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24 febbraio, 2026Ursula von der Leyen e Antonio Costa sono nella capitale ucraina nel giorno in cui, nel 2022, Putin decise di avviare la guerra su vasta scala. Il prestito da 90 miliardi che servirebbe all'Ucraina per evitare la bancarotta è bloccato per il "no" del governo ungherese
Nel quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina e dell’inizio di una guerra su vasta scala - la più sanguinosa in Europa dalla Seconda guerra mondiale - che non sembra voler finire, i vertici dell’Ue sono a Kiev. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio Antonio Costa sono arrivati dopo aver viaggiato di notte in treno. Ma a causa del veto dell’Ungheria di Viktor Orbán, i due non portano in dote 90 miliardi di prestito promesso a Kiev per il biennio 2026-2027.
"A Kiev per la decima volta dall'inizio della guerra. Per riaffermare che l'Europa è fermamente al fianco dell'Ucraina, finanziariamente, militarmente e durante questo rigido inverno - scrive su X von der Leyen -. Per sottolineare il nostro costante impegno nella giusta lotta dell'Ucraina. E per inviare un messaggio chiaro sia al popolo ucraino che all'aggressore: non cederemo finché la pace non sarà ristabilita. Pace alle condizioni dell’Ucraina”.
Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, dice invece Costa all’Ansa, "abbiamo una nuova Unione europea. Poi abbiamo il pieno accordo per sostenere l'Ucraina" anche se "a volte non è facile prendere decisioni. È assolutamente inaccettabile - aggiunge - che uno Stato membro non rispetti quanto concordato dal Consiglio europeo. Conto su tutti i 27 Stati membri affinché mantengano gli impegni assunti. Prima, piuttosto che poi, avremo il prestito”
Quella del prestito, si diceva, è una questione amara per i vertici europei, che speravano di arrivare a Kiev a mani piene. Invece, nonostante l’accordo tra capi di Stato e di governo, Orbán si è messo ancora una volta di traverso. Nel bloccare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia ma anche, appunto, con il suo “no” al prestito da 90 miliardi. Budapest, ha dichiarato ieri (23 febbraio) il primo ministro ungherese, continuerà a bloccare qualsiasi decisione europea contro la Russia e al fianco dell’Ucraina fino a quando Kiev non riprenderà il transito di petrolio attraverso l'oleodotto Druzhba. È una sorta di corsa contro il tempo, quella per ottenere i prestiti europei, perché l’Ucraina ha bisogno di quei 90 miliardi di euro entro aprile, per evitare la bancarotta. E anche per questo, sempre ieri, Costa ha deciso di scrivere a Orbán invitandolo “fortemente” a conformarsi “alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre”.
Insieme alla ormai conosciuta postura filorussa del governo ungherese, principale spina nel fianco nell’Unione europea per quanto riguarda il sostegno a Kiev (e non solo), c’è anche un’altra ragione, squisitamente interna, che spiega questa rinnovata riottosità di Orbán. Ed è il fatto che il prossimo 12 aprile si vota in Ungheria e il premier, in calo nei sondaggi, cerca in tutti i modi di colmare il gap nei consensi che, finora, lo danno dietro al candidato filo-europeo Peter Magyar.
In ogni caso, insieme a von der Leyen e Costa, in Ucraina ci sono anche altri commissari europei - tra i quali quello all'Energia Dan Jorgensen - e un gruppo di leader del Continente, tra i quali il primo ministro croato Andrej Plenkovic, la premier danese Mette Frederiksen, il presidente ceco Petr Paver.
E anche da Germania, Francia e Polonia arriva un’esplicito e rinnovato attestato di vicinanza: "Gli europei hanno un piano chiaro: una pace giusta in Ucraina". Per questo sono pronti ad "aumentare la pressone sulla Russia", mentre la volontà di sostenere Kiev resta “irremovibile”, scrivono in un intervento congiunto sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, in occasione del quarto anniversario dell'invasione russa, i ministri degli Esteri dell'E3, il tedesco Johann Wadephul, il francese Jean-Noel Barrot e il polacco Radoslaw Sikorski. Nel messaggio intitolato "l'Europa ha il fiato lungo", affermano: il piano di Putin è "clamorosamente fallito", la Nato è "più unita che mai", e l'Europa è "più forte e resiliente”.
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