Nel Parlamento italiano è nato il gruppo “Facciamo eco-Federazione dei Verdi” a guida Rossella Muroni. Giuseppe Sala, sindaco di Milano, aderisce al partito dei Verdi europei. I leader della Federazione dei Verdi si dicono aperti a nuove forze sia politiche sia sociali. A incoraggiare e a guidare con determinazione i nuovi passi dell’ecologia politica italiana è Vula Tsetsi, segretaria generale del gruppo parlamentare e membro del direttivo del partito dei Verdi europei. «Contribuire ad avere dei partiti più credibili è qualcosa che devo al Paese in cui sono cresciuta», racconta a Bruxelles, in perfetto italiano, i capelli castani tagliati corti a non complicare quei minuti che dedica al nuoto ogni giorno da 20 anni.
Greca di origine, a 18 anni sbarca a Venezia per poi laurearsi in Urbanistica e pianificazione territoriale a Ca’ Tron. «L’Italia è il mio secondo Paese, quello in cui sono diventata adulta e ho trovato la mia identità». Erano gli anni in cui gli studenti universitari si dividevano in comunisti o democristiani. Lei non voleva scegliere. Fino a quando nel 1989 il suo docente di riferimento, Virginio Bettini, fu eletto all’europarlamento e cercò un assistente. «Nessuno voleva fare il portaborse, e così colsi io l’occasione». Da allora il gruppo dei Verdi è diventato la sua casa. Ne ha scalato i gradini fino a diventarne segretario generale unico, la donna che ne coordina mosse e strategie. «Mi candidai coi Verdi in Grecia una volta ma non funzionò e tornai a Bruxelles». In Grecia come in Italia il partito dei Verdi ha conosciuto un breve momento di gloria tra gli anni Ottanta e Novanta per poi sfiorire.
«Nell’Europarlamento ho visto il gruppo allargarsi con gli anni, diventare multi-tematico, affrontare politiche economiche e sociali oltre a quelle ambientali. Ma mentre le delegazioni dei Paesi del Nord crescevano, quelle del Sud diminuivano fino a diventare irrilevanti, incapaci di contribuire alla formazione dell’agenda europea», racconta lei, per spiegare il suo impegno. «Così nell’ultima legislatura ho maturato l’ambizione di contribuire più direttamente al rafforzamento dell’ecologia nel Sud d’Europa, in particolare in Italia, che è un grande Paese ed esprime molti eurodeputati. È ora di portare le mie capacità politiche oltre Bruxelles. La posizione nel partito, unitamente a quella del gruppo, mi consente di tradurre la strategia in azione con più efficacia. La mia nuova sfida è creare un cuore verde nel Sud d’Europa».
In Europa siete al governo in sei Paesi, avete ottenuto sindaci e ministri. Con sondaggi che vi danno sopra il 20 per cento, in settembre probabilmente entrerete nel governo tedesco. Come è cambiata la vostra strategia?
«Dobbiamo da una parte consolidare la nostra forza nei Paesi dove siamo al governo o in parlamento. Dall’altra investire nell’apertura e nella rigenerazione dello spazio dell’ecologia nei Paesi dove non abbiamo ancora rappresentanza. Ogni Paese del Sud e dell’Est Europa è unico ma tutti hanno tratti comuni: partiti che non sono cresciuti negli anni; necessità di apertura a nuove forze politiche e sociali; difficoltà nella scelta dei leader del partito. In molti Paesi individuare un leader verde è complicato perché abbiamo strutture diverse dalle tradizionali, come il binomio uomo-donna al vertice. E poi nel Sud abbiamo ancora l’immagine di un partito preso solo dalle questioni ambientali. I partiti tradizionali occupano lo spazio da 20 o 30 anni, con l’avallo dei media, e non è facile fare breccia per emergere e fare capire quale è la nuova politica verde. Inoltre le società del sud si sono dimostrate fino ad oggi poco entusiaste verso l’ecologia. Ma le cose stanno cambiando. Con le grandi coalizioni al governo, le barriere ideologiche si stanno sgretolando. I cittadini non sanno più come si tradurrà politicamente il proprio voto e si disamorano della politica. Se i Verdi sapranno rigenerare i vecchi spazi potranno sperare di superare anche nel Sud Europa il traguardo del 10 per cento dei consensi, come in Belgio, in Germania e in Francia».
Cosa le fa pensare che quell’obiettivo sia raggiungibile?
«Non ho mai visto come oggi i nostri temi presenti nell’agenda dei cittadini. Le conseguenze economiche dei cambiamenti climatici. La perdita della biodiversità, che è una delle cause della pandemia. Le questioni legate all’alimentazione e alla salute. E poi i diritti delle donne e quelli fondamentali dell’Unione europea, che in molti Stati si sono deteriorati. Non siamo gli unici a lavorare su questi temi ma siamo i più coerenti».
In molti casi i Verdi sono percepiti come “la sinistra dei ricchi”...
«Una percezione vecchia. La politica non è solo ideologia ma anche esperienza personale. Ci sono stati due momenti nella mia vita che mi hanno infuso grande volontà di impegno: la malattia di Chron di mio figlio Anders, che mi ha portato in prima linea per difendere la ricerca scientifica libera dai condizionamenti di Big Pharma, e la situazione socioeconomica della Grecia dopo il 2009, in cui ho visto i miei compatrioti in ginocchio. Oggi combattere i fossili vuol dire combattere la povertà energetica. Soprattutto nel Sud Europa, dove il prezzo dell’elettricità è tra i più cari del Continente. Molte famiglie sono costrette a bruciare legna perché non possono pagare la bolletta elettrica. Un’assurdità. Grazie all’abbondanza di energie rinnovabili, potremmo essere energeticamente indipendenti e invece paghiamo le conseguenze di scelte energetiche sbagliate. Per motivi economici, oltre che ecologici, dobbiamo cambiare. E poi ci sono i giovani, costretti a emigrare perché nel modello sociale attuale non trovano posto. I redditi non sono più redistribuiti correttamente: è tempo di rivedere il ruolo della tassazione come elemento fondamentale della giustizia sociale, tassazione che deve toccare le multinazionali e i big della tecnologia. Giustizia ambientale vuol dire anche giustizia sociale, fiscale, alimentare, pari opportunità. L’agenda della quotidianità è oggi legata alle nostre priorità: è il momento di tradurre politicamente quelle soluzioni che abbiamo elaborato e che i cittadini attendono».
Vi considerate la nuova sinistra degli Anni Venti?
«Occorre innanzitutto distinguere tra nemici e rivali politici. Con i primi non esiste nessun rapporto. Per noi l’estrema destra è nemica della democrazia. Con i partiti dell’area progressista possiamo invece costruire sulla base di progetti comuni. Storicamente gli alleati privilegiati sono quelli del centrosinistra però la dicotomia tra destra e sinistra è sempre meno marcata. Collaboriamo con chi condivide i nostri valori. A Bruxelles spesso sono i socialisti per quanto riguarda le questioni di genere, molte ma non tutte le problematiche ambientali, i diritti umani, la giustizia fiscale e la politica economica. Ma sul nucleare, sul commercio e sulle scelte energetiche abbiamo una visione molto diversa. La differenza tra noi e la sinistra tradizionale è che noi mettiamo al centro dell’agenda l’ecologia politica e la giustizia sociale mentre per loro le questioni ecologiche completano il programma, non sono centrali. Su un punto noi Verdi siamo molto cambiati. Siamo pronti a difendere il nostro progetto anche al governo e non solo all’opposizione. Adesso occorre accettare compromessi che migliorino lo status quo, nel rispetto delle linee rosse come il nucleare, gli Ogm e la politica agricola comune (Pac)».
Cosa vi aspettate dall’Italia? Su cosa puntate?
«Innanzitutto vorremmo vedere un risultato, perché il due per cento non basta. Possiamo portare in Italia l’esperienza di altri paesi europei, adattando il contenuto alla realtà locale per parlare a a chi non ha lavoro, a chi non arriva a fine mese, a chi è stufo del sistema attuale. Con chi farlo? Abbiamo un partito Verde italiano che va certamente rispettato per il lavoro svolto fino ad oggi e con cui parliamo quotidianamente ma abbiamo anche l’esigenza di aprire lo spazio dell’ecologia politica a forze nuove che magari non si identificano con il partito italiano ma che si ritrovano nei valori del partito verde europeo. Nell’ultimo anno abbiamo avuto molti incontri e individuato alcuni attori con cui definire come questo spazio possa essere rigenerato: Rossella Muroni, Alessandro Fusacchia, Lorenzo Fioramonti, il sindaco Sala che ha dimostrato di volere rendere Milano più sostenibile anche assumendo la carica di vicepresidente del Cac40 (il gruppo dei 40 sindaci leader nell’azione climatica), i quattro europarlamentari ex 5Stelle che si sono uniti a noi a Bruxelles e Green Italia. E poi altre forze della società civile. Se questa ampia rete si tradurrà in un nuovo, ampio partito, se si chiamerà Europa Verde o altro lo vedremo poi. Certo è che l’Italia è considerata una priorità a Bruxelles. L’obiettivo del partito dei Verdi europei sono le elezioni del 2024, quando vorremmo avere dei deputati italiani nel gruppo dell’Europarlamento. La grande maggioranza delle decisioni sono prese in Europa con l’intervento dell’Europarlamento. È un grave handicap non essere presenti in tutti gli stati membri. Ma il primo passo saranno le elezioni amministrative dell’autunno. I sindaci sono il modo migliore per consentire ai cittadini di guardare all’ecologia con uno sguardo diverso. Ne abbiamo avuti molti eletti in Europa, a Amsterdam, Dublino, Hannover, Grenoble, ad esempio. Perché non in Italia? Dobbiamo smettere di restare a osservare ciò che accade nella politica italiana: questo è il momento dell’azione».
A proposito di partiti, perché non avete accolto i 5 Stelle nel vostro gruppo europeo?
«Nella scorsa legislatura, perché mentre chiedevano a noi di entrare lo facevano anche con Farage: un vero strabismo politico. In questa, per i loro problemi di democrazia interna e per la posizione sulla migrazione (non hanno votato la riforma del patto di Dublino). Non condividono il nostro progetto. Sono stati in coalizione, in un governo che non era di transizione, con Salvini, che è una nostra linea rossa, e sul piano ecologico hanno dimostrato, con il caso delle trivelle ad esempio, scarsa correttezza intellettuale. Magari in futuro cambieranno ma per il momento nei fatti non hanno dimostrato sensibilità ambientale. Abbiamo pagato un prezzo. Oggi siamo solo il quinto gruppo nell’europarlamento. Ma dobbiamo restare coerenti».