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22 gennaio, 2026Articoli correlati
Parla il leader del partito “National unity platform", unico soggetto politico che si oppone a Yoweri Museveni, al potere da 40 anni
“Continuerò a lottare. Continueremo a lottare finché non saremo liberi”. Quando pronuncia queste parole, Bobi Wine ha la voce ferma, di una persona che si aspettava che le cose sarebbero andate così, ma che continua a perseguire il suo obiettivo: liberare il suo Paese da un presidente accusato di violare diritti umani e silenziare l’opposizione.
Il 15 gennaio si sono tenute le elezioni presidenziali in Uganda, Paese dell’Africa orientale che negli ultimi decenni ha ricoperto un ruolo sempre più chiave nel panorama internazionale, anche per i grandi flussi migratori che lo attraversano. Governato dal 1986 dal presidente Yoweri Museveni – leader del Movimento di resistenza nazionale (Nrm) -, l'Uganda vede come unica opposizione politica esistente quella guidata da Bobi Wine, leader del partito “National unity platform”. Il giorno dopo la chiusura delle urne, il presidente uscente Museveni ha dichiarato la propria vittoria, per il settimo mandato consecutivo. L’opposizione ha denunciato brogli nelle urne e atti d’intimidazione per le strade della capitale. Nella serata di giovedì - 15 gennaio -, a seggi elettorali chiusi, l’agenzia Reuters ha riportato la morte di almeno 10 sostenitori dell’opposizione.
Bobi Wine, già durante le operazioni di voto, aveva denunciato su X presunte irregolarità ai seggi: “Ribadiamo il nostro totale rifiuto dei risultati falsi. Oltre alla manipolazione delle schede elettorali, al controllo militare delle elezioni, alla detenzione dei nostri leader e scrutatori e ad altri reati elettorali, i loro risultati non hanno alcun fondamento”.
Ex rapper cresciuto nel ghetto di Kampala – la capitale ugandese – Wine ha deciso nel 2017 di prendere attivamente parte al cambiamento del suo Paese. “Chiedere a me perché mi sono impegnato nella politica è come chiedere a un insegnante, a un contadino o a un autista perché vogliono partecipare alla guida del loro Paese. L’Uganda è il mio paese e tutto stava andando male. Avendo una voce, ho deciso di impegnarmi per migliorare il mio paese. È per questo che sono entrato in politica”, racconta a L'Espresso.
Repressioni, arresti e intimidazioni: questo è ciò che il “Ghetto President” - così viene chiamato dai suoi sostenitori - racconta di aver subito in tutti questi anni, per essersi presentato come alternativa giovane e popolare al leader che governa il Paese da più di 40 anni. “Non sono state elezioni né libere né corrette, ma sinceramente nessuno di noi è rimasto sorpreso dai brogli e dagli inganni utilizzati, però il livello di violenza e coercizione a cui si è arrivati durante questa campagna elettorale è sconvolgente”, continua Bobi Wine. “Due giorni prima delle elezioni, internet è stato disattivato e il giorno delle elezioni è stata tolta l’elettricità. Dopo che ho votato, i militari mi hanno messo agli arresti domiciliari: i soldati hanno circondato la mia casa e sono rimasto confinato con la mia famiglia e mia moglie. La notte del 16 gennaio, il giorno successivo, l’esercito ha fatto irruzione in casa mia su ordine di Muhoozi Kainerugaba, comandante dell’esercito e figlio del presidente ugandese Museveni. Hanno cercato di farmi del male, ma sono riuscito a fuggire e non mi hanno preso. Da allora tengono mia moglie e la mia famiglia prigionieri in casa mia, mentre io sto continuando a nascondermi per evitare il carcere”.
“I brogli non sono avvenuti il giorno del voto. I brogli avvenivano già durante la campagna elettorale, quando venivamo colpiti, arrestati e uccisi”. Bobi Wine parla della presunta uccisione di oltre 100 persone soltanto nell'ultima settimana di campagna elettorale. “Il figlio di Museveni, che è il comandante dell’esercito, si è persino vantato pubblicamente di aver ucciso personalmente 22 persone. Questo dovrebbe sconvolgere il mondo”.
Nonostante le ripetute promesse di “elezioni democratiche e trasparenti” da parte del presidente uscente, non sarebbe stata possibile alcuna supervisione internazionale ai seggi a causa delle difficoltà di accesso da parte della leadership al potere.
Negli anni Museveni ha costruito una narrativa intorno al suo governo per descriversi come un presidente democratico che opera nell’interesse dei propri cittadini, eppure corruzione e violazioni dei diritti umani sono ormai denunciati ogni giorno. “I cittadini dell’Uganda stanno soffrendo” - continua a raccontare Wine -. “La disoccupazione giovanile è ai massimi livelli, la corruzione è altissima, le violazioni dei diritti umani sono gravissime e la popolazione vuole un cambiamento. Museveni utilizza la questione della migrazione per avere un posto al tavolo delle grandi potenze ma di fatto è solo per un suo tornaconto personale. Inoltre, il governo utilizza forme di controllo di diverso tipo per reprimere l’opposizione”.
A margine di queste elezioni, Bobi Wine ripete di voler proseguire la lotta “contro un uomo di 81 anni che è al potere da 40, che lascia il nostro Paese in balia della corruzione e che di fatto vuole mantenere il potere per la propria famiglia. Museveni è molto anziano e ora sta cercando di fare diventare suo figlio il prossimo presidente dell’Uganda. Muhoozi Kainerugaba – suo figlio - è il comandante dell’esercito e vuole uccidere chiunque si opponga a suo padre. Io sono un candidato alla presidenza e lui minaccia di uccidermi: questo dovrebbe essere scioccante”.
A quasi una settimana dalle elezioni, Bobi Wine è ancora costretto alla fuga, mentre le forze militari ugandesi lo stanno cercando. Sua moglie e i suoi due figli sono invece agli arresti domiciliari nella loro casa di Kampala. Ma l’idea di arrendersi non sfiora neanche per un secondo la mente del “Ghetto President”. “Continuerò a lottare. Continueremo a lottare finché non saremo liberi. Non si tratta di un’elezione che Museveni controlla, ma del popolo ugandese. Il nostro obiettivo di queste elezioni era riuscire a mobilitare il popolo per costruire insieme il cambiamento”.
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