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12 febbraio, 2026Le linee guida del biennio sono tracciate: mercato dei capitali, campioni europei e debito comune. I 27 capi di Stato e di governo hanno lasciato il castello di Alden Biesen con una bozza di agenda dei passi da intraprendere entro la fine del 2027 per risollevare le sorti della Ue
C’è chi è arrivato a definirlo uno dei vertici più importanti degli ultimi anni. Pace giusta e durabile, prosperità e democrazia gli obiettivi finali. Da vedere se le parole si trasformeranno in azioni, e se lo faranno in tempi brevi. Sta di fatto che i 27 capi di Stato lasciano il castello di Alden Biesen con una bozza di agenda dei passi da intraprendere entro la fine del 2027 per risollevare le sorti della Ue e, soprattutto, assicurarle un futuro che non sia l’irrilevanza. Spetteranno alla Commissione e poi al Consiglio europeo del 19-20 marzo le prime mosse concrete.
«Oggi abbiamo aperto la strada alla presa di decisioni nel Consiglio di marzo - ha detto il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa -. Continueremo con la semplificazione e porteremo avanti l’approfondimento del mercato unico nel 2026 e 2027».
A dare le linee guida era stato Enrico Letta: «La matrice che propongo si basa su tre punti verticali: energia, connettività e mercati finanziari e tre fattori abilitanti, tre punti orizzontali che sono la quinta libertà: il 28° regime, la libertà di soggiorno e la coesione sociale e territoriale - ha detto Letta uscendo dal vertice informale -. Questi tre punti verticali e tre orizzontali compongono una matrice. Questa matrice può diventare l'atto del mercato unico. Oggi è fondamentale rilanciare l'integrazione interna dell'Unione europea per rendere l'Europa più forte ed efficace ed è la vera reazione odierna a ciò che sta accadendo a livello mondiale».
Il punto chiave delle decisioni odierne è stato il riconoscimento che servono investimenti per dare slancio e dimensione alle imprese europee. «L’innovazione va finanziata», ha detto il presidente francese Emmanuel Macron. Serve dunque un mercato dei capitali comune in cui convogliare i risparmi degli europei che oggi in gran parte finanziano i colossi americani, con un unico organo di sorveglianza dei mercati e la possibilità di continuare a fare debito comune, come avvenuto per il Pnrr, Safe e gli aiuti all’Ucraina. «Gli eurobond di fatto non sono più un tabù», ha sottolineato Macron: «Servono investimenti sia pubblici sia privati al servizio delle tre priorità europee: innovazione, protezione e derisking». Entro giugno la Commissione dovrebbe presentare un piano operativo.
Il mercato unico dovrebbe diventare realtà innanzitutto nei settori delle telecomunicazioni e dell’elettricità.
Per quanto riguarda le telecomunicazioni, entro aprile dovrebbero essere delineate dalla Commissione le nuove regole per le fusioni, consentendo la nascita di campioni europei (fino ad oggi ostacolati in nome della concorrenza), imprese sovrane che dovrebbero rendere l’Europa meno dipendente dai Big tech statunitensi.
Entrando invece nel merito del settore elettrico, i 27 concordano sul fatto che serva una drastica riduzione dei costi dell’energia, mediamente molto superiori rispetto a quelli di Usa e Cina, e che penalizzano le nostre imprese. In questo contesto alcuni stati dell’Europa orientale ma anche l’Italia di Giorgia Meloni hanno sollevato la questione della revisione delle regole dell’ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2 ma non hanno trovato un consenso. «Non dobbiamo abbandonare il sistema degli ETS ma è vero che per alcuni Paesi non funziona a causa di un costo marginale troppo alto», ha detto Macron, aggiungendo però che nel clean tech la Cina sta andando molto veloce e in alcuni settori ci ha superato. La presidente della Commissione ha difeso il sistema: «Gli ETS dicono che se vuoi inquinare devi pagare altrimenti devi innovare. Dal 2025 le emissioni si sono abbassate di un quarto. La parte europea è stata reinvestita in innovazione nel clean tech », un’industria oggi molto vivace. Von der Leyen ha poi aggiunto che il costo dell’energia non dipende solo dagli ETS ma da una serie di fattori, inclusa la tassazione nazionale. Se alcuni stati ne vorrebbero l’abolizione altri lo difendono. Ha messo invece l’accento sulle infrastrutture e la creazione di “autostrade europee”, ovvero di rendere europei progetti energetici nazionali, come l’energia eolica prodotta offshore nel mar Baltico, oggi collegata alla Danimarca e alla Germania. E ha anche messo sul tavolo la possibilità di rivedere la struttura del mercato elettrico oggi basata sui prezzi del gas, tre volte più costoso delle rinnovabili e due volte del nucleare.
Entro marzo la Commissione presenterà anche le linee guida del 28esimo regime, un nuovo sistema legale e amministrativo per le imprese europee che permetterà di superare i confini nazionali e porre le imprese che vi aderiranno volontariamente in condizione di operare in tutti e 27 stati nel giro di 48 ore. Inizialmente almeno il nuovo regime non modificherà le regole nazionali sui delicati temi della fiscalità e del mercato del lavoro. «Altrimenti ci vorrebbero 10 anni e non ne verremo a capo», dicono fonti francesi. In compenso i leader hanno affrontato con Letta la questione del mutuo riconoscimento dei diplomi: alcuni stati, come la Germania, impongono infatti degli esami specifici per accedere ad esempio a diverse categorie di mestieri.
Nell’ambito del de-risking, ovvero della riduzione dei rischi legati alla dipendenza da altri stati (Cina e Usa nel mirino), è stata posta sul tavolo la preferenza concreta del “made in Europe”, che alcuni stati come Italia e Germania vorrebbero allargare ad alcuni partner di fiducia (Gran Bretagna, Svizzera e Giappone, ad esempio). I settori che potrebbero essere annunciati entro marzo, ovvero i settori “da proteggere”, sono le terre rare, la difesa, lo spazio, i servizi finanziari («serve un’alternativa a Visa o MasterCard”), l’intelligenza artificiale e la quantistica. Il made in Europe dovrebbe offrire alternative che rendano l’Unione indipendente, come sta tentando di fare, ad esempio, la società francese Mistral nel settore dell’intelligenza artificiale.
È caduto infine un altro storico tabù: quello dell’unanimità. Se entro giugno, in particolare sulla vigilanza unica sul mercato dei capitali e sul 28esimo regime, non si trovasse la convergenza a 27, è stata decisa la possibilità di andare avanti con “cooperazioni rafforzate” con un minimo di nove Stati, un meccansimo del resto già prebvisto dai trattati.
Chi non ci starà, resterà fuori ma non bloccherà più il futuro dell’Europa. È finito il tempo degli indugi. È chairo a tutti che se l'Unione si ferma è perduta. Inghiottita dalla Cina o smebrata dagli Usa.
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