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15 gennaio, 2026Articoli correlati
L’intervento americano come sopruso coloniale, il timore che frani il modello di stato sociale garantito dal regime. Le voci dei fedelissimi della rivoluzione bolivariana
La definiscono una «calma tensa», una calma tesa e apparente. Sembra un mantra ripetuto da chiunque in questi giorni si trovi a Caracas, la capitale del Venezuela. «In tutto il Paese si respira una calma piena di tensione, quella che precede il caos. Non abbiamo idea di quello che potrà accadere», dice da Caracas Irma Pacheco, 58 anni.
Dopo l’attacco statunitense ordinato da Trump e la cattura di Nicolás Maduro, la risposta immediata della maggior parte dei cittadini venezuelani è stata quella di acquistare beni di prima necessità nei pochi negozi di alimentari aperti e di cercare di rimanere a casa e uscire solo se strettamente necessario. Le scene di festa per la caduta di Maduro che si sono viste in molte piazze del mondo, non si sono ripetute all’interno del Paese. Sia perché la libertà di espressione e protesta contro il regime è estremamente limitata e chi manifesta può essere incarcerato, ucciso o ferito, sia perché c’è una parte della popolazione che ancora oggi sostiene il regime. «Siamo ancora sotto shock – spiega Pacheco – Sono passati giorni, ma ancora non possiamo credere a quello che è accaduto. I bombardamenti, il fuoco, gli elicotteri che sorvolavano Caracas: sono stati momenti terribili. Sapere che Maduro era stato sequestrato, è stato tutto molto angosciante».
Tra chi sostiene il regime, ci sono senza dubbio le file dei militanti chavisti. Le persone che hanno partecipato alla rivoluzione bolivariana, il progetto politico guidato da Hugo Chávez (eletto nel 1998), e che oggi sono ancora parte attiva delle politiche sociali del governo venezuelano. Persone che oggi sono disposte a prendere in mano le armi e a dare la vita per difendersi dall’attacco statunitense.
«Sappiamo che vengono per il petrolio, per appropriarsi di tutte le nostre risorse – sostiene Pacheco – Non vogliono fare del bene al Venezuela, vengono a rendere il nostro popolo ancora più povero, a lasciarci nella miseria mentre loro portano via tutte le risorse possibili dal Paese».
Irma Pachecho, che si definisce «una militante in più della rivoluzione bolivariana», non ha dubbi su quello che farà. «Siamo un Paese di pace e vogliamo la pace, ma non possiamo permettere che ci assalgano perché un presidente ha deciso che vuole le nostre risorse – afferma – Non vogliamo la guerra, né essere il cortile di casa degli yankee o una colonia nordamericana. Se dovremo passare a una fase armata di resistenza e di combattimento: lo faremo». Nei giorni successivi all’attacco statunitense, in molte città venezuelane sono scese per strada migliaia di cittadini richiedendo il rilascio di Maduro e sua moglie Cilia Flores, esigendone il ritorno in patria.
Come spiega Graziano Palamara, docente di Storia delle relazioni internazionali dell’Università degli studi di Salerno, la rivoluzione bolivariana è stata importantissima e ha avuto un grande impatto nella storia recente dell’America Latina. «Il progetto chavista – sostiene Palamara – con la sua volontà di includere i settori più marginalizzati della società e di forgiare una democrazia partecipativa ridistribuendo tra la popolazione la ricchezza nazionale, è stata un modello importante per la politica latinoamericana».
Il progetto chavista è stato particolarmente rilevante perché – nonostante il classismo e il razzismo siano molto diffusi in tutta l’America Latina – in Venezuela era particolarmente forte, con le élite bianche e ricche del Paese che controllavano completamente le risorse del Paese e il potere politico. «La rivoluzione bolivariana – continua Palamara – ha sicuramente cambiato la vita delle fasce meno abbienti del Paese, persone che per la prima volta si sono sentite parte di uno Stato che si curava di loro, valorizzandole all’interno della vita politica e sociale del Paese». Persone che ancora oggi sostengono il progetto chavista e sono fedeli a Nicolás Maduro, che è stato nominato come suo successore da Hugo Chávez poco prima della sua morte, avvenuta nel 2013.
Chávez è ancora oggi una figura politica molto rispettata in Venezuela, avendo il merito di aver dato vita a un progetto politico chiaro – la cosiddetta “rivoluzione bolivariana” – di lotta alla povertà, alla discriminazione e al capitalismo. «Con la rivoluzione bolivariana siamo passati da essere un Paese in cui solo l’élite godeva della ricchezza, a uno in cui la parte della popolazione più umile ha potuto avere accesso a cose che non avrebbe mai immaginato di poter avere – afferma Irma Pacheco – Abbiamo avuto un migliore accesso alla sanità, al cibo, ai trasporti, migliorando la nostra qualità di vita. Abbiamo potuto visitare luoghi del nostro Paese che i poveri non avevano mai potuto conoscere».
Chávez negli anni ha portato avanti un governo con derive sempre più autoritarie, aumentando i poteri della presidenza, annullando l’indipendenza del potere giudiziario e restringendo la libertà di espressione. Come spiega Graziano Palamara: «La riuscita del progetto chavista è stata sin dall’inizio strettamente legata al petrolio». Grazie alla sua vendita infatti il Venezuela è riuscito per anni a stringere alleanze strategiche e a finanziare politiche nazionali e internazionali importanti. «Ma quando il prezzo del petrolio è calato – conclude Palamara – unitamente a scelte economiche scellerate del regime e all’impatto delle sanzioni statunitensi, il progetto chavista ha iniziato a vacillare».
Durante la presidenza di Maduro, la situazione economica è molto peggiorata, così come le violazioni dei diritti umani che sono diventate sempre più gravi e frequenti.«Le violazioni dei diritti umani in Venezuela si sono sicuramente aggravate dopo le elezioni del 2024 (che secondo l’opposizione, sarebbero state vinte da Maduro attraverso numerosi brogli, ndr) – afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – Le proteste all’interno del Paese, secondo i nostri calcoli, sono state represse portando alla morte di 25 manifestanti e oltre 2mila arresti».
Come spiega Noury, attualmente le persone che si trovano in carcere per ragioni politiche sono circa un migliaio. Negli anni, il Venezuela (come l’Iran o la Biellorussia) ha usato l’arresto arbitrario di cittadini stranieri o con doppia nazionalità per usarli come pedine di scambio. «È importante sottolineare che dal punto di vista di Amnesty International – sostiene Noury – La carriera politica di Maduro sarebbe dovuta terminare una volta perse le elezioni, e prima o poi sarebbe accaduto. Maduro avrebbe dovuto essere giudicato da un tribunale dell'Aia, non da quello dello Stato che ha attaccato il suo Paese». Elsa Mendoza non la descrive come paura, dice «di stare allerta». Ci sono momenti in cui ha le palpitazioni o ha voglia di piangere, perché non sa cosa accadrà e si sente in balia di persone senza scrupoli, ma mantiene la calma pensando che nel peggiore degli scenari, farà qualcosa che fa già da tutta la vita: resistere.
Elsa, 58 anni, vive a Caracas. È docente, militante chavista e fa parte delle “Missioni bolivariane”, programmi sociali lanciati in Venezuela da Hugo Chávez per combattere analfabetismo e malnutrizione tra la popolazione. «A livello globale sta governando la legge del più forte – dice Mendoza – L’attacco in Venezuela da parte degli Stati Uniti è stato un atto di prepotenza. Trump ci vede come un gruppo di poveri, indigeni e neri che non valgono nulla. Pensa di poter fare di noi ciò che vuole, ma si sbaglia».
Mendoza chiama Trump “el loco”, il pazzo, mentre ricorda che nelle ore e giorni successivi all’attacco statunitense a Caracas, il presidente nordamericano ha minacciato di intervenire militarmente anche in Messico, Colombia e Cuba usando toni durissimi contro i leader politici dei tre Paesi.
«L’attacco degli Stati Uniti – conclude – è stata una chiarissima violazione del diritto internazionale, ma non ci dobbiamo far spaventare. Dobbiamo mantenerci attivi e con le idee chiare, pronti a combattere se dovesse rendersi necessario».

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