Inchiodata ai sei metri quadrati della sua cella, senza luce e neppure uno sbuffo d’aria, Jane aveva solo un pensiero che le martellava nel petto: «Prima o poi me ne andrò da qui». Se lo ripeteva come una preghiera ogni notte, fissando il soffitto dalla sua branda nel penitenziario di Corona, in California. «Avevo i miei mantra per sopravvivere», racconta oggi Jane Dorotik, condannata nel 2001 a 25 anni per l’omicidio del marito. Le porte del carcere per lei si sono spalancate solo quest’anno, scagionata grazie alle nuove prove del Dna presentate dai suoi avvocati. A settantaquattro anni, ammaccata da due decenni dietro le sbarre, l’ex infermiera è una delle voci più appassionate della California Coalition for Women Prisoners, l’organizzazione abolizionista con cui lotta per i diritti delle donne recluse ma anche di transgender e minoranze. Lo ha fatto in prigionia, continua a farlo da donna libera.
Come Jane, sono centinaia gli attivisti che invocano una riforma sostanziale del sistema carcerario. Non sono bastati i cinquant’anni trascorsi dai moti di Attica, la rivolta più tremenda mai accaduta. Dal 9 al 13 settembre del 1971 quasi 1.300 detenuti della prigione di massima sicurezza nello Stato di New York si ribellarono contro le condizioni disumane a cui erano sottoposti, incluse le discriminazioni razziali, le percosse, il sovraffollamento. Dopo quattro giorni di negoziati, la polizia assaltò la fortezza. Sul campo di battaglia, i cadaveri di 10 ostaggi e 29 reclusi, oltre a decine di feriti. Mezzo secolo dopo, ci si chiede quanto effettivamente sia cambiato.
Infatti, oggi come ieri, associazioni, famiglie e avvocati sono impegnati a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni violente e malsane in cui i detenuti sono costretti a vivere. Le rivendicazioni sono un continuum con il passato: istituti sporchi, sovraffollati, in cui spesso sono carenti cure mediche e assistenza per la salute mentale delle persone incarcerate, coinvolte sempre più spesso in aggressioni invece che in programmi di riabilitazione, denunciano gli attivisti. Le proteste corrono ormai lungo tutta l’Unione, inasprite inoltre dalla disastrosa gestione della pandemia. Oltre mezzo milione le persone contagiate, tra detenuti e impiegati: in altre parole circa 3 su 10 hanno contratto il coronavirus; di queste, tremila hanno perso la vita.
La situazione più tesa è ora a New York. I riflettori sono puntati sul famigerato isolotto che sorge tra il Bronx e il Queens: la mastodontica Rikers Island, con quasi cinquemila internati. L’istituto è in piena crisi umanitaria; solo quest’anno hanno perso la vita 13 persone (di cui cinque suicide). Le cronache riportano di detenuti costretti a defecare in buste di plastica, per mancanza di servizi igienici adeguati.
Bisogna agire e occorre farlo subito. Nonostante la popolazione carceraria tenda progressivamente a diminuire da una decina di anni, l’America è tuttora la nazione con il più alto tasso di incarcerazioni secondo il World Prison Brief, il database gestito dall’Università di Londra che mette a confronto circa 200 Paesi. Un trend che cammina su due gambe: la cultura della punizione e l’ineguaglianza (di classe e di razza). Il costo umano di queste politiche è aberrante. E cade quasi del tutto sulle spalle dei più deboli: poveri, minoranze, donne. Negli Stati Uniti su 100mila abitanti, 629 sono detenuti (in Italia la conta si ferma a 91). Se nel 2008 i reclusi avevano raggiunto il picco di 2,3 milioni, gli ultimi dati disponibili parlano ora di due milioni o poco meno.
«Durante gli anni di detenzione, ho provato sulla mia pelle quanto sia brutale sistema carcerario», sottolinea Jane Dorotik. Nei penitenziari, spiega, «le donne sono considerate oggetti sessuali o persone che hanno bisogno di essere rieducate». Nelle celle americane è rinchiuso il 30 per cento di tutte le donne incarcerate del mondo. «La premessa di fondo è che non vali niente. Non c’è il riconoscimento del trauma che ti ha portato in cella. L’obiettivo è piegarti; ti insegnano che la tua vita è da buttar via, che sei un peso per la società».
La prigione invece dovrebbe riabilitare, non annichilire gli esseri umani, ammonisce John Hart, esperto del Vera Institute of Justice di New York che ha dedicato tutta la vita al verbo della “giustizia riparativa”. Un approccio nuovo che include la cura dell’individuo e della comunità, non soltanto la cieca punizione. Hart coordina il progetto Restoring Promise, un piano che al momento coinvolge sei Stati e punta a riformare le condizioni dei detenuti sviluppando unità abitative. Non più batterie sovraffollate e opprimenti, ma spazi rivoluzionari che favoriscono la riabilitazione.
In collaborazione con architetti e designer, i progettisti di Restoring Promise creano alloggi innovativi. «Se la detenzione è mirata a riabilitare, lo spazio fisico dovrebbe effettivamente riflettere quei valori. Nelle nostre strutture cerchiamo di incrementare la luce naturale, favoriamo la creazione di spazi verdi, così benefici per la salute mentale. Se c’è una cosa, poi, che il carcere non promuove è il rispetto della privacy, quindi aumentiamo il numero di docce o bagni. Stiamo avendo ottimi risultati a livello nazionale». L’obiettivo, continua, è quello di «sostituire la cultura correzionale punitiva che in America è radicata nella storia di razzismo e supremazia bianca. Agiamo per rimpiazzare quegli ideali tossici con valori diversi come la guarigione culturale, l’equità razziale, il partenariato familiare e comunitario».
Sempre più americani chiedono di invertire la rotta, assicura Hart. «Siamo anche in un periodo storico molto critico. Pensate al movimento Black Lives Matter e alle questioni legate alla brutalità della polizia. Credo che la gente abbia iniziato a prenderne consapevolezza. Siamo entusiasti di questa esplosione di energia che stiamo vedendo nell’arena politica e nelle comunità. Ritengo che un ruolo fondamentale lo abbiano avuto anche i social media. Questo tipo di esposizione mediatica ci ha sbattuto tante problematiche in faccia. Oggi vediamo i volti delle persone, non è più possibile nasconderli alla coscienza della società come magari succedeva 50 anni fa ai tempi di Attica».
La questione dell’equità razziale all’interno del sistema rimane il marchio di fuoco che lacera l’anima di questa nazione. La ricercatrice e attivista per i diritti civili Michelle Alexander definisce le incarcerazioni di massa «the new Jim Crow», la versione riveduta e corretta delle feroci leggi razziali che fino agli anni Sessanta furono la spina dorsale della segregazione negli Stati Uniti. Per carpire il senso di questa tragedia, bisogna andare indietro nel tempo, agli anni Settanta, alla cosiddetta “war on drugs”, la guerra contro le droghe che ha affollato le prigioni americane, colpendo pesantemente la comunità nera (nonostante i dati dimostrino che i bianchi utilizzano e spacciano le stesse quantità di stupefacenti).
Una riforma del sistema giudiziario e penale «senza riconoscere le basi razziste» a cui è saldato, non avrebbe senso, spiega Ashley Nellis, l’analista che per l’organizzazione The Sentencing Project di Washington ha curato un rapporto sulle “sbalorditive proporzioni” tra le incarcerazioni di neri e latini rispetto ai bianchi, pubblicato a ottobre.
«Le manette scattano ai polsi degli afroamericani cinque volte più di quanto accada ai bianchi», dice: «In ben 12 Stati, più della metà della popolazione carceraria è nera. Un problema che affligge anche la comunità sudamericana visto che nei penitenziari statali il tasso dei latini è più che doppio rispetto a quello dei caucasici».
Per affrontare le disparità razziali, ragiona Nellis, bisogna affondare le mani in una serie di questioni essenziali. Innanzitutto occorre fare i conti con l’impatto che le leggi in materia di criminalità hanno sulle diverse comunità. A ciò va aggiunta la depenalizzazione dei reati minori di droga: quasi metà dei detenuti americani ha commesso un crimine legato alla droga e la maggior parte non ha precedenti penali per reati violenti. Nelle carceri pubbliche come in quelle private. «Eticamente immorali, ma rappresentano solo l’8 per cento dei complessi penitenziari. Non funzionano né meglio né peggio del pubblico», chiarisce.
In alcuni Stati c’è chi ha iniziato a mettere mano a qualche lieve riforma per arginare le incarcerazioni di massa. Ad esempio eliminando il sistema di cauzione in contanti oppure evitando di perseguire piccoli reati di droga e crimini non violenti come il vagabondaggio. Ci sono poi alcuni progetti di legge che si stanno facendo strada verso il Congresso, come ad esempio quelli relativi al diritto al voto o alle condanne a lungo termine. Anche Donald Trump alla fine del 2018 aveva firmato un provvedimento volto a ridurre la popolazione carceraria federale. Ma non basta.
Il presidente Joe Biden ancora non ha preso di petto il problema. «È all’inizio del suo mandato, tuttavia direi che la maggior parte dei sostenitori sono piuttosto delusi», dice scoraggiata Nellis. Sul piatto ci sono «problemi acuti come il rilascio compassionevole degli anziani a cui era stato permesso di uscire di galera durante la pandemia. In tanti hanno esortato il presidente a consentire loro di rimanere a casa. Finora non è stato possibile, la gente è stata rimandata in prigione».
Sebbene qualcosa si muova, per una sostanziale riforma occorrerà aspettare. Aspettare ancora. «Esigiamo, come esseri umani, la dignità e la giustizia che ci sono dovute dal nostro diritto di nascita», recitava il Manifesto di Attica del 1971. Cinquant’anni dopo, è ancora questo il grido, inascoltato, dei detenuti americani.