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8 gennaio, 2026Le uscite sull’annessione della Groenlandia erano state liquidate come spacconate. Invece Trump fa sul serio. “Se gli Usa attaccano la Nato, è l’inizio della Terza guerra mondiale”
Il presidente agita la sciabola contro la Groenlandia ed è estremamente allarmante. Se gli Stati Uniti attaccassero davvero la Nato, in base all’articolo 5 del Patto Atlantico, non avrebbe altra scelta se non quella di intervenire. Di fatto, sarebbe l’inizio della Terza guerra mondiale». Le parole di Claire Finkelstein, rodata esperta di diritto internazionale, non sono un’iperbole accademica, ma un avvertimento condiviso da molti altri osservatori. Con Donald Trump, la politica estera americana rispolvera il lessico dell’impero e mette in soffitta i trattati.
Se all’indomani della vittoria elettorale del 2024 le uscite sull’annessione della Groenlandia o sull'inglobamento del Canada come cinquantunesimo Stato, erano state liquidate come spacconate del tycoon, oggi la macchina comunicativa che lo incorona conquistatore delle Americhe e padrone del “suo” emisfero, non fa più sorridere. L’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, nell’operazione dell’unità speciale Delta Force del 3 gennaio a Caracas, è stato un messaggio al mondo interno: se la sovranità può essere sospesa senza conseguenze in America Latina, può esserlo ovunque. Anche nell’Artico. Trump sostiene che agli Stati Uniti la Groenlandia serva per la propria sicurezza nazionale, citando le crescenti attività di Russia e Cina nella regione. E insiste sul fatto che incorporare l’isola dei ghiacci danese e i suoi 57mila abitanti rafforzerebbe la posizione americana grazie alla collocazione strategica e a risorse minerarie chiave per l’alta tecnologia. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che l’amministrazione sta valutando «una gamma di opzioni», senza escludere l’ipotesi di ricorrere alle forze armate. Checché ne dica il documento congiunto firmato da sette Paesi europei, Italia inclusa, che richiama una sicurezza artica costruita collettivamente tra alleati Nato, nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite, della sovranità e dell’inviolabilità dei confini.
«Non è che un’ulteriore escalation della tendenza americana a ignorare i vincoli del diritto internazionale e a sentirsi legittimati a imporre condizioni asimmetriche sulla scena globale», denuncia a L’Espresso Claire Finkelstein, che all’Università della Pennsylvania insegna diritto e filosofia. Per lei, le mire espansionistiche del nuovo «imperatore d’Occidente» sono un pericolo reale. «Durante il primo mandato ci eravamo convinti che Trump fosse un cane che abbaia ma non morde: parlava molto, ma spesso non dava seguito alle minacce. Questo perché era circondato da figure che fungevano da argini e lo trattenevano negli impulsi peggiori», spiega. «Oggi non è più così. Ha scelto con maggiore attenzione ministri e consiglieri, persone disposte a seguirlo anche nelle direzioni più estreme». Il riferimento è al cerchio magico che detta la linea: il vice J.D. Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro della Difesa Pete Hegseth e il vicecapo di gabinetto Stephen Miller. A rendere il quadro ancora più inquietante, un altro elemento decisivo: «La Corte Suprema gli ha riconosciuto l’immunità per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni ufficiali. È come se fosse stato liberato da ogni vincolo».
Compresi quelli della legge, come dimostra quanto accaduto in Venezuela, dove i dubbi sulla legittimità dell’operazione, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, sono ormai ridotti al minimo. «L’articolo 2, paragrafo 4, consente l’uso della forza solo in caso di autodifesa, di legittima difesa di un altro Stato o su esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. In questo caso non è avvenuto nulla di tutto ciò». Non esiste autodifesa, perché «non c’è alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti derivante dal narcotraffico venezuelano». Il traffico è riferito alla cocaina, mentre «il vero rischio per gli Stati Uniti è il fentanyl, che non compare tra le accuse contro Maduro». In sintesi, né sul piano del diritto internazionale né su quello interno esiste una giustificazione per l’uso della forza. Se non la soddisfazione della sete di potere e di petrolio, visto che Trump ha già annunciato che le autorità venezuelane della presidente ad interim Delcy Rodríguez consegneranno agli Stati Uniti tra 30 e 50 milioni di barili.
Il nodo giuridico resta aperto. «Dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush valutò di trattare la guerra al terrorismo come un’operazione di polizia. Poi scelse un’altra strada, dichiarò di essere in guerra contro talebani e Al-Qaeda e avviò un conflitto armato, prima in Afghanistan e poi in Iraq. Era fondamentale definirla una guerra, perché si voleva usare la forza militare. Qui accade l’opposto, si parla di operazione di polizia, ma si impiega la forza militare». Una contraddizione destinata a pesare, visto che nella prima udienza del processo Maduro si è definito prigioniero di guerra.
I piani di Trump, intanto, non incontrano contraccolpi. «I giuristi militari che avevano espresso riserve sono stati emarginati o rimossi», dice la professoressa. «Se il Congresso o la comunità internazionale non riuscissero a fermare il presidente, quanto accaduto in Venezuela diventerebbe il primo di una catena di eventi in cui il mondo ha fallito nel contenere un leader autoritario che si appropria del territorio sovrano di altre nazioni».
E difatti l’orizzonte si allarga. Oltre alla faccenda Groenlandia, il repubblicano non ha escluso iniziative contro Colombia, Messico e altri Paesi dell’America Latina. E poi c’è Cuba (32 cubani sono morti nell’azione di Caracas). Trump e Rubio lo hanno detto senza giri di parole, il collasso del regime potrebbe essere non solo un effetto collaterale della caduta di Maduro ma un obiettivo politico. In questa stagione imperialista, Trump continua a brandire la vecchia dottrina Monroe del 1823, ribattezzata Donroe. «Non ha senso nel mondo diplomatico di oggi. Afferma, in sostanza, che gli Stati Uniti controllano la propria sfera di influenza, cioè tutto ciò che accade nel loro “cortile di casa”, nelle Americhe. Qualsiasi altro Paese tenti di esercitare potere in questa area sarebbe soggetto a un diritto di interferenza da parte Usa. Ma non è così che funziona il diritto internazionale, dove tutti gli Stati sovrani sono uguali», sottolinea Finkelstein. Il precedente, però, è ormai esplosivo. Cosa accadrebbe se Vladimir Putin applicasse una sua versione della dottrina per riaffermare il controllo dell'ex impero sovietico? Il rischio, avverte la professoressa, è immediato: «Potremmo ritrovarci con la Cina che invade lo stretto di Taiwan, giustificando l’azione con un proprio equivalente Monroe. Mi sembra una catastrofe politica, oltre che una situazione profondamente problematica dal punto di vista giuridico».
Sul fronte interno, però, l’idea del nuovo impero non scalda. Un sondaggio Reuters-Ipsos rileva che solo un americano su tre approva l’operazione Maduro, mentre sette su dieci temono di restare impantanati nella palude venezuelana. Per i democratici, come pure per una parte dei conservatori, i repubblicani avrebbero tradito la promessa “America First”, ovvero quella di occuparsi prima dei problemi di casa. Trump, dal suo canto, è già in piena modalità campagna elettorale, con le midterm di novembre da vincere a ogni costo. Ma questa sterzata gli complica il percorso, perché sposta l’attenzione dai dossier carovita e sicurezza domestica estremamente cari alla sua base. Un’incognita che pesa e che difficilmente aiuterà, mentre il popolo Maga guarda al portafogli più che alle mappe geopolitiche.
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