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23 gennaio, 2026Riuniti in fretta a Bruxelles dopo le minacce di Trump, gli europei ribadiscono la loro fiducia nell'alleanza transatlantica ma si dicono pronti e uniti nel difendere la propria sovranità e le proprie regole
Sarebbe dovuto essere un incontro chiave quello di ieri tra i 27 capi di stato europei, riuniti d’urgenza in un vertice informale dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa all’indomani dell’annuncio di nuovi dazi da parte di Donald Trump.
E invece in meno di una settimana, Trump ha fatto una delle sue folcloristiche marce indietro che gli hanno valso il soprannome di Taco (Trump always chickens out, ovvero Trump si tira sempre indietro). Durante il World Economic Forum a Davos ha annunciato che non avrebbe aggredito militarmente la Groenlandia e che non avrebbe nemmeno applicato le sanzioni annunciate come ritorsione contro l’arrivo di una manciata di militari da parte di alcuni Paesi europei in Groenlandia, come dimostrazione della solidarietà dell’Unione con Nuuk e Copenaghen.
Così non è più servito parlare di attivare il potente ma controverso strumento anti-coercizione, il famoso bazooka, ovvero una serie di misure commerciali drastiche messe a punto per difendersi dal tentativo di uno stato straniero di influenzare la politica europea. E nemmeno di come coordinare in frettò il “pilastro europeo” all’interno della Nato nel caso l’Alleanza atlantica si fosse frantumata. Infatti la presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola ha dichiarato che il parlamento europeo è pronto a rimettere sul tavolo ed approvare l’accordo Usa-Ue siglato la scorsa estate il cui voto era stato rinviato soltanto due giorni fa durante la plenaria di Strasburgo.
Il vertice di stanotte è stato soprattutto un momento di scambio di idee ed emozioni sulle relazioni transatlantiche. Un ripetuto battersi sulle spalle per applaudire il sangue freddo dimostrato questa settimana, e forse anche confermarsi reciprocamente che l’Europa esiste ancora. Nonostante le minacce di Trump. Nonostante il trio nero – Viktor Orban, Andrej Babis e Robert Fico. Nonostante l’invasione militare di Vladimir Putin. E quella commerciale di Xi Jinping. Perché l’Unione è decisa a resistere, sebbene a modo suo. E con le sue contraddizioni. «C’è differenza tra uno vassallo felice e uno schiavo infelice», aveva sintetizzato a Davos mercoledì il premier belga Bart de Wever.
Sul livello di vassallaggio naturalmente ci sono differenze. Emmanuel Macron, ormai diventato pop per quegli occhiali da aviatore indossati a Davos mentre criticava Trump, è il leader indiscusso della fazione, soprattutto nordica ma ingrossata anche dallo spagnolo Pedro Sanchez, che vuole in futuro una reazione muscolare alle intemperanze trumpiane. Il polacco Donald Tusk, i leader baltici ma anche il greco Kyriakos Mitzotakis invece non voglio fare nulla per innervosire Trump e accelerare il disimpegno americano in Europa. Meloni e Merz invece guidano chi sceglie la via di mezzo, cercando di tenere insieme tutto, l’alleanza americana e la sovranità europea, mentre in sordina cercano nuovi alleati politici e commerciali a zonzo per il mondo. «Il nostro obiettivo è la diminuzione delle tensioni», ha detto Nikos Christodoulides, il presidente di Cipro, presidente di turno dell’Euco: «Perché il loro intensificarsi è contro gli stati membri, contro gli stati Uniti e contro le relazioni atlantiche., Ovviamente la diminuzione delle tensioni non deve compromettere in nessun modo la sovranità, l’interezza territoriale e i principi legali fondamentali».
Il premier greco si è spinto fino a suggerire un compromesso sul Tavolo della Pace siglato oggi da Donald Trump con una ventina di Paesi tra cui la Bielorussia, Israele, il Pakistan, tutti i Paesi della penisola araba, l’Ungheria e la Bulgaria: vorrebbe sottoscriverlo nella parte in cui si occupa di Gaza, per la cui “pace” era stato ideato, e non per quella in cui rischia di diventare una specie di Onu ombra di proprietà privata di Trump, alla cui volontà tutti i membri si devono da regolamento sottomettere. In realtà l’atto fondativo non menziona mai la parola “Gaza” o “Medio Oriente”.
Il Consiglio dovrebbe avere avuto qualche dettaglio in più sui termini dell’accordo stipulato da Mark Rutte con Trump sulla Groenlandia ma i leader hanno calciato la palla nel campo della Nato, limitandosi a ribadire il loro sostegno alla sovranità e integrità territoriale della Danimarca. La premier danese Mette Frederiksen, anche lei al buio sui termini dell'accordo, è a colazione stamattina con Rutte per discutere l’intesa. Due sembrano essere i punti principali: una rinegoziazione dell’accordo di difesa del 1951 che dia maggiore mano libera agli americani sull’isola, sia in termini militari che industriali, e una maggiore partecipazione della Nato alle spese per la sicurezza nell’Artico, anche con la creazione di una missione già soprannominata “Sentinella artica”.
Ma mentre Frederiksen dice che è disposta a negoziare ma come stato sovrano, nella notte, a bordo dell’Air Force One Trump ha detto ai giornalisti che in Groenlandia «può fare quello che vuole» e che tra un paio di settimane sarà definito qualcosa di concreto.
Per quanto riguarda l’Ucraina, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito l’unità dei leader europei nel sostegno al Paese e ricordato che l’Unione europea ha fornito 193 miliardi di euro nei quattro anni di guerra oltre ai 93 decisi nel Consiglio europeo del 19 dicembre. «I fatti parlano da soli», ha detto Costa in risposta alle critiche verso l’Europa, definita da Vlodomir Zelensky a Davos «debole» per non avere utilizzato i fondi russi congelati in Belgio.
Ultimo punto della discussione è stato il Mercosur su cui i leader si sono trovati d’accordo: quando hanno dato il via libera al trattato lo hanno fatto anche per la sua versione in via provvisoria, ovvero in attesa della ratifica dei parlamenti nazionali. «Invitiamo al Commissione ad andare avanti», ha detto Costa. «Noi saremo pronti a farlo entrare in vigore non appena lo saranno le controparti», ha risposto von der Leyen.
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