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14 gennaio, 2026L'imprenditore torinese dopo il rientro in Italia: "Ho perso 30 chili, con Trentini ho un ottimo rapporto". Ad attenderlo alcuni procedimenti tra bancarotta, violazioni tributarie e fallimenti societari
Quelle che l’imprenditore torinese Mario Burlò chiama “maldicenze” sul proprio conto sostenevano che si trovasse a Caracas per sfuggire alla giustizia italiana. Tra le più recenti, un’inchiesta sulle ramificazioni della ‘ndrangheta in Piemonte, in cui sarebbe stato prima accusato e poi assolto per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. L’immobiliarista è stato rilasciato lunedì 12 gennaio insieme al cooperante veneto Alberto Trentini, dopo quattordici mesi di prigionia nel carcere El Rodeo in Venezuela. Dopo il suo rientro - a differenza di Trentini che ha optato, al momento, per discrezione e silenzio - l’imprenditore ha raccontato la propria esperienza di reclusione in alcune interviste alle testate nazionali.
L'arrivo e l'arresto immediato
“Non avrei mai lasciato i miei figli o rischiato di perderli per una condanna da tre o quattro anni di carcere, solo un pazzo avrebbe fatto una cosa del genere", risponde a La Repubblica, incalzato sulle questioni di giustizia che lo riguarderebbero. In Venezuela - dice- si era recato per questioni lavorative: “Dovevo avviare un’impresa di pulizia tramite la quale vendere detergenti superconcentrati”. Una volta arrivato in Sudamerica, sarebbe stato bloccato subito, arrestato dai poliziotti come cospiratore contro il governo Maduro. Oggetto dell'accusa venezuelana, due video registrati da Burlò in Italia.
Le condizioni in carcere
Lungo è il racconto dei giorni di reclusione. Burlò parla di una cella di “due metri per quattro”, dice di aver dormito tra topi e scarafaggi e spiega come - per non impazzire - camminasse nel piccolo loculo e facesse esercizi a corpo libero. “Sono dimagrito 30 chili”, confessa, ma ciò che più ha contribuito a tenerlo in vita è il pensiero dei figli, Corrado e Gianna. La paura più grande era quella di morire ammazzato dalle guardie. Di notte giravano “con il volto mascherato - riferisce a La Stampa - uno si faceva chiamare Hitler”. Un’esperienza che l'immobiliarista riassume con un paragone piuttosto noto all'immaginario comune: “Per i film che ho visto mi ricordava Alcatraz”.
Il rapporto con Alberto Trentini
Con il connazionale Trentini, Burlò dice di avere instaurato “un buon rapporto”. Il 46enne veneto - che al momento si troverebbe ospite da una zia, lontano da microfoni e telecamere - sarebbe arrivato in cella un giorno dopo di lui. “Siamo stati insieme cinque mesi circa. Abbiamo stabilito un rapporto onesto. Altro non posso dire su di lui, se non che è una bravissima persona”, racconta.
I processi in Italia
Ora che è rientrato in patria, Burlò dovrà affrontare altri processi. L’incombenza più urgente è azzerare - con l’aiuto del suo avvocato Maurizio Basile - gli effetti di una condanna irrevocabile a tre anni di carcere per la bancarotta di una società chiamata Gpa Facility Management. Giovedì 15 gennaio dovrà poi comparire a Terni per un’udienza preliminare legata a violazioni tributarie. Il 17 marzo sarà invece atteso dal tribunale di Torino per due procedimenti unificati: uno sul fallimento della società di basket Auxilium, con già sette condanne emesse, e l’altro per indebita compensazione. Sempre a Torino è inoltre in corso un’altra indagine simile, collegata a società legate alla Oj Solution, impresa fallita con cui Burlò avrebbe operato nelle sponsorizzazioni sportive.
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