Secondo alcune tribù il rosso è l’unico colore che gli spiriti possono vedere. È per questo che in occasione delle feste più importanti, le mamme spesso vestono i bambini con abiti di questa tinta, per presentarli agli antenati. Non stupisce, quindi, che le attiviste native abbiano scelto l’impronta di una mano rosso sangue impressa sulla bocca, come simbolo del movimento che lotta contro una tragedia che da decenni si consuma sotto gli occhi ciechi di un’intera nazione: gli omicidi e le scomparse delle donne indigene.
Se i nativi americani – che vivano nelle riserve o nelle aree urbane – si collocano tra le fasce più povere della popolazione, le loro madri, mogli, sorelle, cugine sentono di essere invisibili, un gradino sotto il livello degli esseri umani. Ultime tra gli ultimi.
I numeri sono sconvolgenti: l’85% ha subìto, almeno una volta nella vita, stupro o violenza domestica. A causa del loro dna, si triplica il rischio di essere uccise, rapite, o vittime di tratta; in alcune riserve la probabilità decuplica. In ogni comunità non c’è famiglia che si salvi. Lo testimoniano centinaia di poster con i volti delle scomparse appuntati ai lati delle strade. L’ultimo studio completo, realizzato dal National Institute of Justice, risale a otto anni fa. Un’infinità, e non è un caso. Quando si parla di loro, i dati sono insufficienti, imprecisi, contraddittori. Nel 2016, su una popolazione totale di circa sette milioni di indigeni divisi in 567 tribù (oggi 574), fu registrata la sparizione di 5.712 donne, molte giovanissime. Sulla carta, perché nella realtà il numero era molto più alto. E il fenomeno è purtroppo in crescita.
La maggior parte dei casi viene chiusa senza che il responsabile abbia un nome. Che sia indiano americano o bianco, arrivato da fuori. Morti spesso impunite, voci inascoltate prima di tutto dalla politica, poi dai media. Fino a ieri, raramente facevano notizia; i giornali seguivano per mesi la sparizione di una bianca, ma quasi mai quella di una nativa. Le cose iniziano a cambiare, grazie a un attivismo rinvigorito dai social media, all’attenzione della segretaria degli Interni Deb Haaland (prima nativa a occupare un ministero) e a una lenta presa di coscienza del Paese. Sui social #mmiw (Missing and Murdered Indigenous Women) è sempre più seguito.
«Le cause profonde di questo dramma vanno cercate nella colonizzazione, gli effetti devastanti si sentono ancora», spiega Norma Rendon, incontrata a Rapid City, nel Dakota del Sud, a pochi chilometri dalla riserva di Pine Ridge. «Nella nostra cultura le donne erano autorevoli, ne celebravamo la sacralità». Rendon, membro della tribù Oglala Lakota, oggi è un’attivista, ma ieri era una vittima; picchiata dal marito, è riuscita a scappare e a salvarsi portando via con sé i tre figli. «Combatto affinché nessuna subisca in silenzio quello che ho passato io», dice. Per le sorelle abusate ha fondato il rifugio Winyan Wicanyuonihan Oyanke, che in lingua lakota indica il luogo dove tutte sono onorate.
La colonizzazione portò non solo massacri e depredazione, ma rase al suolo in decenni di soprusi un intero sistema di valori. L’attivista cita le «boarding school», i collegi cattolici che, tra il 1819 e il 1969, i bambini indigeni, strappati alle famiglie, furono costretti a frequentare per assimilare la cultura bianca. E assimilazione significava cambiare nome, tagliare i capelli, dimenticare la lingua, la vita tribale, le pratiche religiose; sottostare a ogni tipo di abuso, sessuale e psicologico. «Questi ragazzi tornavano a casa completamente diversi, spesso con problemi relazionali. Nel tempo, riversavano sui figli quello che avevano subìto», racconta Rendon, uscita anche lei da uno di questi istituti.
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Le conseguenze sono visibili ancora oggi: miseria, dipendenze da droghe e alcol. Ci vuole poco per avvertire quanto le riserve, in ogni angolo degli Stati Uniti, siano luoghi sacri e maledetti. Circondati dalla forza degli Spiriti ancestrali e dalla bellezza della natura, sono però anche ghetti isolati, di povertà assoluta. Attraversati da strade buie, delineate da file di casupole fatiscenti, in cui spesso manca l’elettricità, l’acqua potabile e la speranza di uscire da quelle mura e trovare un lavoro.
Alle piaghe oggettive, si affiancano la stereotipizzazione dei nativi e la disumanizzazione delle donne che diventano bersagli facili, denuncia Norma Rendon. Sono tanti i responsabili: mariti, a volte figli, vicini di casa, uomini bianchi, forze dell’ordine e istituzioni. Le complicate relazioni tra giurisdizioni federali, statali e tribali sono un fattore cruciale nella crisi. Molte tribù hanno “pattuglie” a cui competono i reati minori, ma non possono perseguire i colpevoli bianchi. Nei casi più gravi, come stupro e omicidio, interviene la polizia federale. E lo fa male e spesso con estremo ritardo. Sono decine le testimonianze di famiglie che raccontano di aver denunciato la scomparsa di una parente nell’indifferenza delle forze dell’ordine. Cronache disperate di verbali sbagliati e morti archiviate frettolosamente per cause naturali.
«Noi diciamo spesso che le volanti si attivano più velocemente se viene ucciso un alce fuori stagione, rispetto a una nativa», confida Kendra Kloster raggiunta al telefono in Alaska. È coordinatrice del Native Women’s Resource Center e co-fondatrice della sezione statale del Missing and Murdered Indigenous Women and Girls. «Qui da noi non puoi chiamare il numero delle emergenze e sperare che in poche ore arrivi la polizia. Spesso ci vogliono giorni. L’Alaska è geograficamente difficile, da un’isola all’altra c’è bisogno dell’aereo e a volte non ci si muove a causa del maltempo». In questo Stato risiede la più alta percentuale di indiani americani divisi in più di 200 tribù. «Dobbiamo riuscire a proteggerci usando le nostre forze – afferma – ogni giorno sento storie orribili di famiglie che hanno subìto una perdita. Con la nostra associazione cerchiamo di portare conforto, di aiutare praticamente e anche spiritualmente». Sono tanti, però, anche i programmi di sensibilizzazione. «Spieghiamo ai parenti delle persone scomparse che non devono aspettare per legge 24 ore prima di denunciare. Gli illustriamo i loro diritti; poi siamo attivi nel promuovere azioni che portino le istituzioni a intervenire».
Servono più fondi; la task force nominata dall’ex presidente Donald Trump e l’Unità speciale creata dal Bureau of Indian Affairs dall’amministrazione di Joe Biden, senza le adeguate risorse, sono zoppe in partenza. Secondo un’indagine del Brookings Institute, l’alto tasso di morti, sparizioni e violenze sulle donne sarà il tema fondamentale per i nativi quando a novembre andranno alle urne per le presidenziali. Solo dopo vengono questioni come la protezione della terra e il diritto all’acqua potabile. «Alla Casa Bianca – dice Kloster – chiediamo un’attenzione maggiore». È necessario, inoltre, che cambi il quadro legislativo federale, per eliminare alla base le iniquità.
Se è vero che il loro peso elettorale in percentuale è minimo, il loro voto potrebbe essere determinante in alcuni Stati chiave, come Nevada, Wisconsin e Michigan. La vittoria dei democratici o dei repubblicani passa anche dalle loro schede e i candidati – non foss’altro che per opportunismo politico – non possono più ignorarli. Di certo il movimento contro la violenza sulle donne indigene proverà con tutte le forze a costringere il prossimo presidente a trasformare le promesse in azioni. Affinché il rosso che colora oggi il logo della campagna, segno dell’indifferenza del mondo al loro dolore, cominci finalmente a sbiadire.