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22 gennaio, 2026Come riporta il Wall Street Journal, Donald Trump adesso punterebbe a negoziare un accordo per estromettere il presidente comunista Miguel Díaz-Canel
Dopo Caracas, anche L’Avana? Gli Stati Uniti starebbero valutando un nuovo cambio di regime in America Latina, questa volta a Cuba, entro la fine del 2026. È quanto scrive il Wall Street Journal, che cita fonti a conoscenza delle discussioni interne all’amministrazione di Donald Trump. Secondo cui Washington avrebbe avviato contatti informali per individuare interlocutori all’interno dell’apparato cubano disposti a negoziare una transizione politica, rovesciando così il governo comunista di Miguel Díaz-Canel.
Per il quotidiano statunitense, la Casa Bianca ritiene che l’economia dell’isola sia vicina al collasso. E che il governo dell’Avana sia oggi più fragile rispetto al passato, soprattutto dopo la cattura di Nicolás Maduro, considerato per anni alleato strategico nel sostegno economico a Cuba. Non ci sarebbe, al momento, un piano operativo definito per la caduta del regime comunista, al potere da quasi settant’anni. Ma l’obiettivo - sempre secondo il Wsj - sarebbe quello di favorire un accordo politico dall’interno, più che un intervento diretto.
Il precedente venezuelano pesa. A inizio gennaio, infatti, Donald Trump aveva rivendicato la cattura di Maduro da parte delle forze speciali statunitensi. Un’azione che, secondo fonti dell’amministrazione citate dal Wall Street Journal, avrebbe fatto da “monito” per altri governi della regione. E soprattutto da leva negoziale nei confronti dei loro alleati. Washington osserva con attenzione le concessioni ottenute dopo la caduta del leader venezuelano. E valuta se quello schema possa essere adattato anche al contesto cubano.
la crisi cubana
Cuba, dal canto suo, attraversa una crisi profonda: carenze energetiche croniche, inflazione fuori controllo, migrazioni record e un sistema produttivo in affanno. Dovuto anche alla riduzione delle sovvenzioni esterne, che arrivavano dal petrolio venezuelano chavista prima e da quello di Maduro poi. Trump poi prende di mira le missioni mediche cubane all’estero, uno dei principali strumenti di soft power e una delle voci più rilevanti di entrata per l’Avana. Programmi che negli ultimi anni sono stati progressivamente smantellati o ridimensionati sotto la pressione diplomatica degli Stati Uniti, che li considerano una forma di “lavoro forzato” e hanno spinto diversi Paesi a interrompere gli accordi. La combinazione tra crisi energetica, perdita di entrate e isolamento internazionale ha contribuito ad aggravare una situazione già segnata da inflazione, blackout e migrazioni di massa.
Nella lettura americana, si tratta di elementi che renderebbero il Paese più permeabile a fratture interne e pressioni esterne. Come quelle messe in atto lo scorso anno: Trump ha sospeso tutte le operazioni di naturalizzazione degli immigrati provenienti dall’isola e le loro richieste di asilo. Fino a deportare circa 1600 cubani, più dei suoi tre predecessori messi insieme. Ma lo stesso Wall Street Journal sottolinea come l'amministrazione sia consapevole dei limiti di un’operazione di regime change tradizionale. Così la strategia assume i tratti di una “gestione del regime”, basata su negoziazioni selettive e su una ridefinizione degli equilibri di potere.
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