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8 gennaio, 2026"Narges si trova nel centro di detenzione del ministero dell’Intelligence della città di Mashhad. Non gli consentono alcun colloquio. Affermano di averla portata per due volte in ospedale. Non abbiamo altre notizie", dice a L'Espresso il giornalista iraniano e marito della premio Nobel per la Pace
La libertà di Narges Mohammadi è durata appena un anno. L’attivista iraniana, premio Nobel per la Pace 2023, è stata arrestata lo scorso 12 dicembre a Mashhad, nel Nordest dell’Iran, dopo aver preso la parola al funerale dell’avvocato Khosrow Alikordi, trovato morto in circostanze sospette. La Fondazione Narges Mohammadi riporta che l’arresto è stato violento: «Ha ricevuto colpi di manganello ripetuti alla testa e al collo» e presenta «ecchimosi al collo e al viso». L’Espresso ha ascoltato Taghi Rahmani, giornalista iraniano e marito dell’attivista, che vive a Parigi. L’intervista è stata realizzata grazie al contributo dell’interprete Leyla Mandarelli della Fondazione Narges.
Dove si trova Narges Mohammadi e in quali condizioni?
«Narges si trova nel centro di detenzione del ministero dell’Intelligence della città di Mashhad. Non gli consentono alcun colloquio. Affermano di averla portata per due volte in ospedale. Non abbiamo altre notizie».
Quali sono i rischi che corre oggi?
«Innanzitutto, Narges sta combattendo! Quindi la paura non conta molto per lei. Potrebbe essere reclusa in carcere, potrebbe addirittura essere processata a Mashhad, e condannata a uno o due anni da scontare, proprio in una prigione di quella città. Siamo in allerta per tutte queste eventualità e le consideriamo un pericolo sia per la salute di Narges che per la situazione di tutte le altre persone arrestate. È per questo che chiediamo e ci aspettiamo il sostegno reale delle organizzazioni internazionali e democratiche per la libertà di Narges e degli altri prigionieri, e per ottenere maggiore libertà per gli iraniani, tutti!».
Chi era Khosrow Alikordi e perché la sua morte è considerata sospetta?
«Era un avvocato della città di Mashhad che assisteva ai casi dei sindacalisti e degli oppositori del regime che venivano arrestati durante il movimento di protesta del 2022 scaturito dall’uccisione di Mahsa Jina Amini. E questo è stato un atto di grande valore. Il partito del Fronte Nazionale dell’Iran, Jebhe-ye Melli-ye Iran, afferma che lui appartenesse a tale partito. La sua morte è sospetta al cento per cento e deve essere oggetto di indagine da parte della Commissione indipendente di inchiesta sulle violazioni dei diritti umani in Iran delle Nazioni Unite. Anche se la Repubblica Islamica non collabora con tali inchieste e cerca di far passare sotto silenzio queste morti, queste uccisioni. In questo caso, però, la famiglia Alikordi si è opposta al silenzio voluto dal regime».
Qual è oggi la situazione degli attivisti in Iran?
«Quando la pressione e le repressioni del regime sono molto forti, la maggior parte delle persone non combatte o lo fa con meno vigore. Lo sforzo degli attivisti per i diritti civili è quello di cercare di diminuire questa pressione, queste violazioni, come quella della cella di isolamento, nota anche come tortura bianca, affinché gli strati della società che sono scontenti delle politiche e del regime possano attivarsi e scendere in piazza al fine di raggiungere la forma di governo che desiderano e alla quale aspirano. Questo sforzo, questa battaglia continua a essere in atto in Iran, ed è portata avanti dagli attivisti per i diritti civili e dagli attivisti politici. Dopo l’attacco di Israele all’Iran, che è stato un sopruso, la pressione e la repressione del regime sulla società civile iraniana sono aumentate».
Il movimento Donna, Vita, Libertà ha portato risultati concreti?
«Il Movimento di Donna, Vita, Libertà ha dato i suoi frutti, questo è innegabile. Ha provocato contrasto anche in seno al regime sulle politiche del governo. Il regime vi si contrappone, ma, anche in questo caso, la resistenza delle donne continua ed è significativa... Inoltre, il Movimento è una sorta di rinascimento nella vita sociale, politica e culturale dell’Iran, che può portare a buoni risultati, a patto che l’opposizione iraniana sia democratica. All’interno dell’opposizione iraniana al regime esiste infatti una corrente che non crede nella democrazia, e questo è pericoloso. Vogliamo il superamento della Repubblica Islamica per una forma di governo democratico, al centro delle cui leggi ci sia il rispetto dei diritti umani. La ragione di tanta repressione è proprio questa: nonostante l’indubbio malcontento, impedire la partecipazione della popolazione spaventata».
Cosa significa la battaglia di Narges contro l’apartheid di genere?
«Abolire l’apartheid di genere è un ideale umanitario. Tutto il corpus legislativo della Repubblica Islamica è contro i diritti delle donne. Narges, prendendo come esempio l’Iran e l’Afghanistan, si è rivolta alle Nazioni Unite affinché l’apartheid di genere venga considerato come crimine. Questo comporterebbe una pressione sui Paesi dove è presente l’apartheid di genere e aprirebbe la strada per arrivare alla completa parità di genere».
Cosa può fare la comunità internazionale?
«Certamente il sostegno della comunità internazionale è importante per noi. Purtroppo, però, in questo momento storico, gli Stati democratici stanno vivendo una deriva verso l’autocrazia e questo non è positivo né per gli Stati né per i popoli. I popoli d’Europa devono fare pressione sui propri governi, attraverso la rete di associazioni e organizzazioni della società civile, affinché essi supportino tutti i movimenti democratici e tutti i movimenti in difesa della libertà di pensiero e di espressione, della libertà delle donne e di ogni libertà nell’ambito dei diritti umani in ogni parte del mondo».
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