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16 febbraio, 2026Il cardinale e patriarca di Gerusalemme: "A Gaza le macerie non sono un'immagine spirituale ma una realtà quotidiana. E insieme penso alla Cisgiordania e a tutti i territori segnati dalla violenza"
Una città scossa da terremoti continui. Macerie, paura, preghiera. Poi, nel buio di una notte di preghiera, un’immagine sacra che risplende. È il miracolo della Madonna del Conforto. Il cardinale e patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, arriva ad Arezzo in occasione dell’omaggio della città al culto rituale per la sua Madonna. E le macerie di fine '700 ad Arezzo diventano quelle dei giorni nostri, a Gaza.
La terra scossa dal terremoto e la terra scossa dalla guerra, dalla violenza, dalla fame e dalle bombe che, a Gaza, continuano a uccidere. Pizzaballa cita l’Apocalisse. “Siamo nel tempo del drago, è notte”. Una notte che non può essere infinita. “Prima o poi questa notte finirà. Dobbiamo soltanto aspettare che arrivi l'alba”.
"A Gaza le macerie non sono un'immagine spirituale ma una realtà quotidiana. E insieme penso alla Cisgiordania e a tutti i territori segnati dalla violenza". Pizzaballa celebra messa nel Duomo di Arezzo e durante l'omelia commenta le letture del Vangelo di Giovanni. I riferimenti sono allo scenario internazionale, alla situazione in Palestina ma anche alla cronaca locale. Tensioni, paure e ferite, spiega il cardinale, non devono fermarci, "la fede ci chiede di non fermarci alle macerie".
"Non possiamo abituarci alla guerra, alla sfiducia, alla rassegnazione. L'unica risposta autentica al male è generare vita, ricostruire relazioni, tenere viva la fiducia". Un appello a non cedere alla logica della contrapposizione: "Il male sembra potente, ma non può vincere dove si genera amore. È da qui che si deve ripartire, anche nell'attualità più drammatica".
Un'attualità di morte e dolore, per Gaza. Sono oltre 600 le vittime nella Striscia dall'inizio della tregua. Nel frattempo, si avvicina la prima riunione della creatura di Trump, il Board of Peace per Gaza cui parteciperà, da spettatrice, anche l'Italia. Pizzaballa, a proposito, si era detto fortemente contrario, definendo il piano "un'operazione colonialista".
“In Terra Santa - racconta - vediamo solo macerie e disastri umani, sia nelle infrastrutture che nelle relazioni. Isaia ci dice che nella fede si può vedere qualcosa oltre la realtà immediata. A seconda di cosa abbiamo nel cuore, possiamo vedere anche le luci che ci sono, i gesti di amore, fedeltà, vita. Bisogna saperli vedere, cercarli anche. Non è tutto perduto, si può ricominciare attraverso quello spiraglio che dobbiamo allargare per costruire e riedificare la vita civile e le relazioni della città”. Ricostruire si può, si deve. “Per ricostruire bisogna andare oltre lo sguardo delle macerie, anche a Gaza, anche in Cisgiordania, anche ad Arezzo. Dappertutto ci sono situazioni simili. Sembra che il male e il peccato ci soverchino nella nostra comunità. C'è solo una realtà che non può essere soverchiata: la donna che partorisce un bambino, il momento che genera la vita. In tutte le comunità ecclesiali abbiamo bisogno di una parola di conforto, che possa generare vita".
Speranza, fede, preghiera. Alla domanda dei giornalisti su una possibile soluzione politica in Medio Oriente all’orizzonte, Pizzaballa fa calare ancora la notte. "Non lo so, non la conosco". Solo il giorno prima, dalla basilica di San Francesco, aveva invitato ad astenersi da facili illusioni, perché “la situazione politica e sociale non cambierà in tempi brevi".
"Parlare di pace in Terra Santa oggi non ha molto senso - spiegava -. La pace ha bisogno di condizioni, contesto, di una volontà, di una politica che non c'è, ma anche di un'opinione pubblica. La pace ha bisogno di fiducia e in guerra, specie quella in Terra Santa, la prima vittima è la fiducia. Anche quando la guerra sarà terminata, non si tornerà alla situazione precedente e non sappiamo cosa ci sarà dopo. Questa fase richiederà molte risorse spirituali, prima che politiche”.
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