Africa

La guerra in Sudan rischia di far collassare l’Africa

di Irene Panozzo   9 maggio 2023

  • linkedintwitterfacebook

Il conflitto civile infuria a Khartoum, la capitale. E si allarga al resto del Paese. Ma i paesi vicini temono che gli scontri arrivino a travolgere i fragili equilibri di potere del continente

Da tre settimane violenti scontri armati feriscono il cuore del Sudan, le tre città contigue di Khartoum, Khartoum Nord e Omdurman che costituiscono la capitale del paese. Una lotta per il potere tra le Forze Armate Sudanesi (Saf), l’esercito regolare guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze per il Supporto Rapido (Rsf), esercito paramilitare con a capo il generale Mohammed Hamdan Daglo, detto Hemedti. I combattimenti hanno tenuto l’attenzione concentrata su Khartoum, mai toccata in precedenza dalle guerre civili che si sono susseguite dall’indipendenza nel 1956 in poi. Il Sudan ha una posizione geografica che lo rende particolarmente importante dal punto di vista strategico. E che apre ora a un rischio di effetto-domino particolarmente esteso.

Anche con i confini post-2011, dopo la secessione dell’attuale Sud Sudan, il Sudan rimane il terzo paese più grande dell’Africa (prima era il primo, grande come mezza Europa occidentale). Un paese-cerniera, innanzitutto in senso geografico. Ponte tra il Nord Africa arabo e mediterraneo, grazie ai confini con Egitto e Libia, e l’Africa sub-sahariana centrale e orientale della Repubblica Centroafricana, del Sud Sudan e dell’Etiopia. Ma anche ponte non meno importante tra Sahel, a partire dal Ciad, e il Mar Rosso, le sue coste e quindi anche la penisola arabica. In una regione di paesi fragili, spesso guidati da leadership di impronta militare arrivate al potere con colpi di stato o in virtù di conflitti interni, le interconnessioni sono molteplici, in un groviglio difficile da dipanare che tiene insieme fili politici, militari, economici e anche etnici.

Dal 15 aprile i combattimenti non si sono limitati alla capitale. Da subito si sono estesi anche alle principali città del Darfur, regione di origine di Hemedti e delle sue Rsf eredi dei janjawid di genocidaria memoria. Nonostante una serie di paci parziali, la fine formale del conflitto in Darfur non aveva portato a una pace completa e stabile nella regione. Ma gli scontri delle ultime settimane, anch’essi tra Saf e Rsf, hanno sicuramente segnato un peggioramento repentino e molto serio. Gli esperti temono che se il conflitto dovesse continuare, altri attori regionali potrebbero essere risucchiati nel vortice. A iniziare dal generale libico Khalifa Haftar, che con Hemedti ha interessi economici comuni, soprattutto il controllo delle rotte del contrabbando che dalla città libica di Kufra si irradiano verso Darfur, Ciad ed Egitto. Ma anche i parenti e gli alleati che Hemedti ha in Ciad. Il leader delle Rsf, infatti, appartiene a un clan di un gruppo arabo del Darfur, i Rizeiqat, che sono presenti anche in Ciad e che appartengono a una famiglia con sottogruppi i diversi paesi del Sahel, fino al Niger e oltre. I legami familiari-etnici, cui spesso si sovrappongono quelli economici e militari, sono quindi molto estesi. Ed è anche per questo che il governo transitorio militare del Ciad guarda con estrema preoccupazione a quanto sta succedendo in Sudan: non solo già più di 40 mila persone hanno attraversato il confine in cerca di rifugio, ma a Ndjamena temono i legami di Hemedti con i potenziali competitor dell’attuale gruppo di potere. Per il momento, però, Ndjamena sembra voler rimanere neutrale nello scontro tra Burhan e Hemedti. La stessa cosa vale per il governo centroafricano, nonostante il sostengo che il presidente Faustin-Archange Touadera riceve dalla russa Wagner, partner economica delle Rsf.

Il rischio di contagio non si limita però ai soli vicini occidentali. Riguarda anche gli altri paesi confinanti, anche se in modi diversi. Innanzitutto l’Egitto: il presidente al-Sisi e il suo esercito hanno legami storicamente buoni con le Saf, diventati ancora più forti da quando Burhan ha assunto il potere. Per comunanza di impronta istituzionale e di vedute su molte cose, incluso il ruolo dei civili nella transizione. Ma anche in funzione anti-Addis Abeba, per le tensioni che la grande diga in costruzione sul Nilo Azzurro in Etiopia (ma a ridosso del confine sudanese) ha scatenato. Il rischio che l’esercito egiziano prenda parte anche attivamente allo scontro tra Saf e Rsf, appoggiando le prime, non è da escludere. Tale coinvolgimento però potrebbe innervosire il governo di Addis Abeba, già alle prese con una fragile pace nella regione settentrionale del Tigray e con altri conflitti interni, al punto da decidere di dare una mano più o meno cospicua a Hemedti, con cui i rapporti negli ultimi anni sono stati più semplici che con Burhan. Un’eventuale mossa in tal senso, però, dovrebbe tener conto anche delle decisioni del presidente eritreo Afeworki, fino a pochi mesi fa alleato di Addis Abeba nella guerra in Tigray e ora più ai ferri corti con il primo ministro etiope Abiy per la decisione di quest’ultimo di fare la pace con i tigrini.

Il paese che più di ogni altro potrebbe però subire le conseguenze di un estendersi del conflitto in Sudan è il Sud Sudan. Nonostante la secessione del 2011, il paese è rimasto fortemente interdipendente con l’ex capitale. Dopo anni di feroce guerra civile, la fragile transizione sudsudanese in corso dal 2020 dipende anche dal sostegno del Sudan e il presidente Salva Kiir e molti dei suoi accoliti hanno legami politici ed economici sia con Burhan e Saf che con Hemedti. Inoltre, l’economia di Juba dipende dal petrolio sudsudanese che viene portato a Port Sudan, e da lì esportato, da un oleodotto che attraversa mezzo Sudan. Potrebbe essere proprio questa la prima tessera a cadere.