Medio oriente in fiamme

La battaglia di Raji Sourani per avere giustizia contro i crimini di Israele a Gaza

di Marta Bellingreri   13 marzo 2024

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Dirige il Centro palestinese per i diritti umani, con cui documenta le azioni dell'esercito di Tel Aviv nella Striscia. Denunce finite alla Corte penale internazionale e a quella Onu. Che stabilirà se si tratti di genocidio

Raji Sourani ha messo piede in Italia da nemmeno un giorno, quando una notizia terribile lo raggiunge. Una delle sue colleghe, una delle più giovani e promettenti avvocate di Gaza, Dana Yaghi, 26 anni, è stata uccisa dalle bombe israeliane che hanno colpito la casa della famiglia a Deir al-Balah, al centro della Striscia. Assieme a lei, 42 suoi parenti. L’ennesimo nucleo familiare che viene cancellato quasi interamente in pochi secondi nella Striscia. Dana faceva parte dell’Unità dei Diritti delle Donne del Palestinian Center for Human Rights (Pchr) e raccoglieva da mesi testimonianze per documentare i crimini che Israele sta compiendo a Gaza. Qualche giorno prima, anche Nour Abu Nour, un’altra avvocata di 32 anni, era stata uccisa dagli aerei israeliani assieme a sette membri della sua famiglia, tra cui la figlia di due anni.

 

Sono mesi che Raji Sourani, avvocato per i diritti umani e direttore del Pchr, e gli oltre due milioni di abitanti della Striscia ricevono e vivono sulla loro pelle notizie del genere. E al peggio non c’è fine: il 29 febbraio scorso, nella ribattezzata «strage della farina», almeno 115 palestinesi sono stati uccisi e oltre 700 feriti durante l’assembramento per ritirare gli aiuti umanitari; nonostante Israele abbia sostenuto che molte vittime si siano schiacciate nella calca, secondo fonti ospedaliere, i pazienti e i cadaveri riportavano ferite d’arma da fuoco. Lo stesso Sourani è stato evacuato con la famiglia da Gaza e continua a distanza la sua missione, dopo essere sopravvissuto a tre bombardamenti. Eppure, dice a L’Espresso, «non vedo l’ora di poter tornare».

 

 

Il centro palestinese per i diritti umani, da lui fondato nella città di Gaza nel 1995, da allora non ha smesso di documentare le violazioni del diritto internazionale da parte delle forze militari israeliane. È grazie al loro lavoro instancabile, assieme ad altre organizzazioni per i diritti umani come Al-Haq e Al Mezan, che nel 2021 la Corte penale internazionale dell’Aja ha aperto ufficialmente un’indagine sui crimini commessi da entrambe le parti del conflitto, confermando così di avere giurisdizione sui Territori occupati da Israele, inclusa la Striscia di Gaza. «Non c’è un crimine compiuto a Gaza che non abbiamo documentato», dice Sourani parlando a un pubblico di duecento persone nella Sala delle Bandiere, nel Municipio di Messina. «Con 65 membri del Palestinian Center for Human Rights, 17 avvocati formati professionalmente, nel corso degli anni siamo stati capaci di costruire dei dossier legali per tutti i crimini inimmaginabili compiuti nella Striscia di Gaza. In passato abbiamo presentato la nostra documentazione alla giustizia militare israeliana. Abbiamo aspettato anni, con le nostre domande testarde, ma non avevamo l’illusione che una forza occupante ci desse delle risposte».

 

Dopo aver esaurito tutte le possibilità con il sistema legale israeliano, «pratiche che ci hanno visti impegnati per diversi anni», Sourani e la sua squadra hanno cominciato a portare i casi di crimini internazionali compiuti in Palestina nelle corti in Svizzera, Gran Bretagna, Spagna, perfino in Sudafrica, grazie alla giurisdizione universale: cioè il principio giuridico secondo il quale i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità possono essere perseguiti dinanzi ai tribunali del Paese in cui questo stesso principio è riconosciuto nella Costituzione, indipendentemente dal luogo in cui tali atti sono stati commessi e dal luogo in cui si trovino i loro autori. Erano i primi anni Duemila. «Ogni volta che facevamo dei piccoli progressi legali, i Parlamenti o i governi adottavano misure volte a restringere l’uso della giurisdizione universale nel proprio Paese e così non potevamo procedere. Altri anni sono passati. Poi, ci siamo rivolti all’Aja».

 

Del team legale che rappresenta le vittime civili palestinesi alla Corte penale internazionale in Olanda fa parte l’avvocato e professore di Diritto penale internazionale, Triestino Mariniello, che alle parole di Sourani aggiunge: «Spesso assistiamo a questa retorica che parla di un sistema giudiziario israeliano indipendente e imparziale, in grado di fare luce sulle violazioni del diritto internazionale e sui crimini internazionali, garantendo che sia fatta giustizia. Mi riferisco, per esempio, all’omicidio della piccola Hind Rajab (uccisa a Gaza a gennaio) o della giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh (uccisa a Jenin nel maggio 2022). Niente di più falso. Come ampiamente documentato dalle commissioni indipendenti delle Nazioni Unite, il sistema di giustizia militare non ha nessuna volontà né probabilmente la capacità di processare i responsabili dei più gravi crimini internazionali. Non troverete nessun leader israeliano militare o politico, non dico condannato, ma semplicemente processato. Si aprono procedimenti nei confronti dei cosiddetti pesci piccoli, i soldati, ma la stragrande maggioranza dei casi termina in un nulla di fatto».

 

Palestinesi accampati vicino al confine egiziano per sfuggire ai bombardamenti israeliani a Rafah, nella Striscia di Gaza

 

Come rappresentante legale delle vittime alla Corte penale internazionale, Mariniello lavora in stretto contatto con Sourani e con il Pchr, portando fino all’Aja il loro punto di vista e le loro preoccupazioni. «È l’unico tribunale internazionale», sottolinea a L’Espresso, «che riconosce la partecipazione attiva delle vittime, le quali possono fare delle dichiarazioni, presentare materiali e fare domande ai testimoni in aula. Ma il lavoro è bloccato, al momento, e non siamo arrivati alla fase in cui sono stati identificati dei sospettati». Il team legale ha portato i casi delle vittime dell’operazione “Margine Protettivo” del 2014, così come di quelle della “Marcia del Ritorno” del 2018 e del 2021. Ma in questi mesi, ammette Mariniello, «non sappiamo neanche se alcune delle vittime che rappresentiamo siano vive» e presto, con il raggiungimento di un cessate il fuoco, potrebbero arrivare i nuovi mandati per le vittime dell’ultimo periodo. «Quello della Corte penale internazionale è l’unico strumento di giustizia a disposizione dei palestinesi. Non c’è nessun tipo di giustizia interna».

 

Ma c’è un’altra Corte all’Aja, che Raji Sourani definisce «la più importante al mondo»: è la Corte internazionale di Giustizia, l’organo giudiziario delle Nazioni Unite. Dal Sudafrica è arrivata la denuncia contro Israele, che starebbe violando la Convenzione sul Genocidio di cui è firmatario, e la Corte ha ritenuto questa ipotesi plausibile, iniziando col fornire a Israele una lista articolata di misure provvisorie da rispettare per prevenire l’uccisione della popolazione civile di Gaza. «Ma Israele non ha rispettato queste misure», denuncia Sourani. «Oltre ai massacri compiuti, ha diminuito il numero di camion di aiuti umanitari che possono entrare, oggi ridotti a 60-70 al giorno, solo il 5% di quelli di cui la popolazione avrebbe bisogno. Gaza è ridotta alla fame», conclude. Nonostante la portata storica della decisione della Corte internazionale di Giustizia di procedere per stabilire se i crimini di cui Israele si sta macchiando a Gaza abbiano l’intento di commettere un genocidio, Sourani dice: «Non c’è bisogno di avere avvocati di livello internazionale per vedere che si sta compiendo un massacro di civili, dove il 70% dei 30 mila morti è rappresentato da donne e bambini».

 

Macerie dopo un raid israeliano nel campo profughi di Nuseirat, a Gaza, lo scorso febbraio.

 

In attesa che i crimini compiuti da Hamas il 7 ottobre scorso in Israele e quelli che Israele sta compiendo da mesi ormai a Gaza siano giudicati e perseguiti, Sourani mantiene viva la sua visione. Lo chiama «ottimismo strategico» ed è la fede nella giustizia per le vittime innocenti e per lo Stato di diritto che cercano di difendere «le persone libere sulla Terra».