti intorno a me cercavano di farmi credere alla massiccia menzogna senza la quale la Cina non avrebbe potuto giustificare il suo progetto di rieducazione: che gli uiguri sono terroristi» e alla fine si cede, ci si mette in ginocchio e si rinnegano i propri principi, persino la propria identità.

L’ingegnere Gulbahar Haitiwaji, o meglio la donna della cuccetta n. 9, confessa di aver dimenticato, a un certo punto, persino i volti del marito e delle due figlie. Tutti i detenuti diventano animali programmati per lavorare come automi. «La Cina non vuole ucciderci a sangue freddo, ma farci sparire lentamente. Così lentamente che nessuno se ne possa accorgere». Nel campo, la morte può essere nelle forbici che usano per tagliare i capelli, nei passi delle guardie di notte, in un fischio, nell’ago del vaccino. Che poi vaccino non era, perché in realtà era una tecnica di sterilizzazione delle detenute, allo scopo di azzerare la rigenerazione della stirpe.

Così, la salute mentale abbandona le vittime, a volte per sempre, anche quando escono dal campo di detenzione. L’unico modo, ricorda l’autrice, in cui è possibile continuare a credere nella verità e a mantenerla viva nella propria mente è fingere di cedere alla menzogna.

Gulbahar ricorda tutto, ogni parola pronunciata contro la volontà, ogni volta in cui ha rinnegato la propria ideologia; anche di essere stata per tanto tempo convinta che quella verità sarebbe rimasta soltanto nella sua testa, perché nessuno le avrebbe mai prestato ascolto.

Invece dopo due anni, il 2 agosto 2019, è stata dichiarata innocente nel tribunale di Karamay, quando ormai l’alienazione della sua persona era compiuta: «Le donne come me che escono dai campi di rieducazione non sono più le stesse di prima. Siamo ombre. Le nostre anime sono morte».

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