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14 febbraio, 2026Senza petrolio, l’isola sprofondain una crisi che ne mette in gioco la sopravvivenza. La diplomazia con gli Usa è al lavoro. Un ruolo chiave lo ha il figlio di Raúl e nipote di Fidel
«Cuba ha attraversato decine di crisi anche gravi», ci ricorda Juan Carlos, ex veterano della guerra d’Angola che ci faceva da guida a L’Avana. «Ma credo che questa volta sarà difficile superarla. Purtroppo – aggiunge con voce mesta e sconsolata – quello che si scrive e si dice è vero».
Sembra di essere tornati indietro nel tempo. Agli anni 90 del secolo scorso quando, con l’improvviso crollo dell’Urss, sponsor e principale sostegno all’isola caraibica, Fidel Castroproclamò il «periodo speciale». Fu un decennio di penuria. Mancava di tutto. Dal cibo alle medicine. I 10 milioni di cubani faticavano anche a mangiare due volte al giorno. Il blocco economico, El bloqueo, decretato dagli Usa nel 1962 si accaniva con più forza su uno Stato che con la sua rivoluzione aveva osato sfidare il dominio mondiale statunitense. Il leader maximo si appellò alla popolazione. Chiese «sacrifici nella creatività» una formula che si traduceva in una resistenza quasi eroica della gente, al limite della sopravvivenza. Oggi è peggio di allora. Le poche voci raccolte via telefono o con videocollegamenti esprimono incertezza, angoscia. Qualcuno parla di «sentimenti apocalittici» tra la gente. Da fine del mondo. L’intervento Usa in Venezuela il 3 gennaio scorso, con la cattura di Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, hanno impresso un’accelerazione a un processo già in logoramento. Cuba si è trovata di colpo senza più il sostegno concreto del suo principale alleato. Non è arrivata più una goccia di petrolio.
Le riserve bastano per due settimane. Poi sarà il crollo. Il blocco navale nel Mar dei Caraibi, creato con la scusa di stroncare il narcotraffico verso gli Usa, ha paralizzato anche il commercio del greggio venezuelano, già colpito da sanzioni. L’ultimo cargo destinato a Cuba, la Mia Grace, partita dal Togo con bandiera delle Isole Marshall, contattata a fatica dalla Cubametales (controllata dai militari tramite Gaesa) ha cambiato rotta e si è diretta verso la Repubblica Dominicana. La speranza era aggrappata al Messico dove Claudia Sheinbaum aveva annunciato di continuare a voler offrire un aiuto all’isola del Che con proprio petrolio. Ma la Swift Galaxy, che la Petroleos Mexicanos aveva programmato con un carico alla fine di gennaio, ha annullato il suo viaggio.
Cuba ha bisogno di 110 mila barili di greggio al giorno. Ne produce in media meno di 40 mila. Il resto deve comprarlo. Ma la nuova stretta decisa da Trump, con la minaccia di colpire con dazi e sanzioni chiunque traffichi greggio con L’Avana, rischia di strozzare definitamente l’economia dell’isola.
«Guardi la fila che si è formata sotto il palazzo dove vivo», ci dice la nostra fonte mentre mostra con il cellulare il lungo serpentone di auto, bus, taxi, moto e camion che si snoda nel cuore de El Vedado. «Inizia in fondo, gira attorno ai palazzi e poi prosegue fino alla stazione di servizio». Non è solo la mancanza di combustibile che rende una vera impresa fare benzina. C’è la decisione di farla pagare in dollari e di limitarla a 40 litri a testa a settimana. Non tutti se lo possono permettere: un litro costa 1,30 dollari, poco più della media della paga giornaliera della maggioranza dei cubani. Al mercato nero il prezzo raddoppia. L’attesa può durare fino a 14 ore. Chi ha finito anche la riserva non può lavorare. Il turismo e le rimesse dall’estero, principali entrate dell’economia, sono crollati. Molti resort hanno chiuso. È stato deciso il blocco per almeno un mese dei rifornimenti agli aerei che collegano Cuba al resto del mondo. La penuria di carburante provoca continui blackout dell’energia elettrica. Si può restare al buio per 12-14 ore. Senza energia non funzionano le pompe che portano l’acqua ai piani alti delle case, non si può conservare il cibo, raro e costoso, nei frigoriferi. Si ha difficoltà anche a cucinare: al posto del gas si ricorre al carbone o allo sterco di animali. Il governo ha ordinato di sospendere temporaneamente il trasporto pubblico. Niente mercati, niente interventi chirurgici negli ospedali. L’Avana sembra un deserto. Senza soldi e clienti chiudono i bar e ristoranti. Così le scuole e le università. Annullati gli appuntamenti per i simposi scientifici e culturali. Si risparmia su tutto.
Il presidente Miguel Díaz-Canel ci ha messo la faccia. Per la prima volta dal blitz a Caracas del 3 gennaio è apparso su YouTube per tenere una conferenza stampa davanti ai giornalisti locali e internazionali. Un discorso di due ore, molto atteso ma anche deludente. Pochi l’hanno potuto seguire sul web. Chi non aveva corrente in casa se l’è fatto raccontare dai più fortunati. Il presidente ha riconosciuto la gravità della crisi. Ha annunciato una serie di misure restrittive per fronteggiare la penuria energetica. Ha chiesto di nuovo «sacrifici nella creatività». Con un’apertura che ha sorpreso. «Cuba è disposta a dialogare con gli Stati Uniti», ha annunciato. Ma ha subito aggiunto: «Qualsiasi negoziato deve svolgersi senza pressioni, senza precondizioni, su un piano di parità, nel rispetto della nostra sovranità, indipendenza e autodeterminazione». Trump, due settimane fa, a bordo dell’Air Foce One, aveva già confermato l’avvio di «negoziati ad alto livello» con l’Avana subito smentiti dal viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossio. Ma quest’ultimo, sabato 7 febbraio, ha ammesso: «C’è uno scambio di messaggi». La Casa Bianca ha risposto con l’invio di 6 milioni di dollari in aiuti a Cuba.
Donald Trump conferma la sua strategia internazionale. Minaccia l’uso della forza ma si guarda bene da restare impantanato in un conflitto che la sua base elettorale rifiuterebbe. Così con l’Iran, così con Cuba. Preferisce puntare su un cambio di regime senza scossoni che potrebbero provocare guerre civili e portare al potere qualcosa di peggio. Con il Venezuela ha tolto di mezzo la persona che rifiutava il trapasso; si è affidato a Delcy Rodriguez per ottenere l’accesso incondizionato alla riserva di petrolio più grande del mondo. Se con Caracas la dissuasione era nei confronti del potere militare, con L’Avana usa l’arma del ricatto economico. Al tycoon interessa la pace sociale: è più utile ai suoi fini. Per mantenerla ha bisogno del controllo politico sull’isola ed evitare così anche il tanto temuto esodo di massa. Negli ultimi due anni oltre un milione di cubani (il 10 per cento della popolazione) ha lasciato l’isola per rifugiarsi negli Usa.
Una delle parole più usate in queste ore a Cuba è «asfissia». Si denuncia il blocco economico degli Usa ormai senza più senso se non quello di infliggere altre sofferenze alla popolazione; ma anche l’incapacità del regime di raggiungere l’autosufficienza tanto rivendicata. La maggioranza degli abitanti è stanca dei sacrifici e della resistenza. Mantiene intatto l’orgoglio di aver tenuto testa a un gigante per evitare che l’isola si trasformasse di nuovo in quel grande casinò, paradiso delle mafie e del riciclaggio, come ai tempi di Fulgencio Batista. Ma sa anche che è arrivato il momento del cambiamento.
C’è un potenziale candidato che emerge in queste ore. Si chiama Alejandro Castro Espín, classe 1965, studi di ingegneria, formazione militare nella vecchia Urss, membro della Commissione della sicurezza nazionale e direttore dell’intelligence cubana. Le sue quotazioni sono salite. Ha un cognome di peso, è figlio di Raúl Castro, fratello di Fidel. Intellettuale, meno compromesso con l’apparato del partito, potrebbe essere lui l’uomo su cui la Casa Bianca potrebbe fare affidamento per superare l’attuale stallo e avviare la fase del cambiamento. Lo chiamano el tuerto, l’orbo, per l’occhio perso in un incidente durante la guerra d’indipendenza in Angola. Ma ci vedeva bene e più lontano di altri. Un principe delle ombre. Si è scoperto che c’era lui dietro il disgelo con gli Usa ai tempi di Obama. Un risultato ottenuto assieme all’ex capo delle Cia John Bennon, invitato in gran segreto a L’Avana.

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